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Tsaranoro, Madagascar: durante la prima salita di Rivotra Mahery sul Tsaranoro Atsimo in Madagascar
Fotografia di archivio Matteo de Zaiacomo
Tsaranoro, Madagascar: durante la prima salita di Rivotra Mahery sul Tsaranoro Atsimo in Madagascar
Fotografia di archivio Matteo de Zaiacomo
Il Tsaranoro in Madagascar
Fotografia di archivio Matteo de Zaiacomo
Il tracciato di Rivotra Mahery (8a+, 700m) sul Tsaranoro Atsimo in Madagascar (Matteo de Zaiacomo, Dimitri Anghileri, Marco Maggioni)
Fotografia di archivio Matteo de Zaiacomo

Tsaranoro in Madagascar: nuova via d'arrampicata per i Ragni di Lecco

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Il racconto di Matteo de Zaiacomo che a luglio insieme a Dimitri Anghileri e Marco Maggioni ha aperto Rivotra Mahery (vento forte) una nuova via d’arrampicata di 700 metri con difficoltà fino a 8a+ sul Tsaranoro Atsimo in Madagascar.

C'è un comodo divano nel salotto dei miei genitori e proprio li affianco un armadio in legno chiaro con le antine in vetro. Li dentro son custoditi anni e anni di evoluzione verticale raccontata attraverso le migliaia di pagine delle centinaia di riviste specializzate raccolte da mio padre durante il corso degli anni. Collezione che continua ancora oggi a espandersi!

Fu mio papà a trasmettermi la passione per l'arrampicata e non ci volle molto perché questa nuova passione diventasse presto una dipendenza, fu così che iniziai a fare di quell'angolo di divano affianco all'armadio uno dei miei posti preferiti. Passavo ore a sfogliare quelle riviste e come un vero appassionato aspettavo il nuovo numero. Un giorno entrò in casa un Vertical, il numero 15 del dicembre 2008 -gennaio 2009 e in copertina c'era un titolo: portfolio Karambony Il futuro è in Madagascar. In fondo alla rivista c'erano le spettacolari foto di Arnaud Petit, Millet, Laurent Triay, Stéphanie Bodet e Sylvain Millet alle prese con la celebre Tough Enough. Non c'era alcun articolo ad accompagnare le foto, ma non serviva alcun articolo, era tutto così chiaro. Non facevo che guardare e riguardare le foto! Così ebbe inizio il nostro viaggio in Madagascar, con un sedicenne seduto su un divano a farsi assurdi viaggi mentali.

Non sono mai stato un ragazzo talentuoso, nemmeno costante negli allenamenti ma c'è sempre stata una fiamma dentro di me che mi ha insegnato ad essere curioso e a mettermi in gioco, amo confrontarmi con ogni modo di salire verso l'alto, dalla falesia al boulder alle vie in montagna. La verità è che non son mai stato bravo a far nessuna delle cose ma mi son sempre buttato a capofitto in progetti ben più grandi di me ed è soltanto grazie ai miei compagni che ho imparato e sto imparando a vivere l'arrampicata. Quest'anno i miei compagni sono due ragazzi da poco membri del gruppo Ragni di Lecco e come me non hanno grande esperienza di aprire una via dal basso con il trapano attaccato all'imbragatura. Fu infatti una decisione combattuta quella di portare veramente il trapano in un posto come la valle dello Tsaranoro, dove decine e decine di vie erano già state salite e nomi e cognomi ben più importanti dei nostri avevano lasciato la loro firma. Il dubbio era più che lecito: siamo sicuri di quello che stiamo facendo!?

Per di più io non avevo mai scalato con Dimitri Anghileri, sapevo soltanto fosse soprannominato Satana e che non aveva paura di far lunghi voli, ed effettivamente è stato proprio lui ad azzardare i passi più difficili sui cliff in fase di apertura, magari dopo lunghi run-out!

Con Marco Maggioni invece avevo già scalato qualche volta sia in Marmolada che in val di Mello e mi è sempre piaciuta la sua precisione, e dopo il suo viaggio in Messico con Simone Pedeferri mi ero accorto di una nuova confidenza anche con le pareti più grandi, preciso nelle manovre di corda anche più complicate.
Il team era pronto! Con una pericolosa arroganza chiudiamo i bagagli e con passaporto e carte d imbarco ci ritroviamo a Malpensa.

Dopo un interminabile viaggio in aereo intervallato da pasti di dubbio gusto e sonnolenti teste cadenti atterriamo ad Antananarivo che significa “la città dei mille” e prende il nome dal numero di soldati messi a servizio di guardia al Re. Tante volte nel mondo della scalata essere alti è un enorme vantaggio ma non è certo piacevole srotolarsi fuori da uno scomodo sedile di un aereo dopo 12 ore di viaggio! Aspettiamo i bagagli mentre la dogana ci controlla sommariamente il passaporto e una volta usciti dall'aereoporto troviamo ad attenderci una ragazza con il mio cognome scritto su un foglio, incredibilmente scritto nella maniera giusta! Avevo una professoressa delle medie che in tre anni non è mai stata in grado di pronunciarlo.

