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Durante la prima salita della parete est del Cerro Murallon in Patagonia (David Bacci, Matteo Bernasconi, Matteo Della Bordella 04-05/02/2017)
Fotografia di David Bacci
Durante la prima salita della parete est del Cerro Murallon in Patagonia (David Bacci, Matteo Bernasconi, Matteo Della Bordella 04-05/02/2017)
Fotografia di David Bacci
Al bivacco in parete durante la prima salita della parete est del Cerro Murallon in Patagonia (David Bacci, Matteo Bernasconi, Matteo Della Bordella 04-05/02/2017)
Fotografia di David Bacci
Matteo Della Bordella, Matteo Bernasconi e David Bacci in cima al Cerro Murallon in Patagonia dopo la prima salita della parete est
Fotografia di Matteo Della Bordella
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Cerro Murallón, la Patagonia, l'alpinismo e una storia d'altri tempi: la prima sulla Est di Bacci, Bernasconi e Della Bordella

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L’alpinismo e l’avventura dell’apertura di 'El Valor del Miedo’ (1000m, 90°, M6+, A2), la nuova via di ghiaccio e misto salita dagli alpinisti del gruppo Ragni di Lecco David Bacci, Matteo Bernasconi e Matteo Della Bordella che ha finalmente risolto il problema della parete est del Cerro Murallon in Patagonia. Una salita effettuata in un giorno e mezzo ed in puro stile alpino in una Patagonia di altri tempi, su una remota montagna salita per la prima volta nel 1984 da Ragni Casimiro Ferrari, Carlo Aldè e Paolo Vitali.

“E' stata una bella avventura. Un'avventura d'altri tempi... sì, abbiamo un po' rivissuto la Patagonia di una volta.” A dircelo è David Bacci, appena tornato da El Chalten e dalla Patagonia dove, dal 3 al 4 febbraio, lui, Matteo Della Bordella e Matteo Bernasconi hanno centrato la prima salita della parete Est del Cerro Murallón. L'hanno fatto in perfetto stile alpino, senza usare spit, trasportando da soli il materiale, lottando nella bufera. Il tutto su una delle montagne patagoniche più selvagge e lontane. Insomma, c'erano pochi dubbi che questa fosse una bella “impresa”. Ma ascoltando David, da subito si intuisce che c'è molto di più. Il suo racconto non ha bisogno di domande. Fluisce con quell'andamento lento, essenziale e profondo di quelle salite, o meglio di quelle avventure, che contengono mille storie e mille emozioni. Quelle salite che si ricordano ora per ora, minuto per minuto. Che sembrano essere segnate da un destino perfetto e che sono fatte per essere ricordate e raccontate.

Già l'inizio, o meglio le premesse, sono quelle di un romanzo. Loro, i nostri tre alpinisti, sono Ragni di Lecco. E il Cerro Murallón è un pezzo molto importante della storia del celebre gruppo alpinistico. Il 14 febbraio 1984 Casimiro Ferrari - uno dei nomi più importanti dell'alpinismo in Patagonia e uno dei pilastri dei Ragni e dell'alpinismo italiano - compì la prima salita della montagna insieme a due giovanissimi alpinisti, Carlo Aldé e Paolo Vitali, anch'essi Ragni di Lecco. All'epoca Casimiro aveva 44 anni, era la quarta volta che tentava il Murallón e quella salita dello Sperone Centrale del Pilastro NE arrivò all'ultimo momento, quando ormai nessuno ci credeva più. Di quell'avventura durata 4 giorni e mezzo si ricordano la difficoltà, la bellezza, quella torre dedicata a Benvenuto Laritti (altro indimenticato e fortissimo Ragno), quella via dedicata sempre a Laritti e a Carlo Mauri, ma anche una discesa resa davvero problematica dalla tempesta patagonica.

