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David Bacci e Luca Moroni sulla Diretta Slovacca sul Denali in Alaska, giugno 2017
Fotografia di David Bacci, Luca Moroni
David Bacci e Luca Moroni sulla Diretta Slovacca sul Denali in Alaska, giugno 2017
Fotografia di David Bacci, Luca Moroni
David Bacci e Luca Moroni sulla Diretta Slovacca sul Denali in Alaska, giugno 2017. La piccola tenda offre un po’ di riparo e la possibilità di recuperare le energie
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Il versante sud del Denali dove corre la Diretta Slovacca sul Denali in Alaska, ripetuta in 5 giorni di scalata nel giugno 2017 da David Bacci e Luca Moroni
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Denali, Alaska: Diretta Slovacca per David Bacci e Luca Moroni

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Alla loro prima esperienza in Alaska, gli alpinisti David Bacci e Luca Moroni hanno effettuato in cinque giorni di scalata la prima ripetizione italiana della Diretta Slovacca al Denali (6194m).

Grande alpinismo italiano in Alaska. Alla loro prima esperienza nello stato più freddo del continente nordamericano, il Ragno di Lecco David Bacci e Luca Moroni sono riusciti a ripetere la diretta slovacca sul Monte Denali, largamente considerata come la via più difficile della montagna più alta del continente nordamericano, anche conosciuta come McKinley.

Aperta dai fortissimi slovacchi Blajez Adam, Tono Krizo e Franticek Korl nel 1984, la via supera con 2800m di dislivello e più di 3000 m di arrampicata l’enorme parete sud e conta ancora adesso, oltre tre decenni dopo quei famosi 11 giorni in parete, soltanto sette ripetizioni tra cui spicca ovviamente quella assolutamente stupefacente, e pazzesca per concezione, di Mark Twight, Scott Backes e Steve House in 60 ore. Per raggiungere la vetta Bacci e Moroni hanno impiegato “5 giorni e 61 ore non continuative di arrampicata” e il percorso che li ha portati lì - oltre all’acclimamento sulla via normale - conta ovviamente importanti ripetizioni in tutto l’arco alpino come d’altronde anche salite di prestigio in Patagonia come il Cerro Torre, Fitz Roy e Cerro Murallón.

Pubblichiamo di seguito il report della salita scritto da David Bacci. Prima di leggerlo però vi presentiamo anche le riflessioni del loro amico Matteo della Bordella che spiega perché questa ripetizione è così bella ed importante: “La via in questione, la Slovak direct al Denali, magari fuori dal ristretto cerchio alpinistico non è super famosa, ma è di fatto una pietra miliare dell’alpinismo, una via sulla quale si sono confrontati e sono diventati famosi i migliori alpinisti a livello internazionale.

Viviamo in un’epoca dove è difficile capire quale sia il valore reale di una performance alpinistica, dal momento che molto spesso il valore di una salita è fortemente influenzato dalla comunicazione della salita stessa o del personaggio. Soprattutto se non si è dentro il nostro mondo è molto difficile giudicare quale è veramente una performance importante e cosa invece è puro marketing. Ebbene, per quanto possa contare la mia opinione, posso dire che questa salita è davvero qualcosa di importante.

Qualcuno forse potrà pensare che, in linea di principio, trattandosi di una ripetizione e nemmeno della prima, questa salita abbia meno valore rispetto all’apertura di una via nuova. Se è così vi sbagliate di grosso. Le difficoltà ambientali, tecniche ed alpinistiche sono estremamente elevate e il fatto di sapere che di lì ci sono passati solo pochi tra i migliori al mondo e che oltre un certo punto l’unica via d’uscita è la vetta, ti mette in una posizione psicologica molto molto difficile. E ripetere una via del genere ha sicuramente molto più valore che aprire una via nuova, su una montagna dove non hai lo stesso ingaggio e queste difficoltà."