La logistica del viaggio è semplicissima, non dobbiamo far'altro che salire su un furgone e stare seduti per altre 12 ore per poi arrivare nella tanto desiderata valle dello Tsaranoro.

A differenza di altre spedizioni che ho intrapreso, questo viaggio escludeva completamente quel discorso affascinante legato all esplorazione, all avventura vera e propria, all isolamento e al doversi arrangiare, al campo base: tutte situazioni che ho scoperto mancarmi durante la permanenza in valle. Del resto eravamo ben coscienti di questo compromesso perché la valle dello Tsaranoro è ormai meta turistica e ben rodata, per scalatori ed escursionisti. Ciò non toglie che vedere una parete per la prima volta dal vero e sentirla ad un passo da te, sentire la sua imponenza e la sua maestosità travolgerti è un esperienza sempre nuova che lascia l'esclusiva assoluta di poter esplorare in se stessi il turbinio di emozioni da lei provocate: il fascino, i dubbi, le motivazione e le paure.

Tsarasoa camp è un campeggio/resort per tutte le tasche con la possibilità di vivere esperienze di soggiorni chic in bellissime casette con suggestivi mosaici e bagni con vista parete e per i più squattrinati tende a poco prezzo, noi ovviamente alloggiavamo in tenda, nell'unica tenda! Eravamo ovviamente considerati i barboni del campeggio e durante la nostra permanenza è andato rafforzandosi e tramandandosi di turista in turista la leggenda di non sedersi vicino agli italiani a cena, perché mangiavano tutto senza alcuna pietà... e noi eravamo gli unici italiani!

Trarasoa camp ha una filosofia molto bella! Si differenza dagli altri campeggi per piccole ma onorevoli iniziative: l'acqua offerta al cliente è quella dei torrenti, filtrata e resa potabile (viceversa va sempre comprata) il cibo offerto è il prodotto della terra e delle coltivazioni, l'energia elettrica è quella prodotta dai pannelli solari, nessun generatore, e nel corso degli anni è stato fatto un lavoro di rimboschimento. Questo rapporto diretto con la natura regala un'esperienza quasi autentica di vita malgascia ed è bello perché il rapporto con le persone diventa subito più familiare.

Il primo giorno non perdiamo tempo e saliamo subito sotto le pareti per farci un'idea più chiara, ci son due sentieri e riusciamo a sbagliare strada! Alla fine perdiamo un sacco di tempo ma raggiungiamo la parete, non stiamo cercando una bella linea, stiamo soltanto cercando gli spazi vuoti per poi valutarne la bellezza, effettivamente la parete è satura e per di più è impossibile studiare le varie sezioni della parete dietro le lenti di un binocolo, vedi soltanto placche! Ma Dimitri individua una logica abbastanza evidente in un punto di parete privo di vie. L'idea piace a tutti! Proviamo!

Tutte le decisioni importanti vengono affidate al caso, ci giochiamo tutto a carta forbice sasso o giochi simili e il primo giorno di apertura io rimango a terra mentre Marco e Dimitri salgono velocemente i primi tiri che vincono una sorta di bombato avancorpo. Tre tiri in placca con difficoltà modeste merito dell'inclinazione mai esagerata.

Il giorno dopo riparto io e come le pendenze aumentano aumentano anche le difficoltà. Riusciamo a far filare le corde il più possibile usando pochi spit per tiro, ma per quanto pochi iniziamo a dubitare del nostro materiale: ne avremmo abbastanza? Avremmo abbastanza metri di corda statica per fissare di giorno in giorno i nostri progressi?

La sera dopo torniamo al campeggio dopo una giornata difficile, eravamo riusciti a salire soltanto mezzo tiro, quello che poi si è rivelato il più difficile. Se avessimo incontrato continuamente difficoltà di questo tipo non saremmo mai riusciti a finir la via e a cena eravamo sconfortati e un pochino delusi dalla giornata, ma qualcosa ha scosso i nostri animi! Edu Marin e Sasha DiGiulian avevano appena salito in libera La mora mora e la luce nei loro occhi era quella stessa che sognavamo noi. Per di più ci hanno regalato qualche metro di statica ed una corda singola e a quel punto non potevamo più fallire dopo quest'inaspettata benedizione! Tra l'altro senza questo loro aiuto non so se l'avventura avrebbe avuto lo stesso esito.

Con ritrovata fiducia ricominciamo a salire alternandoci in fase di apertura, ognuno fa bene il suo lavoro, chi non scala è perché sta sistemando le statiche, e dopo pochissimo tempo siamo una macchina rodata, come se non avessimo fatto altro che aprir vie insieme. Ognuno si prende le sue soddisfazioni in fase di apertura! Io per esempio ricorderò per sempre l'ultimo tiro che porta alla cengia finale, l'11° tiro.