Da quella epica prima volta il Murallón non ha perso la sua nomea di montagna difficile e lontana. Tant'è che solo in pochi, tra i più forti, sono riusciti a salirla in questi 33 anni. Tant'è che la sua parete Est era ancora là, inviolata. L'avevano tentata nel 1999 i francesi Laurence Monnoyeur e Bruno Sourzac ma erano stati respinti dalla tempesta quando erano arrivati a 2/3 della salita. E prima di loro, nel 1964, ci avevano provato anche gli argentini Josè Luis Fonrouge e Rafael Juarez, due padri fondatori dell'alpinismo patagonico. Insomma, c'erano le giuste premesse per un grande progetto. Un progetto che non poteva passare inosservato soprattutto dalle parti di Lecco, soprattutto tra i giovani Ragni.

E' così che l'anno scorso David Bacci e Matteo Della Bordella fanno un giro di esplorazione per dare un'occhiata alla Est del Murallón. Un tour ma anche uno “sguardo” che si riveleranno fondamentali. C'è da dire che la Patagonia 2016 riserva ai due anche la prima ripetizione della via dei Ragni al Fitz Roy (altro capolavoro di Casimiro Ferrari e Vittorio Meles). E c'è da precisare che a tutto questo Bacci aggiunge anche la Ovest del Cerro Torre, ovvero la mitica via dei Ragni aperta nel 1974 da Casimiro Ferrari (sempre lui), Daniele Chiappa, Mario Conti, Pino Negri. E' la ciliegina per un soggiorno patagonico che per David è durato 2 mesi e mezzo e che, in qualche modo, ispirerà anche il suo futuro viaggio, quello che ha nel mirino, anzi come sogno, l'inviolata Est del Murallón. Un sogno tutto da condividere con due fortissimi compagni: Matteo Della Bordella, un alpinista e un punto di riferimento che non si discute, e Matteo Bernasconi guida alpina dal curriculum patagonico, e non solo, di primo piano.

“Io sono partito prima di loro, il 18 dicembre scorso, con Caterina (Tixi ndr) la mia ragazza” ci spiega David Bacci “dopo quei due mesi e mezzo di Patagonia verticale avevo voglia e bisogno di ricominciare l'avventura esplorando la Patagonia orizzontale”. Tradotto vuol dire che lui e Caterina sono partiti da Ushuaia, la capitale della Terra del Fuoco, per raggiungere El Calafate sul lago Argentino. Un viaggio di oltre 1000 chilometri che i due hanno scelto di fare in bicicletta. “Un viaggio faticoso perché combattevamo contro il vento, con tappe di anche di 100 Km al giorno. Sono stati 18 giorni bellissimi e un'avventura dentro l'avventura”. Appunto l'altra avventura quella del Murallón iniziata il 10 gennaio con l'arrivo dei due Mattei, alias Della Bordella e Bernasconi.

L'inizio è... burocratico. Bisogna sistemare i permessi per accedere alla zona del Los Glaciares National Park all'interno del quale a ovest del Ghiacciaio Upsala sorge il Cerro Murallón. Poi con 3 ore di navigazione sul lago Argentino i tre raggiungono l'Estancia Cristina. Da qui inizia la trafila di avanti e indietro (3 ore e mezza di cammino) per trasportare il materiale al Rifugio Pascale, la base per raggiungere il Ghiacciaio Upsala e quindi attraverso questo il Murallón. I carichi di materiale devono quindi essere trasportati prima al bordo del ghiacciaio e poi quando il tempo lo permette, sotto la parete. Sì, perché il tempo è proprio patagonico come non si vedeva da anni. Cioè “tira tempesta” per 20 giorni. Finché l'1 febbraio i tre si spostano sotto la parete Est per sfruttare al massimo la finestra di bel tempo, prima prevista per 4 giorni e poi ridotta a due. Finora non hanno mai visto la parete...

