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Finalmente di fronte alla parete Est di The Diamond
Photo by Calloni / Dell'Agnola / Sanguineti
All'attacco della Casual Route di "The Diamond"
Photo by Calloni / Dell'Agnola / Sanguineti
Sulla Casual Route di "The Diamond"
Photo by Calloni / Dell'Agnola / Sanguineti
Cumbre!
Photo by Calloni / Dell'Agnola / Sanguineti

Climbing Trip to the USA - Part 1

05.09.2012 di Marcello Sanguineti

Il tour arrampicata negli USA di Giambattista Calloni, Manrico Dell'Agnola (CAAI) e Marcello Sanguineti (CAAI). La prima puntata: The Diamond, Colorado.

CLIMBING TRIP TO THE USA - PART 1 di Marcello Sanguineti
Colorado: The Diamond

The Diamond: la più famosa parete del Colorado e forse di tutte le Rocky Mountains; un vero e proprio diamante di roccia, a lungo considerato inscalabile. Le sue fessure di ogni misura portano fino ai 4346m (14.259ft) della vetta del Longs Peak, uno dei ”fourteeneers” del Colorado. Ritenendo impossibile il soccorso sulla parete, nel 1953 il Rocky Mountains National Park la mise ”off limits”, impedendone ogni tentativo di scalata. Ma il “climbing ban” dei Rangers non avrebbe potuto frenare all’infinito la corsa al Diamond. Negli anni successivi, i migliori scalatori del periodo misero gli occhi sulla parete: Tom Hornbein, John Rensberger, Ray Northcutt, Layton Kor, per citarne solo alcuni. Finalmente, nel 1960 i Rangers tolsero il divieto di scalata e due giovani californiani, Dave Rearick e Bob Kamps, realizzarono la prima salita.  Finalmente, la “forbidden wall” era stata conquistata!

Da anni avevo in mente di scalare sul Diamond, ma non ero mai riuscito a combinare: non è facile trovare soci vogliosi di prender bastonate sulle fessure a incastro degli Stati Uniti. I pochi disponibili, poi, preferiscono mete più classiche e a quote meno elevate, tipo Yosemite, Toulomne, Indian Creek, Desert Towers, Red Rocks e Joshua Tree, ma in quei posti avevo già dato alcuni anni fa. L’occasione buona per il Diamond capita a giugno, quando, per una serie di imprevisti, saltano le 3-4 settimane di scalata in Groenlandia che avevo in programma con Manrico dell’Agnola. Senza pensarci più di tanto, propongo a Manrico il “piano B”: Diamond e qualche altra salita in Colorado, poi Vedauwooo e Devil’s Tower in Whyoming. La risposta non si fa attendere ed è un "si'" entusiasta Poco prima della partenza, si aggrega il mitico Giambattista Calloni, “Garafao” per gli amici. Il gruppo è pronto, si parte!

Atterrati a Denver nel pomeriggio e trascorsa la notte in uno dei motel-fotocopia che inflazionano gli Stati Uniti, l’indomani saltiamo a bordo della Chrysler bianca noleggiata per la vacanza e ci dirigiamo verso Boulder. Il bagagliaio stivato di materiale da scalata mi ricorda un po’ il baule in cui da bambino tenevo i giocattoli… beh, quello che andiamo a fare  non è poi così diverso da un gioco… Giusto il tempo di acquistare cartine e materiale da campeggio dal fornitissimo  REI Mountain Shop a Boulder e di mettere a tacere lo stomaco con un burrito stile messicano da un Taco Bell, poi  proseguiamo verso il Rocky Mountains National Park.

La prima tappa è dai Rangers, a caccia di info sul meteo. Mentre Garafao si scatena  con la macchina fotografica e immortala ogni cosa (dal plastico del Longs Peak agli avvisi appesi alle pareti, dai cartelli segnaletici ai turisti americani con la pancia), scopriamo che per l’indomani è previsto un 20% di “chance of showers and thunderstorms” nel pomeriggio. Potrebbe sembrare poco entusiasmante, visto che si tratta di scalare a 4000 metri, ma sul Longs Peak l’instabilità pomeridiana è una costante e, se si aspetta la giornata perfetta, si rischia di non combinare nulla. Seduti di fronte a tre birre, valutiamo come procedere. Un giorno in più per riprenderci dal jet lag non ci farebbe che un gran bene. Inoltre, il nostro programma prevede un po’ di pratica su monotiri e vie di fondovalle prima d’ingaggiarci sul Diamond, anche tenuto conto del fatto che la parete è in quota. Insomma, siamo un po’ titubanti: riposare per digerire il cambio di fuso orario, acclimatarci e allenarci per alcuni giorni e poi puntare al nostro obiettivo principale sarebbe la scelta più razionale. Sappiamo bene, però, che la ragione è schiava delle passioni: senza troppe masturbazioni mentali, decidiamo di scoccare già l’indomani la prima freccia sul Diamond. Invece di bivaccare alla base della parete, tenteremo la salita in giornata, perché le previsioni per il giorno successivo non sono incoraggianti. Ci sistemiamo in campeggio e mettiamo la sveglia a notte fonda.

