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La parete nord di Latok I e Ogre, visto dal Choktoi Glacier
Fotografia di archivio Thomas Huber
Thomas Huber in terapia intensiva dopo la caduta a terra di 16m alla Brendelwand
Fotografia di archivio Thomas Huber
Scott Adamson, Thomas Huber e Kyle Dempster nel 2015 a Choktoi
Fotografia di archivio Thomas Huber
George Lowe, Jim Donini e Thomas Huber
Fotografia di archivio Thomas Huber
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Thomas Huber: la caduta, il Latok I e la gratitudine di essere vivo

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Il racconto dell’alpinista tedesco Thomas Huber degli ultimi tre mesi che hanno “plasmato la mia vita in modo sostanziale.” A partire da una caduta a terra da 16 metri, passando per il sogno del Latok I in Karakorum e l’incubo delle ricerche per gli alpinisti statunitense Scott Adamson e Kyle Dempster sul vicino Ogre II.

Sono stati tre mesi intesi e tumultuosi per l’alpinista tedesco Thomas Huber. All’inizio di luglio il fortissimo 49enne è sopravvissuto per miracolo ad una bruttissima caduta in falesia; è bastato un momento di disattenzione, la corda troppa corta sulla quale si stava calando alla Brendelwand, e Thomas è piombato a terra da 16 metri. Ricoverato subito in terapia intensiva, a Thomas è stato diagnosticato un trauma cranico e ha subito diverse operazioni. Poi, ancora una volta come per miracolo, la riabilitazione è progredita con tempi da record. Così, a nemmeno cinque settimane dall’intervento, è partito per il Karakorum in Pakistan. L’obiettivo: l’ancora inviolata parete nord del Latok I (7145m) insieme ai tedeschi Toni Gutsch e Sebastian Brutscher. Oppure completare la via percorsa, fino a 150m dalla cima, nel 1978 durante una leggendaria salita di 26 giorni dagli statunitensi Jim Donini, George Lowe, Jeff Lowe e Michael Kennedy.

Thomas Huber conosce bene quella zona sul ghiacciaio Choktoi. Già nel 1997, insieme a suo fratello minore Alexander, a Gutsch e allo statunitense Conrad Anker, aveva aperto una nuova via sulla parete ovest del Latok II (7108m). Mentre nel 2001 Thomas aveva effettuato la prima salita del vicino Ogre III e la seconda salita assoluta dell’Ogre (7285m) insieme agli svizzeri Urs Stoecker e Iwan Wolf, 24 anni dopo l’epica prima salita nel 1977 da parte di Chris Bonington e Doug Scott.

Questa sua conoscenza dell’Ogre è utilissima poco dopo l’arrivo del team tedesco al campo base: in quel momento gli alpinisti statunitensi Kyle Dempster e Scott Adamson stavano tentando l’inviolata parete nord dell’Ogre II (6960m) ma di loro non si avevano più notizie. Huber, Gutsch e Brutscher si sono subito messi in moto, hanno individuato gli sci degli statunitensi alla base della parete, ma a causa del brutto tempo sono stati costretti a tornare indietro. Poi, 10 giorni dopo l’ultimo avvistamento, finalmente è arrivato il bel tempo e con esso due voli di ricognizione in elicottero fino a 7200m - in tasca Thomas aveva con sé dei medicinali d’emergenza perché non sapeva se una rapida salita a quelle quote potesse essere pericolosa. Purtroppo degli statunitensi non c’era nessuna traccia, e nemmeno la difficile e pericolosa salita fino a quota 6200 sulla cresta NO alcuni giorni più tardi ha dato esito positivo. A malincuore sono state interrotte le ricerche, quello che rimaneva era il dolore dell’immensa perdita di due dei più forti e promettenti alpinisti, non solo statunitensi.

Nonostante tutto il sogno delle nord del Latok I è rimasto intatto ma, anche se a questo punto i tedeschi erano ben acclimatati, il destino ha voluto altrimenti ancora una volta…

IL MIO RITORNO A DOVE TUTTO È INIZIATO di Thomas Huber

Il mio ritorno in quel luogo, dove tutto è iniziato, è stato emozionante. Sono andato da solo. Ho attraversato il ripido sentiero verso la parete Brendelwand. Lo ammetto, il cuore andava a mille mentre tornavo lì dove ero caduto da 16 metri. Ho fatto un respiro profondo, ho girato l'angolo e poi tutto ad un tratto ero lì! Un momento potente; sento l'energia che mi ha fatto sopravvivere, mi siedo nel posto in cui sono atterrato. Anche la corda troppa corta è ancora appesa in parete e adesso mi rendo conto che il tutto è stato molto di più che semplicemente un'immensa fortuna. Sono sopravvissuto alla caduta e questo mi riempie di un indescrivibile senso di gratitudine! Tra quel istante ed adesso sono trascorsi quasi 3 mesi che hanno plasmato la mia vita in modo sostanziale.

