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Federica Mingolla sul passo chiave di Sturm und Drang alla Torre Staccata, Becco di Valsoera
Fotografia di archivio Federica Mingolla
Federica Mingolla sul traverso su Rurp, sulla via Sturm und Drang alla Torre Staccata, Becco di Valsoera
Fotografia di archivio Federica Mingolla
Federica Mingolla e Andrea Migliano, selfie su Sturm und Drang alla Torre Staccata, Becco di Valsoera
Fotografia di archivio Federica Mingolla
La straordinaria Torre Staccata di Sturm und Drang, con le vie Filo a Piombo e Cavalieri Mellano Perego
Fotografia di archivio Andrea Giorda

Federica Mingolla a-vista su Sturm und Drang al Becco di Valsoera

di

Federica Mingolla effettua la prima a-vista, e probabile anche la prima libera, della via d'arrampicata Sturm und Drang alla Torre Staccata del Becco di Valsoera (Gruppo del Gran Paradiso). Il report della climber torinese ed il ricordo di Andrea Giorda che, insieme a Sandro Zuccon, ha aperto questa bella e difficile via nel 1983.

Tutto è iniziato dall’entusiasmo di Andrea nel raccontarmi di questa via aperta da lui e Sandro Zuccon… tanti anni fa nel 1983/84! Sentire le sue parole che descrivevano alla perfezione lo stile con cui Sturm und Drang era stata aperta (chiodi, nut e poco altro) mi aveva fatto sorgere una certa curiosità nel provare a salirla. Poi quando ha aggiunto che il tiro chiave era un probabile 7c passato per ora solo in artificiale e forse non ancora superato in arrampicata sportiva, sicuramente non a-vista, la curiosità mi è salita alle stelle e ho deciso che sarei andata a provarla! Nel frattempo passa un po’di tempo e io vado in Marmolada a ripetere la famosa via Attraverso il Pesce e poi torno a casa, la valle dell’Orco.

Convinco il mio amico Andrea Migliano del rifugio Mila a Ceresole Reale ad accompagnarmi in questa avventura e lui entusiasta (soprattutto per essersi preso un giorno di pausa dal lavoro) mi segue volentieri. Con la relazione in mano arriviamo alla base della parete e iniziamo a scalare seguendo fedelmente la descrizione dei tiri che tenevamo sempre a portata di mano, sapendo che sarebbe bastato poco per perderci.

Ad aumentare la probabilità di perdere la retta via arrivano anche le nuvole che ci coprono il panorama e ci permettono a mala pena di vedere il tiro successivo. Comunque non ci scoraggiamo e arriviamo senza tanti problemi alla fine del diedro di 6c e all’attacco del tiro chiave. Fin lì tutto era filato liscio, i chiodi e le protezioni da noi messe mi avevano dato fiducia e non avevo ancora usato il martello che mi portavo dietro attaccato all’imbrago, nemmeno per le soste.

Ed eccoci al dunque, Andrea mi ha chiesto di paragonare questa lunghezza a quella più difficile del Pesce. Una data 7c e l’altra 7b+, una su granito compattissimo e l’altra su calcare a buchi. Penso che l’unica cosa che li accomuna sia la tipologia di chiodatura usata, quindi chiodi non troppo buoni e passaggi difficili alternati a buoni riposi. Bellissimi entrambi, non riesco a fare una valutazione oggettiva del grado, se una è più difficile dell’altra o meno… l’unica cosa che posso dire è che devi avere un bel livello nelle braccia per goderti la scalata.

Andrea ha affrontato questa parete con Zuccon quando io non ero ancora nata e sicuramente con del materiale che oggi verrebbe considerato obsoleto e poco sicuro, non riesco a immaginare il coraggio e la grinta che avevano in corpo quei ventenni….non posso paragonarmi a loro e mai lo farò.

