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Patrick Edlinger nel Verdon
Fotografia di
Patrick Berhault
Fotografia di Glènat Presse ®
Patrick Edlinger a Sport Roccia Arco 1986
Fotografia di www.fototonina.com
Patrick Bérhault durante la sua traversata delle Alpi dalla Slovenia al Mediterraneo. Partito il 26 agosto 2000, ha viaggiato per 167 giorni ed in totale ha percorso 141.863 m di dislivello positivo di cui 22.280 metri in parete...
Fotografia di Glènat Presse ®

Edlinger e Berhault la nuova arrampicata e il mito dei due Patrick

di

Patrick Edlinger e Patrick Berhault e la nascita della nuova arrampicata che poi diventerà 'sportiva', il ricordo di due climber mitici e della loro amicizia.

“Da un mese e mezzo eravamo entrambi immersi nel ritmo e nella libertà del nostro viaggio, con le sue arrampicate, le lunghe marce, le scoperte, gli incontri, le chiacchiere, la soddisfazione di condividere questo progetto... Così viviamo il distacco imminente, improvviso, ineluttabile, come una lacerazione. Una cosa che ci prende alla sprovvista. Per la prima volta dal giorno della partenza ci sentiamo con le spalle al muro, un po' a disagio, suscettibili. Acceleriamo sempre di più il passo, in silenzio, per finire ad un ritmo forsennato fino al Rifugio Sasc Furà. Bisogna pure che il nostro malumore si manifesti in qualche modo”.

Chi scrive è Patrick Berhault. Il suo compagno è quell'altro Patrick, che di cognome fa Edlinger. Sono francesi e insieme hanno scritto la grande storia della nuova arrampicata, quella nata a cavallo tra gli anni '70 e '80. Insomma, sono degli assoluti miti dell'arrampicata. Ed ora, o meglio in quel martedì 3 ottobre del 2000 in cui sono state scritte queste righe, dopo 38 giorni della loro traversata delle Alpi da est a ovest, hanno capito che è giunto il momento di separarsi. Sono davanti alla parete nord-est del Badile che si presenta corazzata dal ghiaccio: non è il terreno ideale per Edlinger, o almeno non lo è in quel momento. D'altra parte l'hanno sempre saputo che prima o poi sarebbe successo. Il progetto di attraversare tutte le Alpi, spostandosi solo a piedi o con gli sci e scalando 22 tra le sue cime più importanti e difficili, è di Berhault. Ed era già scritto che, da un certo punto in poi, avrebbe proseguito da solo o con altri compagni di cordata. Eppure - lo testimoniano le parole del diario di Berhault - è stata quasi un trauma quella separazione. In un mese e mezzo erano stati liberi di camminare, esplorare, arrampicare vivendo giorno per giorno un viaggio e un'avventura in cui si erano letteramente immersi, perdendo forse anche la cognizione del tempo. Forse erano anche ritornati un po' ragazzi.

Erano partiti dalla Slovenia con la scalata del Triglav, per poi affrontare in successione le Tre Cime di Lavaredo, la Civetta, la Marmolada, il Crozzon di Brenta, la Brenta Alta. Tutte per diverse vie, tutte difficili, tutte coinvolgenti. Come sulla Via attraverso il Pesce sulla Sud della Marmolada dove incappano in una bufera epica, di quelle che non dimentichi. Si mettono in salvo con una lunga sequenza di difficili calate in doppia: “E' finita!” annota nel diario Berhault “Ci guardiamo in faccia e scoppiamo a ridere, come due ragazzini che ne hanno appena combinata una, mantenendo una fiducia reciproca e un'intesa assolute. Che giornata! Che esperienza!”. E che bellezza verrebbe da aggiungere. Ma anche, che storia!, si nasconde in queste parole. Una storia (anche) personale, di amicizia oltre che di arrampicata. Una storia che nasce da lontano, alla fine degli anni '70. Proprio quando, chissà come e perché, anche nell'arrampicata o meglio nell'alpinismo, si facevano sempre più forti quei venti di cambiamento e “contro ogni ordine costituito” che in quegli anni facevano da colonna sonora al mondo.