Czech Direct sul Denali di David Bacci

Fin da quando lessi le storie di Jack London da bambino, ho sognato di visitare questa terra artica e il paesaggio incredibilmente vasto, abitato da persone dure e forti e da animali selvaggi. Da anni sentivo la voglia di visitare questo posto e, dopo la Patagonia nel 2016, sentivo di avere concluso il percorso necessario per arrivare qui.

La mia passione è l’alpinismo e amo abbinare avventure all’aperto con l’arrampicata. Ma avevo bisogno di qualcosa che mi sfidasse veramente e mi motivasse a migliorare. Avevo letto “Kiss o Kill” di Mark Twight un paio di anni fa e la storia della sua ascesa con House e Backes della “Czech Direct” sul versante sud di Denali (6190 m) mi aveva veramente ispirato per l’audacia e l’impegno. Questa via è stata aperta nel 1984 da tre scalatori cechi (Krizo, Korl, Adamo), in oltre 11 giorni. Una grande salita realizzata da forti scalatori dell’est Europa. Mentre guardavo le immagini della parete e della scalata, cominciai a pensare che, se fossi riuscito a diventare abbastanza forte, abbastanza disciplinato nel gestire l’acclimatamento e a trovare il partner giusto, avrei potuto essere in grado di salirla.

La Diretta dei Cechi è considerata l’itinerario più difficile della montagna più alta del continente nordamericano. Sono 2800 m di dislivello e più di 3000 m di arrampicata classificati 6 W6 M6 A2 ED+. Solo sette cordate sono riuscite e ripetere l’itinerario dal 1986 e tutti erano dei veri e propri assi dell’alpinismo. Sapevo di essere molto ambizioso, ma devi essere talvolta, oppure non stai vivendo al massimo.

Il tempo passato e le mie esperienze nell’Artico svedese, Karakorum, Patagonia e le Alpi mi avevano dato la consapevolezza che avrei potuto impegnarmi in una dura scalata di più giorni, resistere al freddo intenso senza danni, impegnare tutto me stesso nella salita e raggiungere il successo.

Con il mio compagno di arrampicata Luca Moroni, un buon amico di Varese, ormai formavo un team affiatato, avevamo salito percorsi veramente impegnativi e lunghi nelle Alpi, come Divine Providence, e lui era veramente motivato a mettere le mani su qualcosa di più duro, al di fuori dal giardino di casa.

Perfetto, dopo un altro viaggio di successo in Patagonia su Cerro Murallon ero pronto per l’Alaska. Appena tornato a casa iniziai immediatamente i preparativi per ottenere il finanziamento e il sostegno del Gruppo Ragni di cui faccio parte, lo stesso gruppo di alpinisti che sul Denali aprì la Via Cassin, o meglio Via Città di Lecco nel 1961, l’itinerario che percorre il crinale subito a sinistra della Diretta dei Cechi

Ho incontro Luigi Airoldi e Romano Perego, due degli scalatori che hanno compiuto la prima salita di quella via, che mi hanno motivato e mi hanno incoraggiato a fare questa ascesa. Hanno detto: “Se andate, lo farete” e “Se sei pronto non avrai paura di niente”, e pure altre cose come “Ho perso tre dita sul Denali” e “E’ stata la più fredda esperienza della mia vita”.

Abbiamo prenotato il volo per il 29 maggio e abbiamo deciso di dedicare un mese alla salita. I primi 10 giorni sarebbero serviti per acclimatarsi e il resto per la salita. Avevamo in programma di restare non più di cinque giorni sul percorso.

Io e Luca abbiamo raggiunto Anchorage e comprato tutte le forniture necessarie, imballammo i colli e, dopo un paio di birre con un pilota Eskimo che ci raccontò con emozione di come, nella prima parte dell’anno, aveva perso già tre amici piloti, ci dirigemmo a Talkeetna per incontrare il pilota che ci avrebbe portato al Denali.

Avevamo prenotato il volo con lo Sheldon Air Service, gestito dalla figlia e dalla famiglia dello stesso Don Sheldon che volò nel 1961 con i Ragni di Lecco e Riccardo Cassin. Il suo aereo era ancora nell’hangar e noi ci stavamo dormendo accanto. Ho potuto sentire la storia del mio gruppo molto viva.