Quello che ho fatto io è stato realizzare l’ultimo capitolo del sogno di Andrea, scalare in libera e a-vista questa straordinaria parete, mantenendo fede allo stile originale, severo e senza compromessi. Grazie di tutto!

di Federica Mingolla


UN PESCE SUL VALSOERA: L'ULTIMO CAPITOLO DI STURM UND DRANG

Venerdì sera 19 agosto 2016, un messaggio vocale di Federica Mingolla diceva “Andre, la tua via ha ora una ripetizione in libera e a vista, bellissima”. Sono passati 33anni da quando Sandro Zuccon ed io scalammo la parete più ostica della Torre Staccata del Becco di Valsoera. I nostri miti erano Royal Robbins, Chuck Pratt eroi maschili brutti sporchi e cattivi! Ora una ragazzina bionda, di 21 anni, che non sfigurerebbe in una rivista di moda mi diceva che aveva concluso il ciclo della nostra avventura, facendo quello che non era riuscito a tanti scalatori con attributi virili.

Su Sturm und Drang resisteva a vista un tiro. Aperto in parte in artificiale e in parte in libera dove è impossibile chiodare. Un diedro verticale, perfetto, di granito rosso scuro, un regalo della natura. L’esposizione è totale e il senso di precarietà è dato dai chiodi mezzi fuori e dalla sosta, che non promette di rimanere al suo posto in caso di caduta. Arrivata ad un chiodo dove fino ad ora tutti si erano fermati, Federica ha dimostrato nervi saldi e quella capacità di decisione che hanno solo i fuoriclasse.

Quale epilogo più bello, la vita si dice abbia più fantasia di noi e del più fervido scrittore. Sturm und Drang (Tempesta e impeto, assalto) è una allusione raffinata, è il nome di un movimento della seconda metà del ‘700 da cui nacque il Romanticismo tedesco, quello di Goethe per intenderci.

Quale idea più romantica di due ventenni che si giocano tutto su una parete ritenuta impossibile. Da scalare con con nut e chiodi (questi il meno possibile) secondo le regole del clean climbing anni ’70? Chiodi a pressione vietati, neanche nello zaino per ritirate, se si hanno si usano…. Guccini in una sua canzone diceva “A vent’anni si è stupidi davvero…” e non aveva del tutto torto.

Questa via fu l’epilogo di una ricerca iniziata pochi anni prima. A metà degli anni ’70 in alcuni posti d’Europa tra cui in Valle dell’Orco. Era nata una nuova generazione di arrampicatori che aveva acquisito un livello superiore, che permetteva di superare difficoltà in libera, oltre il sesto grado, anche con protezioni precarie.

Per fare dei nomi Danilo Galante e Roberto Bonelli sulla Fessura della Disperazione al Sergent o al Diedro del mistero. Lo stesso vale pochi anni dopo per Gabriele Beauchod sull’Orecchio del Pachiderma e per il mio Diedro Atomico nel 1979. L’arrivo di Marco Bernardi aggiunse in Valle dell’Orco un ulteriore divario rispetto al mondo che ormai stava alle spalle. Non era ancora l’arrampicata sportiva, qui cadere era vietato spesso mortale, era contemplato fermarsi ma le protezioni erano messe al volo e molto distanti tirando il più possibile con soste anche precarie.

Non era tuttavia una esclusiva della valle dell’Orco, basti ricordare le temute vie di Guerini, Boscacci, Merizzi in val di Mello. Poi Tarcisio Fazzini nel Masino o la stessa via del Pesce in Marmolada. Tutte fanno riferimento a questo breve periodo e a questo stile che voleva rompere con il passato. Delle vie del giovane Manolo poi sappiamo tutto.

Con questo bagaglio si aprivano per i giovani di allora nuove possibilità, le linee ritenute inchiodabili o troppo esposte erano ora accessibili. Un esempio fu il Filo a Piombo al Becco di Valsoera, il nostro Vate, Gian Piero Motti aveva scritto che era praticamente inscalabile, come tutti i devoti allievi noi trasgredimmo al Maestro. Negli anni ’70 avevo già salito la Mellano, la Leonessa, il Diedro Giallo e la Di Guglielmo rigorosamente in scarponi e piccozza per andare in punta e scendere dal canale (!). Nel 1982 Sandro Zuccon ed io andammo, ora con le scarpette (e scarponi nello zaino) a vedere lo spigolo che da anni i salitori della Cavalieri, Mellano, Perego evitavano, ne venne fuori una linea di grande eleganza e nel tardo pomeriggio eravamo in rifugio, per noi era cambiato il mondo.