In quel clima si incontrarono i nostri. Patrick Edlinger, classe 1960, è nato a Dax tra i Pirenei e l'Atlantico, eredita la passione per la montagna e l'alpinismo dai genitori, e già da giovanissimo inizia a scalare. Patrick Berhault è nato a Thiers nel 1957 e anche lui ben presto si accorge che è la montagna, e la sua natura, ciò che lo attira irresistibilmente. Il destino, dunque, non poteva che farli incontrare. Fu così che in quegli anni di rivoluzione e di figli dei fiori i due Patrick presero a scorazzare per montagne e falesie. Sono giovanissimi. Viaggiano in treno. Oppure in moto. Sono vagabondi come tutti i giovani di quegli anni. Sono assetati di scalate. E uno dei loro posti preferiti è il Monte Bianco. Qui il gioco è salire le vie più difficili partendo e tornando a Chamonix in giornata. Insomma, fanno appunto delle “grande courses”... ma dove normalmente gli altri impiegano più giorni loro se la sbrigano con impensabile velocità. Dal loro punto di vista non è nulla di eccezionale, semplicemente questo è il loro ritmo. Verrebbe da aggiungere, il loro divertimento. E' così infatti che trovano la loro felicità, che non ha bisogno di pubblicità o media.

Allo stesso tempo cominciano ad allenarsi. O meglio ad esplorare come allenarsi per essere più leggeri, più forti ma anche più flessibili. Per giocare al nuovo gioco dell'arrampicata, quello che parla di bellezza (del gesto) e di libertà (pardon di libera). Quella che, in contemporanea, si sta esplorando in tutto il mondo quasi fosse un bisogno dei tempi. Dalle Dolomiti alle valli dell'Orco e di Mello. Da Finale Ligure alle falesie francesi (appunto), passando per le scogliere britanniche e le pareti tedesche fino alla mitica Yosemite oltreoceano, il mondo dell'arrampicata stava esplorando nuove dimensioni. E, naturalmente, i nostri due Patrick erano in prima fila per sperimentare le visioni del futuro. E va detto che, sia l'uno che l'altro, si distinguevano per lo stile: la loro era un'arrampicata che si esprimeva come una danza sulla roccia, bellissima e stupefacente. Diventavano sempre più bravi e insieme sempre più consapevoli. Così, alle soglie degli anni '80, dopo quei 3 anni memorabili di arrampicata insieme, arrivò anche per loro il momento delle scelte. Edlinger scelse l'arrampicata in falesia, quella che di lì a poco sarà anche chiamata “sportiva”. Berhault rimase legato, come prospettiva, alla montagna, a quel suo alpinismo che però non disdegnava certo le pareti di bassa quota. Si può dire che lui guardava al tutto, prova ne è che già nel 1980 si avventura sugli Ottomila, sul Nanga Parbat. Un battesimo infelice, con annessi problemi fisici e di acclimatamento, ma che gli fu utile per quel futuro che lo vide in vetta allo Shisha Pangma (nel 1988) e sull'Everest (nel 2003). Nel frattempo realizza incredibili concatenamenti sul Monte Bianco. E restano pietre miliari le sue performance di arrampicata sportiva. Tipo la prima salita in libera, nel 1980 (!), della famosissima Pichenibule in Verdon, quella di La Haine (7c+) nel 1981 e Le Toit d'Auguste (8b+ nel 1986), entrambe nella sua falesia di La Turbie nell'assolato sud della Francia.

