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TransLimes 2017: durante la prima salita della via 'Amman in Kashmir' Fiost Broq 5850 m (sviluppo 1300m, dislivello 950m, 6b/AI6X/ED+, Gian Luca Cavalli, Michele Focchi, Marcello Sanguineti 2017)
Fotografia di Gian Luca Cavalli / Michele Focchi / Marcello Sanguineti
TransLimes 2017: durante la prima salita della via 'Amman in Kashmir' Fiost Broq 5850 m, anticima di una vetta di con quota stimata di circa 6150m chiamiamo da Gian Luca Cavalli, Michele Focchi, Marcello Sanguineti 'Black Rock Broq'
Fotografia di Gian Luca Cavalli / Michele Focchi / Marcello Sanguineti
TransLimes 2017: ai piedi del Link Sar
Fotografia di Gian Luca Cavalli / Michele Focchi / Marcello Sanguineti
TransLimes 2017: zone dell'attività alpinistica
Fotografia di Gian Luca Cavalli / Michele Focchi / Marcello Sanguineti

TransLimes 2017: alpinismo, esplorazioni e aperture nel Karakoram occidentale

A fine luglio 2017 una spedizione internazionale composta da Daniele Nardi, Marcello Sanguineti, Tom Ballard, Kate Ballard, Gian Luca Cavalli, Cuan Coetzee, Michele Focchi e Pier Luigi Martini ha esplorato le valli Kondus e Kaberi nel Karakoram in Pakistan. Il report di Sanguineti delle nuove vie d'arrampicata aperte da lui insieme a Cavalli e Focchi.

In Karakoram esistono massicci poco noti o, addirittura, quasi inesplorati, che offrono obiettivi alpinistici estremamente interessanti. Fra questi vi sono le montagne delle valli Kondus e Kaberi, situate a NE della ben nota Valle Charakusa, alpinisticamente pressoché vergini e con numerose vette fra i 5900 e i 6500 metri di quota, alcune delle quali sfiorano o superano i 7000 metri. Quest’Eldorado dell’alpinismo si trova nel Gilgit - Baltistan, parte nell’antico Principato di Jammu e Kashmir, che attualmente è diviso e conteso far Pakistan, India e Cina. Dal 1947 la regione è teatro di conflitti e contrasti diplomatici, che hanno avuto e hanno tuttora conseguenze sostanziali sull’attività alpinistica, sotto forma di divieti di accesso a valli considerate dai militari "zone sensibili". Nel 2003 è stato dichiarato un "cessate il fuoco", fissando la "Actual Ground Position Line" (AGPL: "linea dell'effettiva posizione sul terreno") come nuova linea di demarcazione tra le due Nazioni, sebbene non riconosciuta come un vero e proprio confine internazionale. Le valli Kondus e Kaberi si trovano proprio nei pressi della AGPL.

La genesi del progetto alpinistico-esplorativo in quest’area risiede in anni di spedizioni effettuate in Pakistan da Daniele Nardi: anno dopo anno e a piccoli passi, ha atteso il momento opportuno e tessuto le giuste relazioni per ottenere il permesso di accesso. È con questa destinazione che a fine luglio Gian Luca Cavalli, Michele Focchi, Pier Luigi Martini, Tom Ballard, Kate Ballard, Cuan Coetzee, Daniele ed io ci imbarchiamo a Roma, con destinazione Islamabad. Il report completo della spedizione si trova sul numero di ottobre di Stile Alpino. In questo articolo descrivo l’attività alpinistica della cordata Cavalli - Focchi - Sanguineti.

Verso il Campo Base
Arrivati a Islamabad, dedichiamo un paio di giorni all’organizzazione logistica. Decidiamo di velocizzare i tempi e di raggiungere Skardu in aereo invece che via terra: ci riserviamo per il rientro l’esperienza della Karakoram Highway.

Il 31 luglio siamo finalmente pronti per partire con le jeep, alla volta delle montagne. Lasciamo Skardu e seguiamo dapprima le sponde dell'Indo, poi quelle del fiume Saltoro. Dopo aver superato vari posti di blocco, arriviamo nel punto chiave: la postazione militare di Karmanding, oltre la quale occorre passare per avere accesso alle alte valli Kondus e Kaberi. Siamo sotto il tiro di un buon numero di Kalashnikov AK-47 e di un mitragliatore MG, che fa capolino da una torretta. In questa zona la tensione con l’India è molto alta, essendo in prossimità della AGPL. Dopo 45 minuti di attesa, visione dei permessi e vari accordi, l’esercito pakistano ci lascia passare: tiriamo un respiro di sollievo…!

