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Simon Anthamatten con sullo sfondo il Jasemba
Photo by Samuel Anthamatten
Simon Anthamatten sul Tengkampoche
Photo by Ueli Steck
Simon Anthamatten in azione
Photo by Samuel Anthamatten
Simon Anthamatten ai piedi dello Jasemba
Photo by Samuel Anthamatten
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Intervista a Simon Anthamatten

08.01.2010 di Ellade Ossola

Ellade Ossola intervista l'alpinista e guida alpina svizzero Simon Anthamatten protagonista negli ultimi anni di importanti salite ma anche di scelte che hanno le loro radici nella volontà di mantenere il proprio alpinismo “indipendente”.

«Se decidessi di puntare ancora di più sulla mia immagine, sul marketing potrei già vivere delle mie spedizioni, ma non è ciò che voglio. Sono nato e vivo ancora oggi a Zermatt e mi sento soprattutto una guida alpina. Ho un profondo legame con questa professione che esercito regolarmente». Questo è Simon Anthamatten.

Ventisei anni, cresciuto all’ombra del Cervino, e proiettato sulle maggiori montagne del mondo da una passione divorante e da un talento riconosciuto a livello mondiale. Con il fratello Samuel o con altri compagni (tra cui il fortissimo Ueli Steck) ha compiuto salite  il cui valore ha presto fatto il giro del mondo alpinistico: ricorderemo solo l’ultima, lungo la parete sud dello Jasemba (7.350 metri), con il fratello e Michael Lerjen; o la salita alla parete nord del Tengkampoche (6.500 metri, anch’essa in Nepal), con Steck, che gli è valsa il Piolet d’or 2009, una specie di Premio Oscar dell’alpinismo; o la serie di salite durissime nel gruppo del Fitz Roy, in Patagonia.

Ma ricorderemo anche un aspetto del suo alpinismo meno scontato in un panorama non sempre edificante: nel 2008, ancora con Steck abbandonò la salita dell’Annapurna 8.091 metri), per tentare di soccorrere due alpinisti bloccati sulla stessa montagna (tentativo riconosciuto con il Prix courage); e poche settimane fa, fresco dell’impresa sullo Jasemba, è tornato precipitosamente in Himalaya per partecipare al salvataggio (non riuscito) del fortissimo Thomas Humar, caduto durante una salita solitaria sulla parete sud del Langfang Lirung (7.300 metri).

Ecco, a uno così si può ben credere quando dice che «gli sponsor sono fondamentali, ma è  anche importante riuscire a mantenere una certa indipendenza. Quando sei in parete devi prendere delle decisioni dalle quali dipende la tua sicurezza, devi essere obiettivo senza subire pressioni, ad esempio dagli sponsor. Nel mio caso non ho nessun problema in questo senso perché ho un rapporto eccellente con i miei sponsor. Voglio rimanere indipendente ed è per questo che sono diventato una guida alpina. Quando ho voglia di lavorare, lavoro, quando voglio riposarmi lo faccio ... è importante».



Il Cervino è un simbolo universalmente noto, che cosa rappresenta questa montagna per un alpinista che vive ai suoi piedi?
«Il Cervino è per me sinomino di casa, di luogo d’origine. Sono nato qui ed ho un profondo rispetto per questa montagna. L’ho già scalato 85 volte, è una montagna straordinaria con vie facili, altre difficili. Ce ne sono per tutti i gusti. Per rispetto intendo dire che anche se vivo ai piedi del Cervino, non lo salgo ogni giorno né a ogni costo ma solo quando le condizioni sono perfette. L’ascensione del Cervino non è una passeggiata, bisogna rispettarlo».