Abbiamo avuto un incontro con NP Ranger Mark Westman che aveva salito la via con Jessy Huey e ci ha dato qualche dritta sull’avvicinamento, mostrandoci alcune foto sulla sua ascesa.

Due cose mi preoccupavano di più: l’avvicinamento e la giornata di trenta ore necessaria per superare le principali difficoltà. Mark, super amichevole e appassionato, ci ha rafforzato psicologicamente, anche se non credo che pensasse avessimo molte chance come “ragazzi sulla loro prima esperienza in Alaska e vogliono fare la Diretta dei Cechi”, ci ha anche detto che c’erano altre quattro squadre che volevano salire la via: due ragazze, un team di Piolet d’Or, due britannici forti, due finlandesi e noi.

Dopo un volo molto panoramico, sbarcammo sul ghiacciaio Kahiltna e cominciammo a portare le nostre grosse slitte verso la via dello Sperone Ovest. Con 70 kg di attrezzatura e cibo per ciascuno eravamo molto pesanti e ci sono voluti 5 giorni per raggiungere il campo 14K (4300 m).

Mi sentivo bene e il tempo meraviglioso rendeva il tutto quasi piacevole. Anche Luca si sentiva bene e trascinava due slitte invece di una.

Siamo arrivati al campo il 4 giugno. Il tempo ha continuato a essere buono per il resto della settimana senza vento e temperature quasi calde. Pensavo che tutte le altre squadre stessero scalando la via in quella finestra di bel tempo, ma li ho trovati al campo che facendo Yoga. Ci sembrava uno spreco di tempo.

Io e Luca siamo saliti sullo Sperone Ovest fino a 5000 m poi a 5500 m. Abbiamo riposato un giorno e siamo partiti per il tentativo alla vetta. Partendo dal campo 14K sono circa 2000 m di dislivello. Tuttavia il tempo è cambiato e abbiamo dovuto aspettare un’altra settimana prima di poter finire l’acclimatamento. A 5800 m Luca aveva freddo ai piedi e ha dovuto fermarsi. Io ho continuato fino alla vetta. La temperatura era attorno ai -40°, ma mi sentivo molto bene e non ho avuto affatto freddo. La mia fiducia sul nostro successo stava diventando sempre più grande.

Luca è sceso ma dopo un giorno di riposo è tornato in tempo record fermandosi poco prima della cima “perché – mi disse – voglio arrivare lassù solo dalla Diretta dei Cechi”, dimostrando un grande impegno e motivazione.

Dopo di che il tempo è peggiorato e abbiamo iniziato l’attesa di una finestra di circa quattro giorni che ci consentisse di salire la via. Il tempo era estremamente variabile e molto freddo. La temperatura media era di -20° e stava nevicando continuamente ma eravamo fiduciosi che avremmo avuto la nostra possibilità.

Nel frattempo le altre squadre avevano tentato l’itinerario nell’ultima parte della finestra di bel tempo, ritirandosi prima di raggiungere la metà del percorso. Il team da Piolet d’Or non aveva neppure iniziato la salita e la squadra finlandese era stata fermata dalla polmonite. Eravamo gli unici ad avere ancora 12 giorni a disposizione.

Il nostro buon amico Matteo della Bordella, ora un vero esperto in fatto di meteorologia, ha previsto alta pressione il 19, meno di buono il 20 e poi buono per almeno 4 giorni. Era la nostra possibilità.

Alla mezzanotte di lunedì ci guardammo e decidemmo di andare avanti. La discesa sulla rampa Wickwire era tutto quello che non dovresti mai trovare in montagna! Neve profonda fino in vita, lastre da vento, seracchi sopra le nostre teste in attesa di cadere su di noi e crepacci ovunque.

