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Nives Meroi in vetta al K2
Fotografia di arch. Meroi
Romano Benet e Nives Meroi al campo intermedio dell'Everest la scorsa primavera.
Fotografia di arch. Meroi - Benet
Nives Meroi e Romano Benet a Courmayeur per la prima serata di Io sono le montagne che non ho salito.
Fotografia di Lorenzo Belfrond
Verso il Campo 2
Fotografia di arch. Meroi-Benet

Nives Meroi e Romano Benet: l'alpinismo, la vita e le dinamiche di coppia

di

Ripensando al percorso di Romano Benet e Nives Meroi, ai loro 14 Ottomila ma sopratutto al loro speciale stile di fare alpinismo che si incontra con la vita. Di Manuel Lugli.

Emilio Previtali ha pubblicato il 17 maggio un post su Facebook nel quale, con la sua usuale lucidità e capacità di scrittura, commenta la bella conclusione del “Percorso Ottomila” di Nives Meroi e Romano Benet. Condivido gran parte del suo scritto e quindi il mio commento potrebbe chiudersi con questa stringa: https://www.facebook.com/emilio.previtali/posts/10155316680741726. Vedi Previtali. Se continuo è perchè mi piacerebbe aggiungere qualche considerazione personale, che viene dalla profonda amicizia che mi lega a Nives e Romano e dalla fortuna di aver condiviso in passato alcune avventure con loro.

Ero con loro in quel magico 1994 al K2, quando per tre mesi siamo stati “prigionieri” dello spigolo nord del Qogir, o meglio del fiume Shaksgam, che col suo impetuoso scorrere blocca pressochè qualsiasi possibilità di fuga dalla montagna. Una spedizione difficile ma magica, che ha dato il via a una conoscenza divenuta in breve tempo una bella amicizia. E’ lì che ho visto in azione per la prima volta la loro forza tecnica e fisica, una forza resa esponenziale dalla loro intesa come cordata e come coppia. E’ lì che ho potuto apprezzare per la prima volta il loro rigore etico: niente ossigeno, niente portatori d’alta quota, corde fisse solo quando e se strettamente necessario. Quella volta, assieme all’amico Filippo Sala, altro alpinista di pianura come me, ma molto più forte, salirono l’ultimo tratto dello spigolo in stile alpino, senza nemmeno un spezzone di corda, su un terreno misto mai salito prima e con difficoltà decisamente sostenute. Raggiunsero verso il tramonto del 31 luglio – data fatidica per il K2 di 50 anni prima - gli 8.450 metri di quota, apparentemente a un passo dalla vetta del K2, ma in realtà separati da essa da un profondo vallone, cosa che gli impedì di metterci piede. Amen. Ma la forza di questa coppia di friulani tosti e rigorosi era ben chiara e stagliata verso il cielo come lo spigolo su cui salivano.

Da allora il loro stile, il loro rigore non li ha mai abbandonati; così come, pur condividendo negli anni spedizioni e salite con tanti amici, non è mai stata in discussione la loro indissolubile cordata. Solo il compianto Luca Vuerich ha pienamente condiviso tende, gioie e sofferenze di tante delle loro successive avventure; ma con Luca la loro era come una famiglia, pronta a dividersi onori e oneri, carezze e sberle delle montagne. Con gli altri alpinisti poteva esserci condivisione di fatiche e di qualche campo, la posa di qualche tratto di corda fissa, le cene e le ore d’ozio al campo base. Ma la salita ultima, quella che porta in vetta era affare loro e basta. Questo, in alcuni casi, ha portato qualcuno a considerare Nives e Romano troppo individualisti o “estranei” alle dinamiche del gruppo. Ma chi li conosce bene, sa che non si tratta di individualismo: è il loro modo di andare in montagna, soprattutto il momento della verità, quello della vetta, è solo loro, nel passo, nei pensieri, nell’assunzione dei rischi, nel fallimento e nel successo.

Per tanti anni ho organizzato professionalmente spedizioni e ho avuto modo di conoscere un gran numero di alpinisti, famosi e meno famosi. In pochi ho ritrovato la stessa capacità di “sentire” la montagna. L’istinto animale di Romano nel trovare la via – anche se con qualche brillante errore dovuto alle condizioni o alla sua proverbiale caparbietà – la determinazione inarrestabile di Nives, sono stati i motivi dominanti del loro andare in montagna. Pochi campi, montati e smontati, caricati sulle spalle in salita e in discesa, pochi metri di corda per i tratti più difficili, sono stati il loro stile.

Anche la fase della malattia di Romano è stata affrontata allo stesso modo: come una cordata indissolubile. Che non vuol dire essere sempre d’accordo, anzi. Nives e Romano discutono spesso in montagna – e non solo. Come tantissime coppie normali. Ma quando arriva il momento, sanno che la loro forza si amplifica nell’armonizzazione dei loro passi. Anche questo non vuol dire muoversi sempre insieme; diverse volte Romano ha preceduto Nives su qualche montagna, attendendola in vetta per parecchi minuti. Così come Nives ha atteso e sostenuto Romano in quell’incredibile odissea che è stata la discesa dal Kanchenjunga l’anno in cui Romano scoprì di essere gravemente ammalato.

Non esistono altre coppie nella storia dell’alpinismo che abbiano completato la salita dei 14 ottomila della Terra e questo è davvero un record. Anche in questo caso tanti altri alpinisti, pure meno blasonati, avrebbero predisposto una macchina di comunicazione massiccia, prima, durante e dopo la spedizione. Ma non loro. Non l’hanno mai fatto ed ero certo non l’avrebbero fatto nemmeno questa volta. Ora tanti “commentatori” e addetti ai lavori, che per anni li hanno snobbati, o alla meglio considerati degli originali, saliranno sul carro del vincitore, come sempre accade in Italia - qualcuno già lo fa. Ma questo fa parte del gioco e del mondo dell’alpinismo mediatico. Quello stesso in cui è lecito propagandare progetti fantascientifici su tutti i media possibili, tanto poi si fa sempre a tempo ad abbassare il tiro, incolpando la neve, il maltempo, i compagni fedifraghi, i portatori inaffidabili o le corde finite.

La filosofia dei nostri è sempre stata prima faccio e poi racconto. E proprio questa è forse la summa della loro montagna, pensata e vissuta per il piacere di salire, non di far conoscere agli altri la propria bravura. Che poi, paradossalmente, Nives - ma sempre di più anche Romano – è bravissima a raccontare. Chi ha assistito ad una delle loro conferenze, sa quanto bene riescano a trasmettere, con le immagini e le parole, le loro emozioni, paure, felicità, successi e insuccessi. Ma tutto quello che precede è avvolto da una sorta di pudore, di reticenza schiva e raccolta che forse non li proietterà nell’empireo di Facebook, Twitter e altri effimeri, ridondanti media, ma di certo ne sancisce la grandezza umana e alpinistica.

E adesso? Quali progetti potranno inventarsi Nives e Romano? Ancora non si sa, naturalmente, ma la “libertà” dagli ottomila non potrà che scatenare la loro fantasia su nuovi (o vecchi ?) progetti, che, se li conosco bene, saranno scomodi, complicati, lunghi e con poche probabilità di successo. Insomma, i progetti giusti per una coppia di friulani forti e caparbi come loro.

di Manuel Lugli

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