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Hervé Barmasse
Fotografia di Hervé Barmasse
Hervé Barmasse e Ueli Steck sull'Island Peak (6200m) la montagna che durante il mese di febbraio è servita come pista di allenamento in un percorso lungo 25 km
Fotografia di David Göttler
Hervé Barmasse in prossimità della vetta dell'Island Peak 6200 durante i suoi allenamenti nepalesi. Lo zaino, circa 8/10 kg e il materiale sarà lo stesso che utilizzerà sullo Shisha Pangma
Fotografia di David Göttler
In allenamento sulla cresta
Fotografia di archivio Hervé Barmasse
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Hervé Barmasse, lo Shisha Pangma e il fascino dell'alpinismo incerto

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Intervista ad Hervé Barmasse, alpinista e guida alpina del Cervino che con il tedesco David Göttler è in Tibet per tentare di aprire una nuova via sulla parete sud dello Shisha Pangma (8.027 m) ed insieme salire il suo primo Ottomila.

Hervé, sei in Tibet con David Göttler. Il vostro obiettivo è lo Shisha Pangma. Ci spieghi cosa volete fare e come volete farlo?
L'idea è di scalare la parete Sud dello Shishapangma (8027 metri) per un nuovo itinerario senza ausilio di ossigeno - che personalmente considero doping - senza corde fisse e campi pre-allestiti. Inseguo il sogno di salire il mio primo ottomila senza passare da una via normale. Farlo per una via nuova sarebbe bellissimo.

Come è nata l’idea e quali sono le maggiori difficoltà (e se vuoi i pericoli) che vi aspettano?
Il progetto è nato l'anno passato a maggio, a Kathmandu. David rientrava dal suo primo tentativo su questa parete con Ueli Steck, io dal tentativo con Daniele Bernasconi al Nuptse. Entrambi sapevamo che avremmo potuto far cordata perché nella stagione invernale avevamo iniziato ad allenarci assieme. A giugno abbiamo prenotato l'aereo e avviato la parte burocratica per il permesso.

Perché fai team proprio con David e come lo presenteresti a chi non lo conosce. A proposito, come scegli i tuoi compagni di cordata?
David è molto motivato e molto focalizzato sui suoi obiettivi, si allena in modo sistematico ed è affidabile sia nel gestire la parte organizzativa burocratica del progetto, sia nel decidere con anticipo la partenza per una spedizione. Queste, oltre all'affiatamento e alla simpatia, sono le caratteristiche che ricerco nei miei compagni e che permettono di fare di due individui un team e suddividersi i compiti al 50% sapendo che l'impegno è il medesimo. Inoltre, a essere sinceri, gli alpinisti che potrebbero tentare questa salita con questo stile, sono pochi. Lui è uno di quelli.

Visto il progetto… quante probabilità di riuscita ti dai?
Oggettivamente la percentuale è molto bassa, circa il 10%, ma sono molto fiducioso e ho buone sensazioni. Purtroppo, come in tutti i progetti alpinistici, ci sono parametri che non possono essere gestiti solo dalla nostra motivazione, preparazione fisica e forza di volontà. Tra i più influenti, ci sono le condizioni della parete, le previsioni meteorologiche e i pericoli. Ma arrivare preparati garantisce più possibilità di successo e in caso di fallimento, meno rammarico. Anche per questo motivo, per non lasciare niente al caso ho iniziato ad allenarmi e pensare all'alpinismo in alta quota in modo differente.