Riusciamo a ridurre a 3 le 4 ore preventivate per arrivare al Chasm Lake, alla base del versante E del Longs Peak. Dal lago la vista è mozzafiato: la parte bassa della parete sorregge “The Diamond” - una vera e propria parete sulla parete – che, con la sua forma pressoché triangolare, si slancia dalla Broadway Ledge verso La Table Ledge e poi la vetta. Mentre Garafao non smette di scattare foto ovunque e a qualunque entità animata o inanimata che gli capiti a tiro d’obiettivo, Manrico ed io scrutiamo le pieghe più intime di questa fantastica lavagna di granito. Con un’altra ora arriviamo alla base del North Chimney, prima per pietraie e morene, poi fiancheggiando il Mills Glacier e risalendo un breve nevaio. In questa stagione si riesce a fare a meno di piccozza e ramponi. Non c’è tempo da perdere; risaliamo quasi tutto il North Chimney slegati, assicurandoci in un paio di tratti, e arriviamo alla Broadway Ledge. Il panorama sul Chasm Lake, la Estes Valley e i quattromila della zona meriterebbe di essere gustato con calma, ma non c’è tempo: imbragarsi, scalare ed essere più veloci del temporale è la parola d’ordine.

È mostruosamente tardi: sono le 11! Attacchiamo decisi la Casual Route, nostro primo obiettivo. L’arrampicata è entusiasmante, con fessure di tutte le misure che si susseguono senza sosta e accolgono agevolmente friends e nuts. Porca miseria, però: alla fine di ogni tiro si arriva con il fiatone… Sarà che siamo stanchi? O forse subiamo ancora lo stordimento dovuto agli otto fusi orari di differenza? Può darsi, ma ci viene in mente che c’è un altro motivo: qui si scala a 4000 metri e oltre… A questa quota, gli incastri sono ben più faticosi che in Yosemite, a Indian Creek o nella nostra Valle dell’Orco! Garafao ci segue senza dare alcun segno di cedimento, nonostante lo zaino carico che gli abbiamo affibbiato: spunta regolarmente all’uscita di ogni tiro con la visiera del berrettino sotto il casco e due ciuffi di capelli brizzolati che spuntano ai lati e volteggiano nell’aria ogni volta che si alza un po’ di vento.   
 
Il penultimo tiro ci offre una sorpresina; siamo sul granito degli Stati Uniti, poteva forse mancare uno squeeze chimney? Certo che no! Eccoci a spremerci e strisciare in opposizione schiena-ginocchia e schiena-piede, a contorcerci imprecando contro i camini e chi li ha inventati… Ma fa parte del gioco: nei “camini-spremuta” non c’è altro da fare che mettere tutto il materiale davanti sull’imbrago, conquistare un centimetro dopo l’altro e rassegnarsi ad uscire doloranti. Il tutto senza far caso alla protezione che si allontana sempre più, senza pensare che non c’è verso di proteggersi finché non si raggiunge l’agognata fessura che sembra prendersi gioco di noi, lassù in alto.  Come se non bastasse, una leggera pioggia alternata a nevischio ha iniziato da un po’ a bagnare la parete, complicandoci le cose… Sul Diamond le condizioni meteo cambiano in maniera improvvisa: magari si sta scalando in maniche corte e subito dopo bisogna mettersi termica, pile e guscio!
      
Guadagnata la Table Ledge, usciamo in vetta per la Kiener’s Route. Quasi non ci crediamo: due giorni prima eravamo storditi nella camera di un motel di Denver, a subire l’aria condizionata;  ora siamo in vetta al Longs Peak. Niente male! Purtroppo, non c’è molto tempo per goderci il panorama: il vento è forte, il nevischio aumenta e dall’auto ci separano 11 chilometri e 1500 metri di dislivello. Allora, giù di corsa per il versante N! Pendii sfasciumati e un paio di doppie ci portano in un’ora e mezza al Boulder Field. Con tre ore circa di discesa e di  lotta contro la sonnolenza da jet lag raggiungiamo l’auto. Siamo davvero stanchi e la scritta “Secondamano” che campeggia sul berretto di Garafao – un gadget annesso all’omonima rivista, che il nostro amico ha pensato bene di non farsi scappare – ben si adatta a tutti e tre. Sono le 9 di sera. "It has been a long day", ci diciamo stringendoci la mano, ma siamo soddisfatti. Mettiamo in moto e andiamo in cerca di bistecca e patatine: siamo o non siamo nel West?!  

Thanks to:
Karpos/Sportful: abbigliamento per il tempo libero e l’outdoor.
Totem Cams: new high performance cams for climbing.
Climbing Technology: climbing equipment.
Dolomite: calzature per alpinismo, trekking e outdoor.

di Marcello Sanguineti (CAAI)

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