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Rolando Larcher, bivacco sulla via Piussi-Redaelli, Torre Trieste, Gruppo del Civetta, Dolomiti
Photo by arch Larcher
Rolando Larcher, in arrampicata libera e a vista, sulla via Piussi-Redaelli, Torre Trieste, Dolomiti
Photo by arch Larcher
Rolando Larcher, in arrampicata libera e a vista, sulla via Piussi-Redaelli, Torre Trieste, Dolomiti
Photo by arch Larcher
La Via direttissima sulla parete sud della Torre Trieste (7b, 730m)
Photo by Loris Marin
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    Rolando Larcher
    Attivissimo “apritore” di nuovi itinerari di alta difficoltà, alcuni dei quali, come Hotel Supramonte alle Gole di Gorropu, diventati dei punti di riferimento. Da anni la sua ricerca si spinge verso l'esplorazione della difficoltà obbligatoria in parete.

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Rolando Larcher on-sight sulla Piussi - Redaelli, Torre Trieste

18.06.2003 di Rolando Larcher

Torre Trieste, un grande mito tutto di calcare: Rolando Larcher e la prima ripetizione in libera e prima 'a vista' della direttissima Piussi-Redaelli.


Lunedì 16 e Martedì 17 Giugno 2003 Rolando Larcher, accompagnato da Lino Celva, ha effettuato la prima ripetizione in libera e contemporaneamente (va sottolineato) la prima 'a vista' della via aperta da Ignazio Piussi e Giorgio Redaelli, dal 6 al 10 settembre 1959, sulla immensa Parete Sud della Torre Trieste.
Una grandiosa via, all'epoca da molti considerata la più difficile artificiale delle Alpi. E una bellissima realizzazione, che ha richiesto a Rolando tutta la sua capacità - acquistata in tutti questi anni - di essere "dentro" la difficoltà e capire la roccia (precaria) della grande direttissima della Torre Trieste. Ma lasciamo raccontare direttamente a Rolando quei due giorni in parete, nati prima da un idea e poi anche un po' dal caso...


La direttissima alla Torre Trieste, era nella rosa delle vecchie vie artificiali da tentare in libera quest’estate. Di questa storica via, avevo pareri discordanti sulla qualità della roccia e dopo un incontro con Heinz Mariacher, decidemmo di provarla assieme. Recentemente era andato a fare un giro sotto la Torre, a suo parere la prima parte gialla sarebbe stata sicuramente scabrosa ma poi, nella seconda, la roccia, facendosi perdonare, sembrava migliorare decisamente. Purtroppo, per impegni di entrambi, non siamo riusciti a combinare la cosa ed allora, prima che facesse troppo caldo, ho deciso di andare a dare un’occhiata assieme al collega Accademico Lino Celva, anche lui interessato alla via, per averla già tentata precedentemente.

Partiamo da casa alle 3.30 del mattino, l’idea è di andare a saggiare il terreno. Sulla carta è la prima parte la più impegnativa, voglio vedere se ci sono possibilità di passare in libera, verificare la qualità della roccia e se ci si può proteggere. Alle 6.30 attacchiamo e con 5 facili tiri arriviamo al dunque. Non speravo sicuramente di trovare roccia solida, ma quello che vedo è molto peggio, per non parlare della vecchia chiodatura, che può garantire solamente una bella "cerniera" (l'uscita di tutti i chiodi intermedi n.d.r.) in caso di volo. Parto molto titubante, sembra di scalare sulle uova, gli appigli se non si muovono "cantano", stessa cosa dicasi degli appoggi. Il guaio è che strapiomba e bisogna tirarli in fuori! La chiodatura, inoltre, lascia a desiderare e raramente si può integrare con qualcosa di veloce. Il ricordo va immediatamente alla via Verona, liberata l’anno scorso in Brenta, la chiodatura forse non è molto dissimile, ma la roccia in confronto a questo ghiaione, sembrava quella del Verdon.

Il primo tiro viene a vista, così il mio entusiasmo aumenta un pochino, e proseguo. Le successive lunghezze sono sempre molto precarie, ma mi riescono inaspettatamente a vista ed il morale va alle stelle. Anche Lino, in sosta, è entusiasta e mi incita non poco. Sono talmente concentrato e la scalata è così precaria, che il discorso difficoltà passa in secondo piano, ho i neuroni troppo occupati nel controllare l’azione e la memoria mi va in blocco, quando raggiungo le soste ho il vuoto totale delle sequenze appena fatte ed alla fine avrò grosse difficoltà anche per conteggiare i tiri effettuati.

Penso che le difficoltà possano aggirarsi tra il 7a ed il 7b, ma ripeto: sono una cosa molto secondaria. Così raggiungo inaspettatamente a vista la cengia, l’orario è un po’ tardo e bisogna prendere una decisione. Proseguire e calcolare un sicuro imprevisto bivacco con in aggiunta delle pessime previsioni meteo per la giornata seguente, o scendere a doppie, abbandonando il sogno dell’on-sight, per poi magari non tornare mai più: chi se la sentirebbe di ripetere questa roulette russa appena superata? Io non ho dubbi per la scelta da fare, il miraggio di farla a vista è uno sprone notevole, ma qui le decisioni bisogna prenderle di comune accordo. Lino non ha e non può avere le mie stesse motivazioni, ha solo la certezza di una notte al freddo e di una giornata a digiuno, ma lui è un generoso e mi appoggia incondizionatamente.
Rolando Larcher, Torre Trieste, Dolomiti
Riprendiamo la salita, dopo lo scudo strapiombante giallo, la via prosegue per una linea di diedri sempre strapiombanti. La roccia migliora, ma certi blocchi a cui bisogna appendersi o quando va bene aggirare, mantengono alta la tensione. La sorpresa maggiore della seconda parte è data dalla mancanza di chiodi. Questi diedri sono stati superati in gran parte con cunei di legno, molti dei quali recuperati ed i pochi rimasti hanno oramai 44 anni sul groppone. Pertanto bisogna proteggersi quasi totalmente con stopper e friends, rallentando ed affaticando ancor più l’andatura.