Negli ultimi due anni dal punto di vista fisico non si può dire tu sia stato molto fortunato. Nel 2015 hai subito un’operazione alle vertebre cervicali (giusto?) mentre l’anno scorso ti sei operato al ginocchio. Diciamo che hai una certa “consuetudine” con gli infortuni a cominciare da quello che ha chiuso la tua promettente carriera di atleta dello sci agonistico. Insomma, sei “rinato fisicamente” varie volte. Cosa ti hanno insegnato questi lunghi periodi di riabilitazione fisica?
Sicuramente a focalizzarmi sulle cose importanti della vita, a scegliere con chi viverla e condividerla; a riflettere sui miei errori, chiedermi il perché delle cose, i valori per i quali vale la pena lottare e a domandarmi sempre cosa desidero dal mio futuro. E nel mio futuro, tra i tanti progetti c'è ancora la montagna. Inoltre, durante la riabilitazione dai miei infortuni, grazie a un preparatore, un fisioterapista e un'amica nutrizionista, ho iniziato a conoscere meglio il mio corpo e i suoi limiti. Questo ha permesso di ridurre notevolmente i tempi di recupero dopo le operazioni, e di lavorare in modo specifico per la preparazione dei miei progetti alpinistici. I risultati sono stati sorprendenti. Abbiamo creato una base specifica di allenamento per l'alpinismo adattabile per chiunque non tema la fatica.

A proposito di fisico e allenamento… lo scorso febbraio sei stato in Nepal per un’intensa sessione di allenamento con lo stesso David Göttler ma anche con Ueli Steck e lo Sherpa Tenjii. Come mai questa scelta e in cosa consisteva il vostro allenamento (un esempio)?
In qualsiasi attività outdoor l'allenamento serve a migliorare le proprie qualità per raggiungere la condizione migliore per affrontare l'obiettivo della stagione o dell'anno. Pur non avendo altre basi su cui confrontarci ma pensando che comunque potesse essere utile ai nostri progetti futuri in Himalaya, abbiamo deciso di dedicare un periodo di preparazione in alta quota, che per un alpinista significa muoversi sopra i 4500 m, con volume e intensità del tutto simile a un periodo di preparazione di dieci giorni sulle Alpi. Questo dovrebbe permetterci ora di acclimatarci più velocemente e migliorare le nostre prestazioni in quota. L'allenamento di "riferimento" consisteva nella salita dell'Island Peak 6200 m dal paese di Chukung. Un'ascensione tecnicamente facile che a una persona normalmente allenata richiede due/tre giorni e che noi affrontavamo in meno di sette ore. Personalmente è stato molto interessante non solo come esperimento, ma anche per valutare la mia preparazione che, a differenza di quella di Ueli e David, per colpa dei miei infortuni, mi poneva in una condizione di assoluto svantaggio. Basti pensare che dal mese di maggio 2015 avevo nelle gambe 8 mesi di assoluta inattività, 6 mesi di preparazione rivolti al recupero dal complicato intervento al collo prima e al ginocchio poi e solo 3 mesi di preparazione specifica. Nulla a confronto dei loro "anni" di continuo allenamento. E vi assicuro che prima di partire ero sinceramente preoccupato! Eppure, nonostante tutto ho tenuto botta.

In questo tuo recente periodo in Nepal hai scritto sulla tua pagina FB: “Grazie ai miei compagni riusciamo a confrontarci sugli allenamenti e ne escono riflessioni che meriterebbero articoli e libri”, puoi anticiparcene una di queste riflessioni?
La prima è che nell'alpinismo l'allenamento esiste, è utile e porterà a risultati che incideranno sia sulle ascensioni del futuro sia e soprattutto sulla sicurezza. Perché essere maggiormente preparati, significa anche essere più pronti ad affrontare le difficoltà e gli imprevisti che la montagna pone. Rimane il fatto che l'allenamento non serve a nulla se alle spalle non ci sono conoscenza e cultura della montagna, aspetti fondamentali molto più di una preparazione fisica specifica rivolta all'alpinismo.