Dopo 5 ore a batter traccia abbiamo raggiunto la fine della rampa, la mappa della discesa fatta da di Colin Haley ci ha aiutati davvero a navigare su questo terreno. Avevamo intenzione di salire lo zoccolo, ma sembrava veramente asciutto così abbiamo deciso di attaccare sulla destra del Couloir dei Giapponesi e vedere la situazione. Ancora una volta con la neve profonda fino alla vita, abbiamo raggiunto una roccia sul crinale e all’improvviso un chiodo e un moschettone ci hanno mostrato che I Ragni nel 61 erano passati da qui. Dall’altra parte c’era un colouir che scendeva direttamente sulla forcella nord-orientale e alla base della parete sud. Era l’inizio originale del Cassin Ridge.

Scendemmo lungo il canale, e, due ore più tardi, arrivammo alla base del muro. Alle 8 del mattino piantammo la nostra piccola tenda BD e riposammo. Che brutto avvicinamento!

Abbiamo dormito per tutta la giornata e, al cospetto di questo mostro, eravamo preoccupati di esserci messi in una sfida troppo grande. Tornare al campo 14K sarebbe stato un inferno. Ci sentivamo davvero completamente impegnati. Abbiamo ripreso a scalare appena la parete è andata in ombra, a mezzanotte.

Abbiamo subito capito che nessuna neve dura ci avrebbe aiutato a progredire rapidamente e abbiamo dovuto combattere sprofondando ad ogni passo. La parte divertente è iniziata con una traversa molto lunga, su una crosta sottile, per arrivare al primo passaggio di W6.

Ho attaccato il passaggio, ma era coperto da neve e una crosta di ghiaccio marcio, ci è voluto un po’ per passare e arrampicare con lo zaino pesante non ha certo aiutato.

Un’ora dopo Luca ha raggiunto la sosta e abbiamo proseguito. Le difficoltà non mollavano, con tratti sostenuti di M5 e pendii ripidi di neve inconsistente.

Abbiamo raggiunto il primo seracco e il nevaio dove abbiamo deciso di bivaccare alle 10 del mattino, dopo avere scalato per più di 10 ore.

Abbiamo messo la tenda sotto un crepaccio protetta da qualsiasi cosa cadesse dall’alto. Il tempo è cambiato come previsto e ha cominciato a nevicare. Ci siamo sentiti stanchi e abbiamo deciso di riposare prima del “giorno più lungo”.

Come previsto da Matteo la mattina il tempo è migliorato.Alle 6 abbiamo ripreso a salire verso l’alto. Mentre salivamo, ogni 60 metri circa, compariva un bel Camalot ultraleggero BD, chiaro segno di una ritirata affrettata dalla parete. Con questa attrezzatura abbiamo integrato il nostro materiale.

Il terreno era ora molto più ripido e sostenuto: un tiro di M5-M6 con cattive protezioni ci ha portato alla rampa. Una zona molto impressionante, con una parete gigantesca appena sopra le nostre teste e la sicurezza del terreno orizzontale molto lontana.

Luca ha fatto magistralmente la sua parte, portandomi alla base della rampa, che ora stava sputando spindrift sopra di noi.

Ho continuato a salire la rampa affrontando alcuni grandi tiri di scalata su ghiaccio, in particolare il diedro di W6. Un ultimo tiro di M6+ ci ha portato alla parete di roccia con la sezione di artif.

Fra il tempo per rilassarmi un po’ e quello necessario per recuperare Luca, c’è voluta un’altra ora per venire a capo di questo tiro. Sono risalito con le jumar con i pesanti zaini. Luca ha poi affrontato una traversata a sinistra su roccia molto liscia e coperta di neve, che ha richiesto molti sforzi per essere ripulita.

L’ho seguito e abbiamo raggiunto un grande nevaio a 60°, arrivando all’enorme seracco chiamato “Big Bertha”, che segna il punto intermedio della salita. Abbiamo proseguito nella neve profonda, raggiungendo l’ultima parete rocciosa dopo 22 ore di arrampicata. A quel punto, inaspettatamente, Luca si è seduto e dicendo che era completamente esausto, non era più in grado di proseguire e aveva terribilmente freddo.