Come è nata la salita sprint del Cervino in solo due ore e 33 minuti (ritorno compreso), di qualche anno fa?
«È stata un’avventura tra amici: Michi Lerjen, che ha partecipato anche alla spedizione allo Jasemba ed io. Da tre giorni eravamo chiusi in capanna a causa del vento. Fuori il tempo era stupendo ma purtroppo vi era un vento pazzesco che ci impediva di salire con i nostri clienti sul Cervino. Dopo due giorni in capanna, la sera abbiamo fatto festa, e il giorno successivoci siamo svegliati alle quattro e abbiamo dovuto comunicare ai nostri clienti che le condizioni meteo non era migliorate e che quindi era impossibile salire. Alle nove ho detto a Michi “forza andiamo solo io e te, ci proviamo anche se c’è vento”. Così siamo partiti e ci siamo subito resi conto che stavano avanzando molto velocemente. Non c’era nessuno sulla parete a causa del vento e quindi la nostra salita non era rallentata da altri alpinisti. Ma devo dire che il tutto è stato abbastanza casuale».

È un caso che Simon Anthamatten sia titolare della salita più veloce al Cervino, e che Ueli Steck detenga invece la salita più veloce alla nord dell’Eiger?
«Il nonno di Michi Lerjen deteneva il vecchio record, che durava da 30 anni. Quando abbiamo iniziato la nostra salita abbiamo pensato a questo, anche perché il nonno di Michi ci prendeva in giro quando gli raccontavamo le nostre esperienze in montagna; ci teneva insomma a sottolineare come il record sul Cervino appartenesse ancora a lui. Quanto al resto, noi siamo vallesani ed abbiamo stabilito il record sul Cervino, Ueli Steck è bernese ed ha fatto la stessa cosa sull’Eiger, la “sua” montagna. Credo che sia un fatto abbastanza normale nell’evoluzione dell’alpinismo. C’è una montagna che conosci meglio di altre, inizi quasi per gioco, fai una scommessa e poi ti rendi conto che sei stato velocissimo e che hai stabilito un record. Non ci vuole molta dietrologia, noi ci siamo riusciti al Cervino e Ueli lo ha fatto sull’Eiger». 

Ueli Steck è stato il compagno di molte spedizioni; tuo fratello Samuel ti ha accompagnato in altri progetti. Come muta il rapporto quando all’altro capo della corda c’è un fratello di sangue?
«Mio fratello ed io siamo molto simili, ci conosciamo alla perfezione, spesso non abbiamo bisogno di parlare; e questo è un vantaggio, una condizione fondamentale quando sei in parete. Con Ueli  la situazione è simile, ma abbiamo dovuto lavorare per raggiungere questo feeling. Quando abbiamo deciso di partire per la prima spedizione comune ci siamo allenati per quattro settimane proprio per imparare a conoscerci, per cercare questi meccanismi naturali. Con il tuo compagno di cordata tutto deve funzionare senza intoppi, non vi è nessuna altra possibilità  altrimenti il rischio di incidente è troppo alto.
Quando mio fratello affronta in parete un passaggio pericoloso mi preoccupo di più: siamo fratelli di sangue. Quando la stessa situazione si presenta con Ueli Steck mi dico “Ueli sa cosa deve fare e se dovesse cadere sono cavoli suoi ...”. Non fraintendere: non dico che quando scali una montagna con un amico te ne freghi e quando lo fai con tuo fratello ti impegni. No, non è così… cerchi di evitare la caduta in ogni caso, però è chiaro che quando sono con mio fratello sono un po’ più preoccupato ma credo sia una reazione normale».   

Quando sei in parete con tuo fratello ti senti più sicuro. Significa allora che osi di più?
«È esattamente il contrario. Quando sono con mio fratello mi dico sempre: “Per favore non cadere, fai attenzione”; quando sono con Ueli invece mi ripeto che Ueli sa come deve comportarsi e ha la situazione in mano. Quando sono in montagna con mio fratello vivo sensazioni contrastanti perché temo che possa accadere un incidente. Puoi avere paura anche quando ti trovi in parete con un amico, ma è minore».