AGOSTO 2016
Ho attraversato la Panmah Valley in direzione Choktoi, pieno di energia ed euforia insieme a Toni Gutsch, Sebi Brutscher, Max Reichel e gli statunitensi Jim Donini, George Lowe e Thom Engelbach. Il Choktoi rappresenta per me il ‘Stonehenge’ dell'alpinismo, è un luogo che straripa di energia e segreti, ha un carisma magnetico. È un luogo che promette avventura, circondato dalle più selvagge montagne del mondo: Latok III, Latok II, Latok I, Ogre II e Ogre. George e Jim volevano scalare una montagna di 6000 metri insieme a Thom e tornare nel luogo dove, nel 1978, avevano scritto una importante pagina della storia dell’alpinismo con la loro "quasi salita" della cresta nord del Latok I. Non di rado la loro avventura durata 26 giorni è stata intitolata come "Il fallimento più eccezionale della storia dell’alpinismo!"

Dopo 4 giorni di camminata, il 23 agosto abbiamo raggiunto il campo base a 4400 metri sopra il livello del mare. Di fronte a noi si apriva l'incredibile scenario della catena montuosa del Latok. Era bello essere lì nuovamente, il tempo era buono e la mia tenda era piantata nello stesso posto dell'anno scorso. Il giorno dopo, verso mezzogiorno, è venuto a trovarci Gafour, la guida di Kyle Dempster e Scott Adamson, l'altra spedizione statunitense che aveva stabilito il campo base nella stessa valle su una morena a circa 2 ore di cammino più in alto. Ci ha portato i migliori saluti dei due statunitensi che erano, proprio in quel momento, impegnati a salire la parete nord dell’Ogre II. Lui li aveva visti la sera precedente, una luce in alto sulla parete nord: quel giorno avrebbero potuto raggiungere la vetta.

Ma il tempo non era perfetto, almeno non sull' Ogre II. La montagna era avvolta in una spessa coltre di nuvole e sembrava esserci molto vento. Forse saranno fortunati, oppure scenderanno in corda doppia abbiamo pensato. Dopo una tazza di tè Gafour ci ha salutati. Noi gli abbiamo dato una radio: non vedevamo l’ora di sentire direttamente Kyle e Scott. Avevo conosciuto quei due ragazzi lo scorso anno, due alpinisti di razza, determinati e con un grande senso dell’umorismo. Quando avevano sentito del mio incidente mi avevano subito scritto dicendomi che mi dovevo riprendere il più presto possibile e che ci saremmo sicuramente rivisti ad agosto a Choktoi.

Il tempo è stato brutto per i successivi giorni, ha nevicato nuovamente e di Kyle e Scott non c'era ancora nessuna notizia. Dopo 4 giorni abbiamo iniziato ad essere preoccupati. Dopo 6 giorni abbiamo avuto un primo contatto con le loro famiglie e i loro amici in America. In accordo con loro siamo partiti verso l'Ogre II. Sulla "Icefall", la selvaggia lingua di ghiaccio di fronte alla parete nord, abbiamo trovato i loro sci ma, a parte questi, di loro non c'era alcuna traccia. Abbiamo deciso di installare un campo proprio lì. Durante la notte ha ricominciato a nevicare pesantemente e in quelle condizioni non vedevamo nessuna possibilità di attraversare l'Icefall. Siamo tornati al Campo Base consapevoli che dovevamo aspettarci anche il peggio.

L'unica possibilità che i due avevano, se erano ancora vivi, era un tentativo di salvataggio in elicottero. Ma questo richiedeva il bel tempo! Dall'America è stato organizzato un piano di salvataggio. Attraverso Facebook sono stati raccolti 190.000$ e tutti speravamo in un miracolo. Un miracolo che c'era già stato due volte su queste montagne: nel 1977, quando Doug Scott si era rotto entrambe le gambe a 7100 metri sull’Ogre ed era riuscito a sopravvivere e a tornare strisciando sulle ginocchia al campo base, dopo 10 giorni di brutto tempo. Nel 1978, dopo 3 settimane e diversi periodi di brutto tempo, Jim Donini, Michael Kennedy, Jeff e George Lowe erano stati dati per dispersi sul Latok I, ma dopo 26 giorni erano riusciti a tornare dalla "North Ridge"!