Berhault, insomma, coniugava la nuova arrampicata e insieme l'alpinismo (era guida alpina dal '90 e istruttore dell'ENSA) trasformandoli davvero in un unico grande progetto non solo di vita ma anche “artistico”. Non a caso a lui molti riconoscono l' “invenzione” della dance-escalade. E qui, proprio su questo termine, non può non rientrare in scena l'altro Patrick. E' del 1982 La Vie au bout des doigts. Dello stesso anno è Opéra Vertical. Due film con interprete Edlinger che sono un manifesto immortale, non solo di quella nuova arrampicata anni '80, ma anche e soprattutto della bellezza dell'arrampicata. Giusto per dire, La Vie au bout des doigts (nominato ai César 1984) è considerato il primo film di arrampicata sportiva. Opéra Vertical è un autentico sogno ma anche la prova che ciò che si cominciava timidamente ad immaginare in quegli anni era possibile. Per i nuovi arrampicatori di allora, Edlinger che scala senza corda e a piedi nudi sulla vertiginosa parete del Verdon è un'autentica illuminazione. C'è sempre un prima e un dopo. E il dopo, in questo caso, è la bellezza, la felicità e l'assoluta libertà di un'arrampicata che poteva bastare a se stessa anche oltre all'alpinismo. Perché Edlinger è davvero il sogno irraggiungibile: è come una sorta di Pelé o Maradona per i ragazzini che sognano di diventare calciatori. Tutti, almeno in quegli anni, abbiamo sognato Edlinger. E tutti abbiamo “studiato” i suoi metodi, i suoi suggerimenti e i suoi allenamenti per diventare più bravi e forti a scalare.

Arrampicare (Grimper), il suo libro, è stata la “bibbia” per molti. Chiaro, anche, che per tutti fosse una chimera irraggiungibile. Ma appunto Edlinger è come la cometa che indica la via, ti dice che è possibile, che qualcosa c'è anche oltre il sogno. Le sue vie di quegli anni - in cui tutti si esplorava, grado per grado, quanto ci si potesse spingere oltre le difficoltà conosciute – restano a testimoniarlo. Come il suo capolavoro: quella Ceuse che ancora adesso è meta dei più forti arrampicatori e parte del futuro dell'arrampicata. Ecco, lui seppe vederla quasi trent'anni fa quella parete. Seppe tracciare vie che ancora adesso sono un esempio.

Va detto che fu anche un protagonista delle prime gare. Edlinger, infatti, vinse la combinata di Bardonecchia ed Arco nel 1986 e fu vincitore ex-aequo con Stefan Glowacz al Rock Master del 1988. Era un campione anche in gara ma presto si ritirò. Forse (anche) perché, prima di scendere in campo, aveva aderito a quel manifesto contro le gare a cui aderirono praticamente tutti i migliori climber francesi dell'epoca. Erano 19 i firmatari, tra questi solo Berhault non si mise mai il pettorale... Appunto, ancora l'altro Patrick, l'altro mito dell'arrampicata francese. E' per questo che quella prima cordata dell'immensa traversata dalle Alpi, pensata e portata a termine da Berhault, ci sembra il modo migliore per ricordarli. Perché quella cordata, in fondo, rappresenta un po' il simbolo di un'evoluzione partita quasi 40 anni fa. Unisce la moderna arrampicata sportiva ma anche il suo influsso sull'alpinismo.

Berhault ci ha lasciati una mattina del 28 aprile 2004 precipitando durante l'ascensione del Täschhorn, nel massiccio del Mischabel (Canton Vallese). Stava tentando un'altra mitica traversata delle Alpi, quella che unisce tutte le 82 vette oltre i 4000 metri.

“Era quel tipo di persona che ha una certa aura, una forza interiore che ti fa stare bene. Questo è molto importante e molto raro nella vita”. Così lo ricordava Edlinger. Lui, l'altro Patrick, l'altra parte del mito, ci ha lasciati il 16 novembre 2012: ha trovato la morte in un bruttissimo venerdì nella sua casa di La Palud-sur-Verdon. A noi rimane il ricordo dell'inarrivabile arrampicata dei due Patrick.

di Vinicio Stefanello

pubblicato su Il Manifesto In Movimento (maggio 2017)

VIDEO: Patrick Edlinger ricorda Patrick Berhault

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