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Marco Anghileri
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Lettera agli alpinisti

28.03.2014 di Andrea Cavalleri

Pubblichiamo le riflessioni di Andrea Cavalleri, scritte dopo la scomparsa di Marco Anghileri sul Monte Bianco. Una lettera agli alpinisti e alla oro passione per la montagna.

La prematura scomparsa di Marco Anghileri, mi suscita per l'ennesima volta una serie di emozioni e riflessioni che, per una volta, ho deciso di condividere. Nella mia ventennale frequentazione di pareti e montagne e nella mia non vasta cerchia di conoscenze, ho visto tuttavia una discreta scia di morti e feriti restare sul terreno; quel terreno che noi tanto amiamo, ma che non può ricambiarci, perché può solo obbedire alle leggi meccaniche della fisica.

Quando accade una tragedia, tutti gli altri alpinisti cercano di capire come sia avvenuta, di studiare la dinamica del fatto, per imparare, per esorcizzare l'evento nefasto, per alimentare la speranza di evitare a propria volta il passo fatale. A volte è distrazione, a volte errore di valutazione a volte fatalità, ma, comunque la si guardi, la montagna ha un margine di rischio non nullo, che non si può evitare.

Tanti di noi lo sanno: se sono qui non è perché sono stati più bravi, ma solo più fortunati. Io stesso, mediocrissimo alpinista e fifone (come suggerisce il mio nick-name), quante volte sono stato costretto a superare tratti in cui era vietato cadere? Quasi sempre, dato che ogni via alpinistica contempla tratti “più facili” in cui la sicurezza non è contemplata. Così, insieme a tanti altri devo ripetere: “Laghielo” (gli dei sono stati clementi).

Si è ipotizzato che Marco sia caduto su un tratto semplice, fuori dalle difficoltà, come Patick Berhault, oppure come parecchi altri alpinisti meno illustri, ma non per questo meno rimpianti. Dunque si può concludere qualcosa, esprimere giudizi e valutazioni sull'andar per monti? No, per carità. Forse si può dire a un uomo che non può andare in montagna perché ha delle responsabilità verso la famiglia? Ma senza la montagna non sarebbe lo stesso uomo! E poi, chissà, magari fra trent'anni, magari fra tre mesi (nessuno può saperlo), quell'uomo in un letto d'ospedale avrebbe rimpianto di non poter fare l'ultimo passo tra le sue montagne. Come ha scritto il poeta:

….
l'ha detto il saggio Merlino:
essere nati è morire.

Tuttavia mi duole
dover dire addio alla vita,
questa cosa così antica,
così dolce e conosciuta.


Manuel Flores morirà.
Questa è moneta corrente,
perché morire è un’usanza
che suole avere la gente.

(J.L. Borges “Milonga di Manuel Flores)

Siamo tutti Manuel Flores, oggi Marco Anghileri è Manuel Flores.

Dunque nessun giudizio, ma se scrivo questa lettera è perché ho da dire qualcosa a qualcuno. Non a Marco, che io avevo solo incrociato fugacemente un paio di volte, ma agli altri, ai sopravvissuti. Innanzitutto un doveroso pensiero alla famiglia, che abbraccio idealmente, visto che a loro adesso tocca di affrontare il grado più duro. Poi agli amici e a quanti non conosco, ma che, accomunati dalla comune passione, sono virtualmente amici.

Il messaggio è questo: dato che andare in montagna comporta un rischio, fatelo per una buona ragione. Non per la competizione, non per dimostrare qualcosa a qualcuno, non per essere i più bravi o tra quelli bravi, men che meno per compensare le carenze di una vita insoddisfacente. Quanti tra i forti sono caduti e l'oblio è calato inesorabilmente sulle loro imprese, come una coltre di sabbia ricopre le impronte sulla spiaggia...

Perciò, vi prego, fatelo per passione, fatelo per amore! Per amore di quell'aria pura, di quel sole così forte, di quella gioia del movimento immerso nella bellezza e di quel senso di libertà, che solo la montagna sa donare. Posso augurare a Marco di aver fatto una bella scorta di questo amore e, da ciò che ho letto di suo e su di lui, penso proprio che sia così. Posso augurare a ciascuno di noi di fare altrettanto.

Perché “L'amore non avrà mai fine”. (San Paolo, prima lettera ai Corinzi).

Andrea Cavalleri, Fokozzone (Forum di PlanetMountain)


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