Era una giornata fredda e soffiava un vento fortissimo, ero partito dalla sosta e dopo una decina di metri la logica di prese mi aveva portato a girare uno spigolo, e una volta lì dietro non mi era più possibile comunicare con gli altri a causa del vento, e nemmeno riuscivo a vederli. Ero da solo su una placca nera meravigliosa che alternava sezioni di scalata tecnica e piccoli bombè dove si nascondevano dei boulder su cristallini bellissimi! Ed è proprio il genere di scalata con la quale vado a nozze. La magia di quel momento di solitudine mi ha permesso di osare qualche lungo run-out e non mi sarei mai fermato soltanto quando son finite le corde mi sono accorto che erano già passati sotto i miei polpastrelli 60 metri. La magia e il vento ovviamente sparirono quando invece dovetti liberare quel tiro. Ho passato 60 metri a maledirmi da solo per aver spittato troppo lungo questa lunghezza di 7c.

Dalla cengia finale con altri 4 tiri raggiungiamo la vetta e purtroppo non immaginavamo che sarebbe stata l'unica volta che ci saremmo arrivati.

Quella sera al campeggio credo che qualcuno abbia visto nei nostri occhi la stessa luce che noi avevamo visto nei due grandi campioni Sasha ed Edu. E credo che qualcuno sia andato a dormire ancora affamato e son sicuro che quel qualcuno era chi si era seduto a cena vicino agli italiani.

Il tempo scorreva velocemente e la filosofia di vita malgascia mora mora si è impossessata dei nostri corpi affaticati dalle dure giornate in parete. Ci siamo presi due giorni di meritato riposo e secondo i nostri calcoli matematici avevamo tempo a sufficienza per liberare prima tutti i tiri e poi salire la via in un unico tentativo, magari dormendo in portaledge e vivere fino in fondo la nostra esperienza su questa parete.

Ma la scalata è tutt'altro che calcoli matematici, una disciplina in cui l'istinto è ancora il fattore determinante non si può certo minimizzare ad una tabella giornaliera di cose da fare. E di cose da fare ce n'erano tante! Se poi ci aggiungi quel precario equilibrio e quella terribile lotta con la gravità combattuta a colpi di piccole vibrate, ecco ogni tipo di previsione va beatamente a farsi benedire. Non tutte le lunghezze siamo riusciti a liberarle al primo tentativo e la roccia super aggressiva per i polpastrelli ci costringeva a continui riposi tattici.

La priorità divenne dunque esclusivamente quella di liberare tutti i tiri, non volevamo per nessuna ragione lasciare lunghezze con il punto di domanda e mi prendo tutta la responsabilità di questi ritardi perché ero l'unico a non schiodarsi sul tiro che mi spettava. Il 6° tiro era quello che ci aveva rallentato in fase di apertura e ci stava rallentando anche nel momento della libera, ma non tutto il tiro, soltanto la parte conclusiva, un boulder davvero difficile per me, 4 movimenti aleatori su prese sfuggenti. Abbiamo ribattezzato quei pochi metri come “l'angolo delle bestemmie”.

Fu così che siamo riusciti a venirne a capo soltanto dopo una decina di tentativi e tre giornate passate esclusivamente su quel tiro. Troppo tardi però per tentare la salita in giornata perché di li a qualche ora ci aspettava il taxi per tornare ad Antananarivo.

E' l'unico mio rimpianto di questa vacanza verticale ma nonostante questo credo che ognuno di noi abbia dato il meglio di sé quindi, se su una buona torta manca soltanto la ciliegina, noi non ne facciamo un dramma, qualcuno avrà il piacere di mangiarla al posto nostro e spero con tutto il cuore che gli piaccia da impazzire!

Abbiamo deciso di chiamare la via RIVOTRA MAHERY, che significa vento forte. Semplicemente perché è stato il nostro invisibile compagno per tutto il tempo. Ma c è una storia dietro questa traduzione. Una storia di amicizia andata crescendo di giorno in giorno con un ragazzo del campeggio. Ed è dedicata a lui questa via!

Tuavina è un ragazzo di 21 anni di quelli diffidenti, quei ragazzi che stanno in un angolo, di quelli che è sempre così! Che quando li conosci sono ragazzi meravigliosi! Ci era voluto un po' per rompere il ghiaccio, con lui giocavamo a scacchi e gli insegnavamo qualche parola in italiano, era orgoglioso dei suoi successi di apprendimento! Si applicava molto e in pochi giorni conosceva già un sacco di parole, secondo me voleva dimostrare alla fidanzata che studiava lingue in città che anche lui era in grado di impararle pur non andando a scuola. Ci voleva bene Tuavina e gli piaceva stare con noi! Gli avevamo insegnato a giocare a briscola e sebbene non avesse mai capito veramente come giocare voleva sempre fare una partita. L'affinità divenne tale che a cena ci bastava un cenno perché Tuavina ci portasse il bis! A nessuno era concesso il bis! E grazie a questo qualcuno ebbe il coraggio di sedersi ancora vicino a noi.

Tuavina la mattina della nostra partenza era venuto apposta a salutarci con gli occhi pieni di nostalgia, ci salutammo con quel retrogusto a cui non vuoi credere. Nessuno è riuscito a dire addio... Ma tutti sapevamo che probabilmente non ci saremo mai più rivisti.

di Matteo de Zaiacomo

Info: ragnilecco.com

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