Come vive vostra madre la condizione di avere tre figli fuori dal comune: tu e Samuel alpinisti estremi, e Martin uno degli atleti più forti a livello mondiale nello scialpinismo?
«Abbiamo anche una sorellina più giovane che è “normale”... È chiaro che per nostra madre non è la cosa più semplice gestire tre figli sempre in giro per il mondo; ma credo che il tutto fosse molto più difficile da accettare in passato, all’inizio delle nostre avventure. Io ho completato la formazione di guida alpina, Samuel lo sta facendo, e anche lei ha capito che ci prepariamo in modo professionale, che non improvvisiamo nulla. È altrettanto chiaro che quando partiamo per due mesi in Nepal per scalare montagne che nessuno ha mai salito, lei si preoccupa. Ma abbiamo un ottimo rapporto, parliamo molto e credo che sia fondamentale. Nostra madre ha capito che il rischio estremo non ci interessa, che anche noi vogliamo tornare a casa sani e salvi».

Il rischio estremo non vi interessa, ma allora dove corre la distinzione tra “rischio accettabile” e “rischio pericoloso”?
«Penso che in montagna siano due i fattori importanti: bisogna innanzitutto essere realisti. Quando sono in parete non penso alla mia famiglia, alla mia compagna, ai miei amici: penso alla montagna e a ciò che sto facendo in quel momento e basta. Devo calcolare il rischio, decidere cosa/come fare, pensare al compagno di cordata, alla meteo. Devo occuparmi di ogni minimo dettaglio, non posso lasciare nulla al caso. Il secondo fattore è la pancia: se il mattino mi alzo e non ho buone sensazioni, è bene che lasci perdere. Se uno di questi due fattori suggerisce di fermarsi bisogna avere il coraggio di rinunciare. Io, perlomeno, faccio così. Sono talvolta decisioni difficili ma necessarie, che l’esperienza maturata in parete aiuta a prendere».

Ulrich Inderbinen è stato una figura storica per l’alpinismo vallesano, fino alla sua morte, nel 2004, a 104 anni. Che cosa ha rappresentato per la nuove generazioni di guide alpine di Zermatt?
«Tutti a Zermatt conoscevano Ulrich Inderbinen. Morire a 104 anni è naturalmente l’obiettivo di ogni alpinista... si dice sempre che sarebbe bello se tutti gli alpinisti potessero morire nel proprio letto ma non è sempre così. A Zermatt ci sono altre guide molto anziane; per noi giovani sono persone importanti, perché ogni tanto ci fanno tornare con i piedi per terra. Si congratulano con noi per gli exploit alpinistici, ma poi ci pregano sempre di fare attenzione, di non rischiare troppo, di rispettare sempre la montagna. È importante che ognuno possa far passare le sue idee anche se magari sono differenti dalle nostre. In ogni caso personalmente ho un profondo rispetto per le guide più anziane».

Dici di voler proseguire la tua professione di guida alpina parallelamente a quella di alpinista estremo. Ma un’altra attività per te molto importante è il soccorso in montagna. Recentemente hai preso parte al tentativo si salvataggio di Thomas Humar, in Himalaya; e nel 2008 hai ricevuto con Steck il Prix Courage per un altro tentativo di salvataggio dell’alpinista basco Inaki Ochoa - purtroppo vano - sull’Annapurna. È una dimensione anche questa del tuo alpinismo?
«Tre anni fa ho completato la mia formazioni di guida alpina, e un anno fa quella di specialista del soccorso in montagna. È una attività che mi interessa molto, pensando anche al mio futuro. Quando non avrò più la forza per affrontare vie difficili, lavorerò molto più come guida alpina e mi occuperò di socccorso alpino. È incredibile quante cose puoi imparare quando soccorri un alpinista in difficoltà. Ogni incidente mostra che si è sbagliato qualcosa. Forse si è rischiato troppo, forse c’è stato un altro problema. È un mestiere duro, che ti ricorda ancora una volta come la montagna non sia un parco giochi, ma un terreno che richiede capacità e serietà nell’affrontarlo».

Intervista di Ellade Ossola

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