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Tomaz Humar
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Photo by Thomas Humar
Tomaz Humar
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nella tempesta di vento
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Photo by Tomaz Humar
Tomaz Humar quasi in vetta all'Annapurna, sullo sfondo Dhaulagiri e Niligiri
Tomaz Humar quasi in vetta all'Annapurna, sullo sfondo Dhaulagiri e Niligiri
Photo by Tomaz Humar
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Tomaz Humar, ritrovato il corpo senza vita

14.11.2009 di PlanetMountain

Questa mattina alle ore 5,25 italiane il corpo privo di vita dell'alpinista sloveno Tomasz Humar è stato recuperato a quota 5600m sulla parete sud del Langtang Lirung (7.230m, Nepal) da un elicottero con a bordo un team di soccorso composto dagli svizzeri Robert Andenmatten e Simon Anthmatten (Air Zermatt) e dagli italiani Oskar Piazza e Angelo Giovanetti. Tomasz Humar, considerato uno dei più forti alpinisti del mondo, aveva 40 anni, lascia la moglie e due figli.

Tutte le speranze sono svanite: il corpo di Tomaz Humar è stato recuperato privo di vita a 5600m sulla parete sud del Langtang Lirung. Se n'è andato così, mentre tentava un'altra delle sue molte avventure solitarie, l'alpinista sloveno che nel 1999 stupì tutto il mondo proprio con una solitaria, quella sull'inviolata e terribile parete sud del Dhaulagiri (8.167m). Fu un'impresa enorme, di quelle destinate a lasciare un segno indelebile nella storia dell'alpinismo. Non a caso all'inizio del nuovo millennio Humar divenne il riferimento per l'alpinismo di punta himalayano, un ruolo e un'investitura che gli furono riconosciute anche da Reinhold Messner. Non bisogna però scordare che, oltre a questa punta assoluta, Humar aveva anche messo la firma (con Vanja Furlan) su una via nuova all'Ama Dablam poi premiata con il Piolet d'or 1996. E, ancora, che nel 2007 riuscì nella solitaria della parete sud dell'Annapurna. Ma anche che, sempre nell'anno del suo grande Dhaulagiri, superò con 15 giorni di scalata solitaria i 1300 metri di Reticent Wall su El Capitan nella Yosemite Valley. Senza contare la tragica e difficile salita del Nuptse nel 1997 in cui il suo compagno e amico Janez Jeglic scomparve sulla cima, probabilmente spazzato via dal vento. L'elenco potrebbe essere ancora lungo. Potrebbe comprendere per esempio anche il suo salvataggio nel 2005 da parte di un elicottero dell'esercito pakistano mentre tentava una solitaria sul Nanga Parbat. Un episodio per il quale il mondo dell'alpinismo non gli risparmiò certo critiche e polemiche. Quel che è certo è che Tomaz Humar è stato un uomo e un alpinista che non si è mai tirato indietro, ha sempre cercato di andare al massimo e di dare il massimo. Era un uomo forte Humar, uno che credeva fermamente in quello che faceva. Quando nel 2007 gli chiedemmo di rispondere alle polemiche sorte dopo la sua solitaria sull'Annapurna, che per molti era una ripetizione e non una nuova via, lui non volle entrare nel merito ma si limitò a ripeterci che quella era una salita che aveva fatto “per la sua anima”.


IN MORTE DI TOMAZ HUMAR di Manuel Lugli

Le cattive notizie viaggiano, come sempre, veloci. Quella di Tomaz Humar, ferito e bloccato attorno ai 6.000 metri da qualche parte sul Langtang Lirung, scorbutico bestione di 7.230 metri del Langtang, vicino al confine tibetano, è di quelle che colpiscono. Il forte alpinista sloveno, impegnato in una salita solitaria sulla parete sud della montagna, aveva lanciato un SOS il 9 novembre, fornendo ,a quanto pare, pochi dettagli sulla sua posizione e rendendo così ancora più problematico l’eventuale soccorso. In effetti i primi tentativi messi in atto dagli sherpa dell’agenzia Asian Trekking, che avevano raggiunto la quota dove si pensava che Humar fosse, non avevano dato esito. Da alcuni giorni l’alpinista sloveno, dopo le prime telefonate, non dava più notizie di sé. Gli amici in Slovenia, con l’immediato aiuto dell’Air Zermatt, che già era intervenuta in suo soccorso al Nanga Parbat, avevano messo in piedi con grande velocità una squadra di soccorso che aveva raggiunto ieri il Nepal a aveva preparato subito  un primo tentativo con l’elicottero, tempo permettendo.