Il 3 settembre, 10 giorni dopo l'ultimo segno di vita, finalmente il meteo permetteva di volare! Era sereno! L'esercito pakistano è arrivato con 2 elicotteri. Conoscevo la zona e ho volato con loro. Abbiamo sorvolato la montagna per un'ora, volando fino ad un'altitudine di 7200 metri. È incredibile quanto bene l’elicottero "Ecureuil" vola a queste quote. Oltre alla ricerca, potevo vedere questo fantastico paesaggio da una nuova prospettiva, ma non sono riuscito a godermelo. Diverse volte abbiamo sorvolato la loro via sulla parete nord, la possibile discesa lungo la cresta nord ovest, i crepacci, le valli ed i fianchi della montagna. Poi però abbiamo dovuto confrontarci con la tragica realtà: non ci sarebbe stato un terzo miracolo nel massiccio del Latok. Di Scott e Kyle non c’era nessuna traccia. Trasmettere questo messaggio, togliere alle loro famiglie ed agli amici la speranza, è stato difficile. Ho sentito il loro dolore, li volevo aiutare ed allo stesso tempo ero impotente. Vedevo dall'esterno cosa succede quando due appassionati alpinisti accettano, pieni di motivazione, la loro sfida e poi non ritornano più. Alla fine, per chi resta, rimane soltanto l’impotenza.

Dopo questo periodo emotivamente così burrascoso è stato difficile tornare a pensare in maniera lucida. Meglio andare ad arrampicare! Toni, Sebi e io volevamo salire la cresta Nordovest dell' Ogre II, per essere preparati al meglio per la parete nord del Latok I, e forse anche per trovare delle risposte su dove fossero finiti gli statunitensi. Siamo saliti fino a 6200m, l'ultimo campo prima della cima. La mattina presto il maltempo, inaspettato, ci hanno costretti a scendere. La ritirata è stato un vero e proprio banco di prova. A causa delle nevicate l'altopiano è diventato una trappola, minacciata dalle valanghe. Con molta fortuna siamo riusciti a fare ritorno al ghiacciaio. Grazie al cielo! Ma la questione del destino degli statunitensi rimaneva ancora senza risposta.

In questo periodo lo stato di salute di Max, il nostro cameraman, è così peggiorato che l'unica decisione giusta per lui era abbandonare la spedizione. Finalmente è tornato il bel tempo e Max ha salutato il Choktoi. Io l’ho accompagnato durante il primo giorno di ritorno alla civiltà. Avevamo un buon piano: mentre accompagnavo il mio amico, Sebi e Toni avrebbero osservato la parete durante il bel tempo. Così al mio ritorno, avremmo attaccato la parte bassa della parete per scoprire come davvero fosse questo Latok I. Dopo 40 km e 1000 metri di quota più in basso Max si sentiva meglio e la fase critica era stata superata. Ha continuato il suo cammino con i portatori mentre io sono tornato al campo base. Sapere che Max era al sicuro si traduceva nella libertà di poter pensare soltanto all’alpinismo, alla sfida sul Latok I: essere finalmente insieme sulla sua parete nord!

Il mio team però la vedeva diversamente: Toni aveva una brutta sensazione e non credeva nel successo in quelle condizioni, con la parete così ricoperta di neve; pensava che avrebbe fatto troppo freddo in quota e che fosse troppo pericoloso! Sebi condivideva la stessa opinione, ed entrambi volevano mattere fine alla spedizione. Non riuscivo a credere a quello che mi stavano dicendo. Ero fermamente convinto che avremmo iniziato l’indomani, che avremmo toccato la parete per la prima volta e che saremmo saliti. Invece mi hanno detto un chiaro "No". Sono rimasto deluso e triste, e in quel momento non volevo nemmeno capire la loro scelta, anche perché le previsioni davano diversi giorni di bel tempo. Anche l'anno scorso avevamo discusso troppo al campo base e alla fine la paura della cima era stata più grande del coraggio di partire dal campo base.

Ho accettato il loro punto di vista e, come l'anno scorso, la spedizione è finita ancora prima di iniziare, prima di aver mai iniziato a salire il Latok I. Avevo visto giorni migliori, ma ciò nonostante ho riportato con me dal Choktoi anche delle cose buone: so che dopo l'incidente sto nuovamente bene, so di aver tentato in tutti i modi di trovare Kyle e Scott e per fare ciò di aver messo i nostri interessi in secondo piano, so che Max è tornato giusto in tempo alla civiltà, come Jim Donini e George Lowe erano nuovamente difronte alla loro "North Ridge" dopo 38 anni. E infine so di non essere stato lì per l'ultima volta.

Sono stati tre mesi pazzeschi, nei quali ho vissuto tutto ciò che la vita può offrire: il confronto con la morte, l’energia della vita e la sopravvivenza, l'amore, la speranza, il dolore, la sofferenza, la delusione, la rabbia, ma anche la gioia, l'amicizia e la forza e l'unione del team. Ed anche qualcosa che mi ha sempre accompagnato: il desiderio. E ora vado per la mia strada, spero in un bel autunno, voglio andare ad arrampicare!

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