Eravamo esausti e non riuscivo a vedere nessun posto da bivacco a portata di mano. Risalire l’ultima parete rocciosa sembrava troppo difficile. Dovevamo fermarci.

Luca, con l’ultima scintilla di energia, ha individuato un possibile punto per il bivacco, anche se io ritenevo che fosse troppo ghiacciato e inclinato per alzare la nostra tenda. Tuttavia sono sceso e ho dato un’occhiata. Era possibile scavare una piattaforma per la tenda. Eravamo salvi!

Ho gridato a Luca di preparare qualcosa di caldo che gli avrebbe dato energia. Ho messo la tenda e ci siamo sistemati nei nostri sacchi a pelo dopo aver ingurgitato tè caldo e cibo.

La mattina successiva ci siamo resi conto di dove eravamo: accanto alla “Big Bertha”, su una piccola piazzola, con un abisso sotto di noi.

Luca aveva recuperato le forze e ci siamo riposati al sole. Alle 4 del pomeriggio abbiamo ricominciato a salire, avevamo già imballato le corde e l’attrezzatura, ma quando siamo arrivato al muro di roccia che sembrava molto facile ci siamo resi conto che non lo era.

Ci sono volute 2 ore e mezza per superare queste ultime lunghezze di M5 e sull’ultimo nevaio. Ora eravamo a 4500 m e avevamo superato il punto di non ritorno. Le difficoltà diminuivano e sapevamo che il terreno fino alla cima era facile.

Tuttavia la neve era profonda fino al ginocchio e battere traccia in quota e dopo tante ore di arrampicata sarebbe stato difficile ed estenuante.

Abbiamo battuto traccia per 100 metri ciascuno e, nel pomeriggio, siamo arrivati alla cresta della via Cassin, proseguendo per almeno 5 ore sulla linea del crinale. Pensavamo quasi che potessimo raggiungere la cima quel giorno. Dopo altre 6 ore, eravamo ancora 800 metri sotto la vetta a 5400 m.

Mentre Luca camminava slegato, ho sentito due rumorosissimi botti provenienti da sotto. Questo ci ha svegliato dalla nostra trance, che cosa era stato? Una cornice? Una placca a vento? Noi continuammo, ma dopo altri 200 metri la neve era diventata ancora più profonda e abbiamo deciso di fermarci per un altro bivacco.

A 5600 m abbiamo iniziato a scavare una piazzola e Luca ha trovato un vecchio calzino di lana rosso nel ghiaccio. Forse dai Ragni? Abbiamo trascorso una notte molto fredda. Troppo fredda per dormire così abbiamo battuto i denti tutta la notte.

Al mattino il tempo era cambiato come previsto. Abbiamo proseguito nella neve profonda e polverosa con nessuna visibilità. Il terreno era facile, ma eravamo esausti e slegati. Ogni errore poteva facilmente significare la morte. A 6000 m abbiamo raggiunto la cima di Pig Hill e l’ultima zona di cornici per arrivare alla vetta.

Abbiamo lasciato i nostri zaini ormai privi di qualsiasi cibo e carburante e continuato verso la cima. Ogni dieci passi abbiamo dovuto fermarci per prendere fiato, ma alle 16 del 23 giugno abbiamo raggiunto la vetta, dopo 5 giorni e 61 ore non continuative di arrampicata.

Eravamo euforici ed estremamente felici, ma anche esauriti, così abbiamo deciso di iniziare immediatamente la discesa. Cinque ore più tardi abbiamo raggiunto il campo 14K e la nostra tenda.

La nostra missione è stata completata e il nostro primo viaggio nella catena dell’Alaska è riuscito oltre ogni aspettativa.

Un grande grazie a Ragni di Lecco, Adidas Outdoor, CAMP Cassin, CAI Lecco e CAI Varese e tutti i miei amici, Matteo Della Bordella, Samuele Bignami, Caterina Tixi e la mia famiglia.

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