La situazione era dunque molto drammatica ma ieri mattina ci si era accesa una lampadina in testa: i nostri amici Oskar Piazza e Angelo Giovanetti si trovavano esattamente in Langtang per una salita su una cima abbastanza vicina. Erano lì da qualche settimana e anzi stavano cominciando a pensare al ritorno. Piazza e Giovanetti sono due himalayisti esperti e di lungo corso, oltre ad essere guide alpine; Oskar Piazza poi è istruttore e tecnico di elisoccorso e dirigente di alto livello del Corpo Nazionale Soccorso Alpino. Fatto ancora più importante, erano già perfettamente allenati ed acclimatati per operare in quota. Li abbiamo dunque contattati ed informati della situazione e i due alpinisti si sono messi a disposizione per collaborare al soccorso assieme agli svizzeri. Abbiamo, tramite gli amici di Planetmountain, contattato anche Menno Boermans dell’Air Zermatt ed informato della possibilità di aggregare Piazza e Giovanetti alla squadra, ottenendo un riscontro positivo. Nell’ultima telefonata ricevuta ieri, Oskar ci informava che stamattina presto, sempre che il tempo lo consentisse, lui e Giovanetti sarebbero saliti a bordo dell’elicottero per il sopralluogo e l’eventuale tentativo di soccorso.

L’incertezza, come sempre in Himalaya, era d’obbligo: il clima, le difficoltà, i pericoli oggettivi sono varibili di gran peso. In più qui vi era l’incertezza della posizione di Humar sulla montagna, dettaglio non da poco. Però se qualche speranza di successo c’era, questa era sicuramente in mani più che esperte e capaci. Come per lo sfortunato spagnolo Oscar Perez, scomparso al Latok II ad agosto, anche in questo caso al soccorso partecipavano alpinisti giunti dall’Europa ed alpinisti già presenti in loco. Questi ultimi, crediamo, costituivano forse l’unico elemento che, al di là della ovvia solidarietà alpinistica ed umana, poteva dare un senso – ed una qualche probabilità di successo - ad un tentativo così difficile.

Stamattina alle 5.25 italiane abbiamo ricevuto una telefonata da Oskar Piazza. Avevano raggiunto Humar dopo pochi minuti di volo e l’avevano recuperato, putroppo privo di vita.
Con una seconda telefonata più tardi, Oskar ci dava qualche dettaglio sull’operazione.
“Siamo partiti in elicottero assieme agli svizzeri Robert Andenmatten e Simon Anthmatten attorno alle 7 locali. Dopo circa quindici minuti di volo abbiamo individuato Humar sulla parete sud. Con una calata col baricentrico abbiamo fatto scendere Simon – il più leggero di noi, condizione essenziale per operare in quota - che ha raggiunto Humar. Qui purtroppo non ha potuto far altro che constatarne la morte, probabilmente per sfinimento e assideramento. Simon ha imbragato il corpo di Tomaz quindi  l’abbiamo recuperato e portato all’aeroporto del villaggio di Kyanjingompa. Poi l’elicottero è tornato a riprendere Simon. All’aeroporto, tra le persone in attesa, c’erano il medico che spesso seguiva Tomaz in spedizione e la sua compagna. E’ stato un momento davvero tristissimo ed abbiamo del nostro meglio per confortarle, anche se ben poco contano le parole. La polizia ha poi autorizzato il trasporto del corpo di Humar a Kathmandu”.*

Dunque si conclude nel modo più tragico questo ennesimo incidente in alta quota, uno dei tanti che in questo 2009 hanno segnato l’alpinismo internazionale. Michele Fait, Serguei Samoilov, Cristina Castagna, Roby Piantoni, Oscar Perez, Franc Oderlap, Wolfgang Kolblinger, Go Mi Sun, Denny Verhoeve, Giuseppe Antonelli, per fare alcuni nomi degli alpinisti che hanno perso la vita sulle montagne d’Himalaya e Karakorum dalla primavera ad oggi.