Campo base
Dopo un Campo Base (CB) provvisorio, a causa di una frana, allestiamo il CB ai margini della confluenza fra i ghiacciai Kondus e Kaberi. Subito notiamo che ci sono già alcune tende. Con sorpresa (e un po' di disappunto!) scopriamo che una spedizione americana è arrivata un paio di settimane prima di noi. Si tratta di Steve Swenson, Chris Wright e Graham Zimmerman. Facciamo subito amicizia; scambieremo spesso visite per un buon tè o caffè, durante le quali valuteremo insieme le condizioni della montagna.

Iniziano i giochi
Per Michele, Daniele e Tom la parte alpinistica inizia con una salita su roccia (Welcome to the Jungle, 950m, VI+/A0), su uno zoccolo che conduce a una struttura rocciosa a circa 4500m. La chiamano Scimitarra Rossa; si trova ai piedi di una big wall la cui vetta battezzano Alison Peak (circa 5600m). Non attaccano la big wall, anche perché non è l’obiettivo della spedizione. Nel frattempo, Gianluca ed io iniziamo l'acclimatazione, facendo trasporti di materiale per i campi alti che abbiamo in progetto di attrezzare sulla parete SE del Link Sar. L'idea è quella di tentare il Link Sar o, in alternativa, la montagna accanto, ancora senza nome, che raggiunge un’altezza di circa 6400m.

Cambi di programma
Gian Luca, Michele ed io dedichiamo la successiva giornata di riposo ad uno studio più approfondito della documentazione fotografica e delle pareti e ne parliamo con Steve, Chris e Graham. Ci rendiamo conto che la linea di salita che avevamo pensato per attrezzare il Campo 1 e tentare di aprire una via diversa da quella che hanno in mente gli americani - non prendiamo in considerazione di accodarci sulla linea individuata da loro! - è esposta a caduta di ghiaccio da un sistema di seracchi, che inizialmente non avevamo visualizzato bene. Le altre possibilità che avevamo studiato richiedono, probabilmente, più tempo di quello che abbiamo a disposizione. Di conseguenza, cambiamo i piani. "Why not to be greedy?!" - ho spesso detto a me stesso, cercando di puntare al massimo - ma, quando il tempo a disposizione scarseggia, è bene essere realisti e scegliere obiettivi ad esso proporzionati.

Decidiamo quindi di dedicarci a un gruppo di montagne senza nome a sinistra del Link Sar e del K6. La nostra decisione si rivelerà particolarmente azzeccata: neanche gli americani, che pure hanno iniziato le "manovre" sulla parete SE del Link Sar quasi tre settimane prima del nostro arrivo, riusciranno a scalarla. Anche Tom a Daniele cambiano programma: decidono di puntare alla meno complessa parete nord-est del Link Sar, dove effettueranno un tentativo.

Il campo alto
L’indomani saliamo a riprendere il materiale ai due depositi che avevamo approntato e lo riportiamo al CB. Il giorno ancora successivo attraversiamo il ghiacciaio fossile più a valle, per andare all’attacco di un canalone e, successivamente, dei ripidi pendii che danno accesso a uno dei tanti ghiacciai senza nome, che decidiamo di chiamare "Ghiacciaio Marta". Percorrendo quest’ultimo, prevediamo di attrezzare al suo margine il Campo Alto (CA). Ben presto il canalone è interrotto da enormi massi strapiombanti, che aggiriamo ai lati o scaliamo piazzando alcune corde fisse. Non abbiamo portatori e il peso dei nostri zaini è da incubo. Dopo 8 ore di salita infame e un’estenuante ricerca del percorso (da queste parti, i sentieri semplicemente non esistono…) bivacchiamo sotto un masso strapiombante, proprio quando inizia a piovere. L’indomani, in circa 6 ore risaliamo la morena e superiamo la seraccata soprastante, che conduce al pianoro glaciale situato a circa 4800 metri di quota. Qui approntiamo un deposito di materiale. Tutt’intorno si trova una vera e propria selva di pareti di roccia e ghiaccio, capaci di soddisfare gli appetiti famelici di varie spedizioni… Siamo i primi a mettere i piedi in questo circo glaciale e ne siamo entusiasti. Questo sì che è alpinismo esplorativo: si tratta di vette senza nome, tutte che aspettano una prima salita! Nessuna parete ha l’aspetto banale, anzi, tutte sembrano opporre serie difficoltà. Chissà se riusciremo a trovare una linea scalabile nelle brevi finestre di bel tempo concesse dal meteo, dopo aver studiato in dettaglio la documentazione fotografica… Inshallah, come si dice da queste parti...