Indubbiamente tu sei un atleta, o per lo meno come ben racconti nel tuo libro “La montagna dentro”, sei uno sportivo, hai un background da atleta e ti alleni come un atleta. Allo stesso tempo vieni da insegnamenti e da una tradizione a cui tieni molto, quella delle Guide del Cervino, di tuo padre, di tuo nonno, ma anche dell’alpinismo “classico”, dei Walter Bonatti, dei Reinhold Messner. Sono due anime diverse che possono entrare in contrasto?
No. Da sempre gli alpinisti si allenano per scalare le montagne. Dalle notti passate all'addiaccio per prepararsi al freddo delle invernali, alle trazioni nei fienili sul manico del tridente appeso a due pezzi di corda di canapa, alle gite di preparazione per ascensioni più importanti. L'allenamento è parte del background dell'alpinista da prima della scalata del monte Bianco. Inoltre nei libri di E. Whymper, H. Buhl, W. Bonatti e R. Messner, solo per citarne alcuni, ci sono ampie testimonianze di come si preparavano alle loro salite. Cambiano i modi, ma l'allenamento è sempre esistito. E migliorare le nostre qualità non significa voltare le spalle ai presupposti dell'alpinismo, che sono la ricerca del nuovo e il confronto dell'uomo con i propri limiti e la natura, ma avere maggiori possibilità per guardare a nuovi orizzonti. Le guide? L'esempio del fienile riguarda una delle guide più capaci e autentiche della storia delle guide alpine. Luigi Carrel, detto il Carellino.

In definitiva… esiste una componente competitiva nell’alpinismo?
Per fortuna sì. Purtroppo sì. Per fortuna sì perché se guardi ai risultati di chi è più bravo di te, apprendi e migliori più velocemente. Purtroppo sì perché oggi prevale molto più l'invidia che la voglia di riconoscere il risultato degli altri. Un'invidia cieca che spesso porta a raggiungere obiettivi con qualsiasi mezzo e a qualsiasi prezzo solo per dimostrare di essere migliore di un altro, nascondendosi dietro la scusa che nell'alpinismo non esistono regole. Ma non è vero che non esistono regole. Quelle dell'alpinismo sono da sempre le regole dell'uomo, come i valori e l’etica, primo fra tutti il rispetto della natura e delle persone.

Dunque qual è, se c’è, l’alpinismo che ami di più?
Ho avuto la fortuna di vivere situazioni differenti su terreno differente, roccia, ghiaccio e misto, in cordata e in solitaria. E oggi potrei sbilanciarmi dicendo che l'alpinismo che preferisco è quello dove è la natura a decidere se farti passare o ritornare sui tuoi passi. Un alpinismo che confonde anche i più esperti e dove una semplice camminata in cresta può essere più pericolosa e di conseguenza avventurosa di una di alto livello tecnico dove le sicurezze sono maggiori. Un alpinismo incerto.

Quest’anno su Rai 3 sei stato ospite fisso della trasmissione “Alle falde del Kilimangiaro”… Com’è stata come esperienza ma soprattutto cosa cerchi di comunicare dell’alpinismo e del tuo modo di fare alpinismo?
In televisione mi sono trovato a mio agio e l'esperienza è stata molto positiva. Mi piacerebbe trasmettere al pubblico la voglia di avventurarsi e vivere un'esperienza in montagna che per molti, forse troppi, rappresenta ancora un luogo di solo pericolo.

Ritornando all’allenamento nepalese… gli altri due del quartetto, Ueli Steck e Tenjii, sono partiti anche loro per un altro grande progetto: la traversata Lhotse - Everest. Cosa ne pensi e, dato per scontato che tutti conoscano Steck, cosa ci puoi dire del suo compagno in questa avventura?
Per quanto noi ci alleniamo loro, gli abitanti delle più alte montagne del mondo, hanno ereditato capacità di adattamento all'alta quota che noi per ora difficilmente possiamo raggiungere ma solo cercare di avvicinare. Tenjii, a febbraio, ce lo ha dimostrato più volte. Solo su terreno tecnico e su passaggi esposti riuscivamo a emergere. Ma quando Tenjii, come gli altri sherpa, diventerà anche un alpinista tecnico avrà senza dubbio più possibilità di noi di esprimersi in alta quota. Ma per la traversata è già pronto oltre che super motivato. Sarebbe bello riuscissero.

Sullo Shisha Pangma affronterai per la prima volta un Ottomila cosa ti aspetti, anzi cosa ti auguri da quest’esperienza?
L'augurio di sempre. Divertirmi!

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