Come abbiamo ripetuto molte volte, il numero degli incidenti mortali rapportato a quello degli alpinisti che si cimentano nelle salite in alta quota, non è certo abnorme. E chi affronta salite himalayane sa bene quali siano i rischi connessi con questo tipo di alpinismo.   Ma i freddi dati statistici non spiegano nulla della passione, della nostalgia, dell’euforia, della solitudine, della paura, della gioia, della fatica, del dolore, del freddo. Di quei sentimenti che si agitano in chi insegue il proprio fiato sui pendii di qualche montagna, a sei, sette, ottomila metri.

Paolo Rumiz, con cui discutevamo ieri sera della situazione di Humar, senza ancora sapere del tragico esito, si chiedeva cosa spinge un uomo che ha superato i suoi anni giovanili, anni in cui la sfida con sé stessi e con gli altri - quella sfida che forma il corpo e lo spirito - è al suo apogeo, a continuare a mettersi alla prova.  Quali movimenti magmatici continuano a spingere dentro gli alpinisti anche più esperti e, per così dire, non giovanissimi – Humar aveva quarant’anni – tanto da portarli a rischiare la vita su vie e montagne a volte note solo a pochi addetti ai lavori – il Langtang Lirung è una di queste.  La domanda potrebbe avere una risposta diversa per ognuno degli alpinisti a cui venisse posta; ma alla base di tutte credo si potrebbe sentire il profumo del sentimento irrinunciabile per qualsiasi essere umano: la libertà.

Di pensare e di agire, di scegliere come vivere. Ed eventualmente morire, anche se  nessun alpinista che ho conosciuto ha mai pensato seriamente che potesse toccare a lui e quindi non si può certo parlare di “scelta”, ma tutt’al più di eventualità. Nessuno lascerebbe a casa mogli, mariti, figli, genitori se davvero pensasse di poter non tornare. Chi parte per la montagna, seppur difficile, non parte per la guerra, anzi, parte per la pace, la sua propria speciale pace. D’altronde la lotta con l’Alpe dovrebbe essere finita da un po’ di tempo.

Ma la libertà dell’alpinista è in qualche modo sempre individuale ed egoistica, prevede al massimo i compagni di salita ma non contempla mai il parentado, se non, spesso, quando è troppo tardi. E’ una libertà totalizzante che non prevede – non consente - molti altri ambiti della conoscenza e dell’azione che non siano quelli della salita in montagna. Non sto facendo, intendiamoci, un’apologia della prudenza tout court o un pistolotto in difesa della famiglia. Figurarsi.  Ma complice l’età, l’esperienza personale nel campo, le tante parole scambiate con alpinisti di tutti i calibri in questi anni - e certamente un talento alpinistico modesto che ha sviluppato maggiormente la mia parte critica  più che i gradi – credo che troppo spesso la libertà apparente della salita, alteri orizzonti molto più ampi, affetti molto più profondi, conoscenze molto più alte di quanto ognuno possa immaginare.

Manuel Lugli
www.nodoinfinito.com


* Precisazione di Manuel Lugli del 17/11/2009:
"A parziale rettifica di quanto scritto riguardo le modalità del tentato soccorso a Tomaz Humar avvenuto sabato scorso ad opera del team di Air Zermatt in collaborazione con le autorità nepalesi,  vorrei chiarire che Oskar Piazza ed Angelo Giovanetti, come giustamente fattomi notare da Menno Boermans di Air Zermatt, non sono saliti sull’elicottero assieme agli altri membri - il pilota Sabin Basnyat, il copilota Robert Andenmatten, il team leader Bruno Jelk ed il soccorritore Simon Anthamatten - ma sono rimasti a disposizione all’aeroporto di Kyanjingompa, pronti, dato il loro buon acclimatamento, a prendere parte al lavoro per l’eventuale recupero, se fosse stato necessario dopo il volo di ricognizione dell’elicottero. Purtroppo la qualità della comunicazione telefonica (avvenuta in due momenti, alle 5.23 ed alle 10,20 del mattino di sabato) e la descrizione dettagliata fornita da Oskar Piazza dopo il recupero dello sfortunato alpinista sloveno, mi hanno indotto in errore, facendomi pensare che gli alpinisti italiani avessero preso parte direttamente al recupero.

Purtroppo in queste situazioni la concitazione e comunicazioni quasi sempre difficoltose, possono provocare fraintendimenti ed errori e questo è stato il caso.
Mi scuso con il team di Air Zermatt, con Oskar Piazza ed Angelo Giovanetti e con i lettori tutti."

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