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La Devil's Tower, Wyoming
Photo by Calloni / Dell'Agnola / Sanguineti
Marcello Sanguineti su New Wave, Devil’s Tower
Photo by Calloni / Dell'Agnola / Sanguineti
Manrico Dell'Agnola su El Matador, Devil’s Tower
Photo by Calloni / Dell'Agnola / Sanguineti
Marcello Sanguineti su El Matador, Devil’s Tower
Photo by Calloni / Dell'Agnola / Sanguineti

Climbing trip to the USA - part 4

25.09.2012 di Planetmountain

Il tour arrampicata negli USA di Giambattista Calloni, Manrico Dell'Agnola (CAAI) e Marcello Sanguineti (CAAI). La quarta puntata: Wyoming: Devil’s Tower.

Nel corso di indagini scientifiche per spiegare strani fenomeni che sembrano legati all’attività ufologica, vari testimoni parlano di una particolare sequenza musicale emessa da ipotetici UFO. Il ricercatore Claude Lacombe e i suoi assistenti scoprono che, elaborando tali sequenze, si ottengono le coordinate del luogo in cui le entità extraterrestri vorrebbero incontrarsi con gli uomini. Cosa vi viene in mente? Forza, non è difficile: è la trama della prima parte del film “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo”, capolavoro di fantascienza del 1977 firmato Steven Spielberg, vincitore di due premi Oscar e un David di Donatello. Il luogo prescelto dagli alieni per l’incontro è proprio la Devil’s Tower. Nel visitor center si trova tuttora un gift shop che, fra il disgustante e il ridicolo, propina ai turisti riproduzioni degli oggetti del film. Come se non bastasse, ogni tanto ci si imbatte nei posti più impensati in biancognoli alieni di plastica. Li troveremo anche sulle fessure e in mezzo alle colonne della torre?!

La Devil’s Tower s’innalza come un urlo soffocato nel mezzo delle Black Hills, dove foreste di conifere si alternano a praterie ondulate. Apriamo le danze concatenando New Wave con Assembly Line, sulla parete N. Si arrampica sotto i 1500 metri di quota (la vetta è 1.558m) e, a parità di difficoltà, gli incastri sono decisamente meno faticosi che sul Diamond! New Wave, aperta agli inizi degli anni ’80 da Dave Larsen e Dennis Horning, porta sulla Teacher’s Lounge. Da qui proseguiamo su Assembly Line, il cui primo tiro supera la fessura a destra di tre caratteristici tetti: 60 metri di perfetto incastro di mano, continui, ma mai troppo duri. Seguono lunghezze godibilissime che portano ai camini finali, dove nidificano varie specie di uccelli. Sapere che fra questi vi sono aquile reali non mi rende per nulla tranquillo, ma cerco di non pensarci. Comunque mentre scalo mi guardo bene intorno, per non incappare in qualche nido e, soprattutto, in qualche genitore che non gradisce la nostra visita… La vetta è davvero un posto fuori dal mondo: la vertigine di colonne e fessure che si perdono verso il cielo porta su un pianoro brullo con panorama a perdita d’occhio sulle Black Hills, mentre tutt’intorno volano le aquile. Inutile dire che Garafao fotografa senza sosta, saturando per l’ennesima volta la scheda di memoria…

Il clou arriva il giorno successivo con El Matador, sulla parete O. Aperta in artificiale nel 1967 da Fred Beckey e Eric Bjornstad, in libera offre un challenging 5.11.a, che diventa 5.10d per gli scalatori alti. La difficoltà, infatti, è in funzione di quanto si riesce a salire in spaccata. Sì, perché il tiro chiave è una sorta di corridoio verticale racchiuso fra due gigantesche colonne, con due fessure laterali di dita. Dapprima si sale lungo la fessura di sinistra e si sfruttano alcuni appoggi. Poi gli appoggi spariscono e le cose si semplificano solo quando si riesce a spaccare sulle due colonne che delimitano il corridoio verticale, procedendo in una sorta di posizione da “uomo vitruviano”. Man mano che si sale il corridoio si restringe, ma chi non è molto alto riesce a mettersi in spaccata solo nell’ultima parte. In barba al monito dei local (<<Beware: the crux pitch is particularly height-dependent.>>), abbiamo deciso che non si può arrampicare sulla Devil’s Tower senza misurarsi con El Matador. Visto che la perversione (o la stupidità) non hanno limiti, decidiamo di scalarla in pieno sole: il motivo è un misto di professionalità (Manrico, da buon fotografo, vuole portare a casa immagini top) e vanità (entrambi vogliamo essere immortalati al meglio su questa mitica via). Due tipine niente male che stanno facendo monotiri alla base della torre ci mettono in guardia: <<Are you mad? With such a hot day, you should climb in the morning!>> In effetti, di pomeriggio la parete O è una graticola, ma abbiamo deciso. Anche questa volta approfittiamo vergognosamente di Garafao, lasciandolo rosolare in sosta dopo il primo tiro, mentre noi facciamo i fighi e lui fa sicura. Con il caldo e il sole battente i piedi vanno presto in fumo e quella maledetta fessura di dita non dà tregua, ma alla fine il toro è domato. Saliamo un paio di volte il tiro chiave, per fare foto e riprese dall’alto e dal basso. Garafao sta diventando una specie di hot-dog bruciacchiato appeso in sosta. In effetti, ci diciamo a bassa voce, siamo un po’ vermi. D’altronde lui non protesta, quindi ci sentiamo autorizzati a proseguire…