Alcune giornate perturbate ci inchiodano al CB. Poi, finalmente, sembra che a breve arrivi una finestra di tempo buono. Decidiamo di approfittarne per risalire al deposito di materiale, allestire il CA e scalare almeno una delle linee che abbiamo individuato. Il 15 agosto partiamo dal CB. Questa volta, per velocizzare l'avvicinamento e completare il trasporto di materiale con un unico viaggio prendiamo alcuni portatori. Durante l‘ultima parte dell’avvicinamento il tempo peggiora. Scavare una piazzola decente nel ghiaccio per il CA (in pratica, una tenda da condividere in tre) richiede alcune ore. Finalmente, consumata la tristemente nota cena a base di liofilizzati, verso la mezzanotte ci infiliamo nei sacchi. L’indomani dormiamo fino a tarda mattinata e il pomeriggio saliamo a 4900 metri circa, individuando il punto in cui attaccare la prima via che abbiamo intenzione di aprire.

Fiost Broq (5850 m): via "Amman in Kashmir"
Il 17 agosto Gian Luca, Michele ed io partiamo dal CA alle 9 di sera e iniziamo a scalare la sezione di roccia, alla luce delle frontali: si tratta di numerosi tiri fino al VII grado su un pilastro roccioso, per accedere al ghiacciaio superiore. Quest’ultimo conduce a une sezione di ghiaccio pressoché verticale e alle creste terminali. Sulla parte di roccia scaliamo con un bel peso sulle spalle, visto che gli zaini contengono acqua, viveri, vestiti extra, fittoni da neve, ramponi, scarponi d’alta quota, viti da ghiaccio, ecc. ecc. Messo piede sul ghiacciaio superiore, un’imponente seraccata ci costringe a tiri atletici su creste glaciali affilate ed estremamente esili. Seguono pendii in cui occorre battere traccia in modo estenuante e aggirare le linee dei crepacci. Con le ultime luci arriviamo alla base della sezione su ghiaccio verticale e, purtroppo, inconsistente. Proteggersi è molto complesso; di conseguenza, quella parte richiede varie ore di scalata, di nuovo alla luce delle frontali. La scalata è molto psicologica, potendo fare affidamento solo su fittoni piantati a metà, corpi morti e viti da ghiaccio aleatorie. Verso l’una di notte, dopo circa 27 ore ininterrotte di scalata, sbuchiamo sulla cresta terminale, a circa 5850 meri. È fatta, siamo in vetta! In realtà, è fatta per modo di dire: ci aspettano una notte a quasi 6000 metri di quota, da sopportare senza materiale da bivacco (che non abbiamo portato per essere più leggeri e più veloci) e una lunga e complessa discesa. Con le piccozze scaviamo tre piazzole nel ghiaccio, una sotto l’altra (Gian Luca in alto, io in mezzo, Michele sotto - pure in ordine d’età!) e ci rassegniamo a trascorrere alcune ore battendo i denti.

La mattina rimettiamo insieme a fatica i pezzi dei nostri corpi, irrigiditi dal freddo, e cavalchiamo un’ulteriore cresta, di neve inconsistente ("cavalchiamo" in senso letterale, perché l‘unico modo per superarla senza farla crollare è procedere a cavallo, con varie centinaia di metri di vuoto a destra e a sinistra), per portarci su una parete rocciosa dalla quale iniziamo la discesa in doppia. Sono necessarie venti doppie su terreno complesso (accompagnate da 50 metri di risalita con prusik, per liberare una corda incastrata sopra uno strapiombo - maledizione!) e 16 ore per effettuare la discesa e ritornare al CA.

Nasce così la via "Amman in Kashmir" (sviluppo 1300m, dislivello 950m, 6b/AI6X/ED+), su una cima vergine che battezziamo "Fiost Broq" (5850m), anticima di una vetta di cui stimiamo la quota in circa 6150m e che chiamiamo "Black Rock Broq". Dal Ghiacciaio Marta, dove si trova il nostro CA, un meraviglioso e difficile spigolo di granito, per il quale scegliamo il nome "Spigolo Hotel Vesuvio", arriva direttamente su quest’ultima vetta. Chiamiamo "Elisa Broq" e "Mattia Broq", rispettivamente, le due punte della montagna che sovrasta il Fiost Broq. Alcuni dei nomi che abbiamo scelto sono un augurio per il futuro di questa regione, tormentata da decenni di tensioni e conflitti: in balti, la lingua tibetana parlata dalle popolazioni locali, "fiost", "amman" e "broq" significano, rispettivamente, "amicizia", "pace" e "cima".

Nella tenda del CA consumiamo la solita sbobba di cibi liofilizzati, arricchita da alcune fette di prosciutto crudo (yummhhh!!!), tagliate dal pezzo che Daniele ha provvidenzialmente portato dall’Italia e che ci contendiamo avidamente, con fare primitivo.