Ore 21.00, faccio l’ennesima sosta e mi faccio calare, quella di sotto è un po’ più accogliente per bivaccare. Un terrazzino di 150 per 80 centimetri, che assomiglia tanto al Cap Spire di Salathè, ma non nelle dimensioni. Lo spianiamo a colpi di martello, mangiamo quel poco che c’è rimasto e ci bagniamo la lingua con l’ultimo goccio di the. Mi ritorna in mente l’arsura patita e descritta da Piussi nel suo libro. Prima di stenderci, una telefonata a casa per avvertire che tarderemo un pochino e poi tentiamo di trovare una posizione che ci permetta di riposare, siamo a circa 600 metri da terra e domani ci aspettano ancora alcune dure lunghezze. E’ il mio primo bivacco improvvisato, senza alcuna attrezzatura, ma tutto sommato passa meglio del previsto. Lino invece patisce un po’ di freddo e rimane quasi sempre sveglio.
Ci massaggiamo a vicenda per riscaldarci ed ad un’ora imprecisata della notte, Lino, stufo di rigirarsi continuamente, comincia a raccontare barzellette. L’effetto è incredibile, immediatamente lo stato d’animo ne beneficia, ma è ancor più stupefacente la conseguente azione riscaldante. Così, poco prima che albeggi, riusciamo ad appisolarci, purtroppo però è cosa breve perché comincia a piovere. Ci mettiamo seduti e poco dopo fortunatamente smette. Sono le 5.00 e non ci resta che ripartire, ci metto un quarto d’ora per riprendermi dal torpore e ritrovare l’equilibrio.

Rifaccio il tiro di ieri e poi parto sul successivo, una fessura strapiombante atletica che mi fa tribolare non poco, penso sia la prima volta che faccio un 7b a vista alle 6.00 del mattino. Ancora un tiro duro e poi la parete diventa meno verticale, ma molto friabile. In aggiunta a questo la stanchezza e il digiuno cominciano a farsi sentire, i ragionamenti vanno al rallentatore e di conseguenza anche l’andatura. E’ da un po’ che non guardiamo la relazione e seguiamo le tracce dei chiodi che salgono direttamente. Ad un certo punto Lino si accorge che siamo sulla variante Hasse alla via Carlesso, salita da lui qualche giorno prima. Imprechiamo quel tanto che serve, e proseguiamo superando anche queste ultime impreviste difficoltà fino a raggiungere la cima.

Siamo stanchi e fatico a realizzare che sono arrivato sino a qui completamente a vista. Una prestazione che non avevo nemmeno sfiorato col pensiero prima di attaccare, nata man mano che salivo e che solo dopo metà parete ha cominciato a concretizzarsi... ed io a crederci. Ho sicuramente tenuto duro, ma mi ritengo molto più fortunato che bravo, perché ci vuole una gran sorte per superare 26 o 27 tiri (chi si ricorda il numero esatto?) di roccia precaria, senza cadere con una presa in mano!
Il rilassamento in cima arriva prepotentemente, ma lo tratteniamo al sol pensiero del lungo rientro che ci aspetta. Mi metto nelle mani di Lino fresco memore delle doppie, e con alcuni pisolini alle soste, mentre lui districa le corde, raggiungiamo la base e qualcosa da mettere finalmente sotto i denti.

In conclusione, devo ringraziare Lino, per la sua disponibilità ed il suo entusiasmo, senza i quali le mie energie non sarebbero state all’altezza della salita. Nello stesso tempo mi sento di far tanto di cappello agli storici apritori, Piussi e Redaelli: con il materiale dell’epoca affrontare e superare una tal parete, necessitava un ardimento ed un’apertura mentale non comuni. Una direttissima in artificiale che è ben diversa della consueta fila di buoni chiodi a pressione tipica di altre vie di quel periodo!

Rolando Larcher


Via direttissima
Torre Trieste 2458 m parete sud, Dolomiti
Lunghezza:
730m
Difficoltà: 4°, 5°, 6°, A1, A2, A3
Difficoltà in libera: max 7b
Aperta da: Ignazio Piussi e Giorgio Redaelli dal 6 al 10 settembre 1959
Liberata a vista: da Rolando Larcher accompagnato da Lino Celva nei giorni 16 e 17 giugno 2003.
La relazione di Rolando Larcher: La via si suddivide in quattro settori: il primo tratto iniziale è composto da 5 facili tiri. Il secondo, lo scudo giallo, di 8 tiri impegnativi tutti valutabili intorno al 7b. Il terzo, i diedri dopo la cengia, 7 tiri sempre impegnativi ed atletici, con delle punte fino al 7b. Infine il quarto ed ultimo settore composto da altre 6 lunghezze con difficoltà tradizionali. Noi siamo usciti involontariamente per la variante Hasse, seguendo la direttiva logica. Delle 26 soste fatte, 4 nel secondo settore e due del terzo sono state rinforzate con uno spit da 8 mm piantato a mano. Nel primo settore abbiamo trovato uno spit da 10 mm e nel secondo due da 8 mm, uno alla prima sosta e l’altro sul traverso del settimo.

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