Soddisfatti del bottino di arrampicata, foto e riprese, ci facciamo una doccia libidinosa al camping, poi dirigiamo l’auto verso il villaggio di Hulett, per la meritata cena. L’insegna all’ingresso recita: “Pop. 383, Elev. 3,747ft“. <<Aggiorneranno l’insegna ogni volta che nasce, muore o si trasferisce qualcuno?>> - mi chiedo incuriosito. In pratica, il paese è fatto da due file di costruzioni in legno ai lati di una strada polverosa, fra cui una banca, due saloon e un ristorantino, tutti regolarmente dotati di un teschio di cervo appeso sotto l’insegna. Qua e là si aggirano tipi con jeans e cappello da cow-boy. Aguzzo lo sguardo per scorgere eventuali colt penzolanti dalla cintura, ma non ne vedo. Mi tranquillizzo. Dalle finestre non spuntano winchester puntati sui passanti. Tiro un sospiro di sollievo. Finora avevo visto posti del genere solo nei film di Sergio Leone. Togliendo le auto, i turisti e le insegne luminose, Hulett diventerebbe il set perfetto per un western!

Entriamo a cenare al Ponderosa Cafe, con annesso saloon, dove la fauna locale offre il meglio di se stessa. Quando risaliamo in auto è quasi mezzanotte. Dopo un paio di miglia, vediamo lampeggiare una sirena alle nostre spalle. <<Caz…, siamo fregati! Non avremmo dovuto concederci il dopo-cena al saloon. Accidenti alle birre!>>, ci diciamo a vicenda. Accostiamo temendo il peggio e aspettando un omone in uniforme che ci punta contro la pistola e ci intima di scendere con le mani alzate. In realtà, quando mi giro verso il finestrino quello che vedo è uno sfigatissimo poliziotto con la pancia un ordine di grandezza oltre la media. Quasi dispiaciuto per il disturbo, ci dice che abbiamo parcheggiato dal lato sbagliato e che non dovremmo farlo più. I suoi occhi tradiscono la gioia che sta provando per aver potuto fare qualcosa di utile in quel posto remoto. Probabilmente ci stava aspettando da tempo all’uscita del saloon, assaporando in anticipo la gioia di fare il proprio dovere e onorare la divisa. Mettiamo in moto e ripartiamo sorridendo l’uno all’altro, contenti di aver contribuito a dar senso alla giornata di una persona…

Rientrati al campeggio, scopriamo che il vento fortissimo ha quasi divelto la nostra tenda. A Garafao è andata peggio: della sua non c’è più traccia! Noncurante degli altri campeggiatori a letto da un pezzo, inizia un colorito turpiloquio a voce alta in dialetto brianzolo-bergamasco e si lancia nell’esplorazione dei dintorni brandendo minacciosamente la frontale. Alla fine trova la tenda miracolosamente intatta, con tanto di calzini e mutande ancora appesi ad asciugare!

L’indomani chiudiamo le danze con la McCarthy West Face Free Variation, ancora sulla parete O, capolavoro di Chris Ballinger, Dennis Horning e Steve Gardiner, che nel 1978 aprirono questa esteticissima variante in libera alla via di A3 realizzata nel 1955 da Jim McCarthy e John Ruple. I 55 metri del secondo tiro, che offre in perfetta successione incastri di dita, mano stretta, mano e pugno, valgono da soli la giornata. È godimento allo stato puro.

Sono le 3 del pomeriggio. Mentre osserviamo dal parcheggio la linea della salita appena terminata, ci scoliamo le tre birre che abbiamo dimenticato in auto da una settimana. Sono calde da far schifo, ma ci sembrano buonissime. Ci dichiariamo soddisfatti dalla trasferta in Devil’s Tower. E ora… Vedauwoo, a noi!!

Marcello Sanguineti (CAAI)

Thanks to:
Karpos/Sportful: abbigliamento per il tempo libero e l’outdoor.
Totem Cams: new high performance cams for climbing.
Climbing Technology: climbing equipment.
Dolomite: calzature per alpinismo, trekking e outdoor.


CLIMBING TRIP TO THE USA 2012
- Climbing Trip to the USA - Part 1

- Climbing Trip to the USA - Part 2
- Climbing Trip to the USA - Part 3

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