Punta Città di Biella (5050m): Via delle Poiane
Il giorno successivo, è sottinteso, si riposa! Purtroppo, però, nel pomeriggio dobbiamo già metterci all’opera: la finestra di bel tempo ha vita breve e vogliamo sfruttarla per un’altra "prima". Questa volta, l’obiettivo è una magnifica guglia di granito che si staglia sulla sinistra orografica e supera di poco i 5000 metri. Sarà una scalata su roccia pura, quindi prepariamo gli zaini abbondando con chiodi, nut, friend e "ferraglia" varia.

Il 21 mattina partiamo presto, decisi a chiudere la partita in giornata: portiamo ancora nelle ossa e nella mente i ricordi dell’infame bivacco di un paio di notti prima e non vogliamo farne un altro. Tiro dopo tiro, il meraviglioso granito di questa valle sospesa ci regala una via elegante su una struttura esteticissima, con difficoltà fino al 6b+ della scala francese… che, a 5000 metri di quota e con il "mazzo" dei giorni precedenti ancora non smaltito, non ci sembra una passeggiata. Battezziamo la vetta "Punta Città di Biella" e la via "Via delle Poiane" (450m, 6b+/TD+). Una serie di doppie ci deposita sul ghiacciaio e arriviamo alla tenda con le ultime luci.

Il 22 agosto vorremmo riposare al CA, ma non si può: il maltempo è in agguato. Siamo costretti ad alzarci presto, preparare gli zaini e iniziare la discesa, che ci depositerà al CB dopo circa 8 ore trascorse a districarci fra crepacci, seracchi, morene, canaloni, discese di corde fisse, vegetazione fitta e spinosa e ghiacciai fossili. Siamo pieni di una gioia incontenibile (oltre che di una sana stanchezza ...) per l'apertura di due vie su altrettante cime ancora inviolate. Decisamente esausti, pensiamo di meritare la torta che Ishaq e Hussein, i nostri "master chef" pakistani, ci preparano a cena, con tanto di dedica alle nostre salite!

Rientrati a Skardu e poi a Islamabad, questa volta lungo la Karakoram Highway, ci rimane qualche giorno libero prima del volo di rientro in Italia, che dedichiamo a un po' di… turismo relax!

Ringraziamenti
Maria Elena Martini, Pierluigi Martini e Roberta Fusco per l’organizzazione / Agenzia stampa DMTC di Marco del Checcolo / Agenzia Adventure Guide Pakistan di Alì Saltoro / Ambasciata Italiana in Pakistan / Ambasciata Pakistana a Roma / Fabio Zinanni di Saudi Airlines.

Sponsor e patrocini
Ciesse Outdoor / Ciesse Piumini / ItalyGlass / Karpos-Sportful / Wild Climb / Club Alpino Accademico Italiano (CAAI) / CAI Biella / Hotel Vesuvio Rapallo / Doc Rock Climbing Gear / Margutta che Frutta / Intermatica / Sport85 / DF Sport Specialist / Fitwell / LaScarpa / Montane / EPR Consulting / Galileo Energie / GM / Farmacia San Carlo / Sovendi / TravelLunch / SaudiAirlines / Emotion Centri Fitness Cavi & Sestri Levante / Rotary Valle Mosso / Lions Biella Valli Biellesi / Lanificio Botto Giuseppe / Boom Mental Drink.

Riassunto dell’attività alpinistica ed esplorativa
Scimitarra Rossa (circa 4500m): prima salita, con apertura di Welcome to the Jungle (950m, VI+/A0, TD+; Daniele, Michele e Tom).
Fiost Broq (5850m): prima salita, con apertura di Amman in Kashmir (sviluppo 1300m, dislivello 950m, 6b/AI6X/ED+; Gian Luca, Marcello e Michele).
Punta Città di Biella (5050m): prima salita, con apertura della via Via delle Poiane (450m, 6b+/TD+; Gian Luca, Marcello e Michele).
Link Sar (7041m), parete NE: tentativo fino a 5800m (Daniele e Tom). Nella parte finale (dai 5200m di C2 ai 5800m di C3): 14 tiri di corda con difficoltà WI5/M5/ED.
Esplorazione delle pareti sulla destra orografica del ghiacciaio originato dalla confluenza del Ghiacciaio Kaberi e del Ghiacciaio Kondus.
Monte Ulu (così battezzato; in lingua urdu "ulu" significa "gufo"; 5500m circa): scalata l’anticima di 5300m, al centro del ghiacciaio Kaberi (Cuan e Kate).

di Marcello Sanguineti (CAAI)

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