Da lì buttammo l’occhio sulla straordinaria parete della Torre Staccata, una pala di granito rosso estremamente verticale con rarissime fessure. Nel 1983 forti della prima esperienza, eravamo all’attacco della Torre Staccata, ma dopo due tiri filati in fretta, iniziavano le grane, dritto non si andava più e si iniziava a ballare.

Sandro Zuccon era ed è un formidabile scalatore, ci eravamo rodati con la ripetizione Italiana, assieme ad altri due compagni, della Diretta Americana ai DRU. Non contenti eravamo andati sui Grands Charmoz per sfidare i francesi sul loro terreno, ed avevamo aperto una via chiamata ora, nella Bibbia del Monte Bianco di Michel Piola “Via des Italiens”. Su quella via Sandro fece un tiro di placca liscia come un lavandino con un solo chiodo mezzo fuori. Io mi appesi da secondo. Eravamo complementari, io su fessure e dritto lui su liscio e delicato. Come quelle coppie nel calcio dove nessuno dei due è Maradona ma insieme si poteva battere.

Finiti i due tiri facili su Sturm, Sandro mise due chiodi precari e attraversò senza esitazione a sinistra, per l’intera giornata salimmo incerti con il timore di arrivare al capolinea. Cosa che avvenne, ad un terzo della parete non c’era verso di proseguire. Scendemmo bastonati.

Non volevamo darci vinti e tornammo e ci inventammo il famoso traverso della Rurp, una lametta da barba e una stringa delle scarpe ancora lì a da più di 30 anni. La fortuna volle che riguadagnato il centro della parete si aprisse un diedro Yosemitico e una fessura per una buona sosta.

Non era finita, si era comunque al freddo ad Ovest a più di 3000 metri di altezza. Il diedro man mano che salivamo diventava cieco e privo di fessure. Per la prima volta mettendo l’ennesimo chiodo schifoso ebbi la sensazione del pericolo vero, la sosta era dubbia e in alto sembrava peggio. Ora si è rilassati, si sa che si esce e di fianco si hanno gli spit della bella via di Manlio Motto, ma per noi sarebbe stato un problema anche solo scendere senza chiodi a pressione. Ci demmo spesso il cambio, ci giocammo il due di picche e uscimmo con lunghi tratti in libera dove non si poteva chiodare.

La via non fu capita, per anni chi tentava di ripeterla diceva che si era perso, in realtà dopo i primi due tiri finivano i chiodi sicuri, bisognava scalare e buttavano le doppie. Un grandissimo exploit lo fece Roberto Mochino, scalatore giovanissimo da 8b. La fece tutta in libera con i chiodi originali, solo un passaggio lo fermò.

La fama di questa via la si deve a Manlio Motto che la riscoperse negli anni ’90 e la pubblicizzò anche sulla rivista francese Vertical definendola con eccesso di enfasi la via simbolo del Gran Paradiso. Molti scalatori famosi sono passati tra cui Stephane Benoit che ora ha perso le dita sull’Annapurna. Nel 2005 era uno dei più forti alpinisti francesi, partì lancia in resta per farla tutta in libera a vista, ma anche lui si fermò sul tiro chiave, fece poi un bellissimo disegno della via e un commento entusiasta... e scrisse Gran Frisson “Grandi Brividi”. Il tiro chiave lo gradò 7a/A0.

Sturm und Drang per rispetto o noncuranza ha resistito all’assalto degli spit, anche nelle soste… Gli spit la renderebbero una via banale e illogica con tutti i traversi che ha. Per i giovani, pur con tutte le facilitazioni odierne è ancora un banco di prova da preservare così com’è, a testimonianza anche di quel breve periodo che anticipava l’arrivo dello spit in parete, su passi non chiodabili e difficoltà moderne.

Molti in questi anni mi hanno detto che senza qualche spit nessuno l’avrebbe mai tentata in libera, ma noi non siamo la misura di quello che l’uomo può fare, ci sarà sempre qualcuno più bravo .
Cara Fede questa è la storia, sei arrivata tu con la tua leggerezza e semplicità e hai scritto le ultime righe di questo racconto iniziato 33 anni fa. Grazie.

Andrea Giorda - CAAI

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SCHEDA: Sturm und Drang al Becco di Valsoera

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