Il 3 febbraio finalmente si apre uno squarcio e il Murallón finalmente si mostra. La parete Est è lì, immensa, con i suoi 1000 metri di dislivello in gran parte coperti di ghiaccio. I tre non ci pensano un attimo e puntano alla linea già immaginata l'anno prima. Si comincia su goulotte di ghiaccio fino a 90°, la via non molla e presenta una sezione centrale di gran misto fino a M5 – M6 che li conduce sotto il muro finale di 300 metri. Qui bivaccano su una piccola cengia che hanno scavato sul ghiaccio. Il giorno dopo, 4 febbraio, si riprende. Il muro è impegnativo ma la cordata funziona bene, affiatata e precisa. David Bacci è uno specialista del ghiaccio. Matteo Della Bordella, pur non essendo un habitué del misto, accetta l'ingaggio da par suo, “è stato bravo e davvero instancabile”. Matteo Bernasconi da vera guida alpina “è una sicurezza e su ghiaccio è una forza”. Così arrivano gli ultimi 30 metri “l'ultimo tiro, il più difficile di tutti” e, insieme, la tempesta. Sbucano in cima come nelle migliori tradizioni patagoniche: è la fine del mondo. Un tempo che, per i corsi e ricorsi storici, ricorda moltissimo quello del 1984 di Casimiro Ferrari, Aldé e Vitali. Sono passati 33 anni ma la tempesta è uguale e il problema lo stesso: bisogna decidere da che parte scendere.

David e i due Mattei puntano all'altopiano Italia, scendono più o meno alla cieca verso Sud. Sul ghiacciaio superiore si sprofonda fino all'anca. Ci mettono 5 ore ad arrivare al ghiacciaio. Si calano senza vedere un seracco gigantesco che li attende. Sono bagnati fradici e stanchissimi. E sono sul ghiacciaio sbagliato: sono sul lato opposto rispetto a dove sono partiti, dalla loro tenda. Ormai è sera e non sanno dove bivaccare e si muovono su terreno martoriato dai crepacci. Cammina che ti cammina arriva la “salvezza”: due massi di granito che emergono come isole dal ghiaccio offrono il riparo di cui hanno estremo bisogno. La notte passa senza risparmiare i morsi di un freddo che faranno fatica a dimenticare.

Il 5 febbraio continua il brutto tempo e continua la fatica. Ora i tre devono ritornare alla tenda alla base della parete Est. Ci arriveranno dopo 14 ore di ghiacciaio e morene... Sono oltre la stanchezza ma ormai è fatta. Un'altra notte in tenda e il mattino dopo carichi come muli ritornano al Rifugio Pascale. E' finita la grande fatica ma anche una grande avventura. E' tempo anche per la cordata (una grande cordata!) di dividersi. David Bacci torna a casa. Matteo della Bordella resta in Patagonia per lavorare a un progetto di film. Mentre Matteo Bernasconi si rilassa con un trekking patagonico insieme alla morosa...

A questo punto il racconto di David si scioglie in un finale di emozioni che quasi si confondono tra spazio e tempo: “Eravamo stanchi e insieme contentissimi. E' stata una vera avventura. Ci sentivamo davvero isolati e lontani da tutti e da tutto. Da lì vedi il Cerro Torre e il Fitz Roy piccolissimi. E' stato bello, anche trasportare da soli tutto il materiale. E poi la salita in stile alpino. La discesa. La via di misto, dura, in un posto così remoto... La lunga attesa ripagata. La tempesta. La parete che non si faceva mai vedere. Un giorno e mezzo di salita perfetta... E poi i Ragni, Casimiro, la storia, Carlo Aldé che ci telefona per farci i complimenti. E poi la sensazione di aver assaggiato un po' la Patagonia come doveva essere una volta...”. Sì, davvero una bella storia, quasi d'altri tempi. A proposito, la via l'hanno chiamata El valor del miedo, ossia Il valore della paura, e anche questo dice qualcosa di questa avventura.

di Vinicio Stefanello


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