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Il Gilehri Pakro (India, Valle di Tosh) con il tracciato della via Broken Hand. La via segue un evidente couloir nell'avancorpo in basso a destra. Poi prosegue lungo la chiarissima cresta di ghiaccio che va a morire sotto una parete rocciosa, quindi sale verticalmente fino contro il cielo, e prosegue per la cresta quasi pianeggiante fino in vetta che sta esattamente dove inizia la cresta di discesa (a sx).
Photo by archivio Marcheggiani, Trento, Supplizi
Sulla via Broken Hand all'inviolata Gilehri Pakro (India, Valle di Tosh).
Photo by archivio Marcheggiani, Trento, Supplizi
Sulla via Broken Hand all'inviolata Gilehri Pakro (India, Valle di Tosh).
Photo by archivio Marcheggiani, Trento, Supplizi
Sulla via Broken Hand all'inviolata Gilehri Pakro (India, Valle di Tosh).
Photo by archivio Marcheggiani, Trento, Supplizi

Gilehri Pakro (India, Valle di Tosh) prima salita per Marcheggiani, Trento e Supplizi

23.10.2013 di Planetmountain

Il 2 ottobre scorso Massimo Marcheggiani, Lorenzo Trento e Stefano Supplizi hanno salito, nella semi inesplorata Valle di Tosh (Himachal Pradesh, India), una vetta inviolata di 5250m che hanno denominato Gilerhi Pakro. I tre hanno chiamato la via di salita Broken Hand (700m, diff. compl. D, ghiaccio e misto max 55° e roccia max 4°). Il report di Massimo Marcheggiani su questa avventura vissuta nel più puro alpinismo esplorativo

Una piccola spedizione. Una Valle praticamente sconosciuta. E tanta voglia di andare alla scoperta di montagne mai salite e di una natura strepitosa. Questa, in estrema sintesi, l'avventura di Massimo Marcheggiani (alpinista e climber romano che ha fatto la storia dell'arrampicata sul Gran Sasso e non solo), di Lorenzo Trento di Frascati e di Stefano Supplizi di Pescara. E' quello che si dice "alpinismo esplorativo". Ma soprattutto è un alpinismo fatto per il gusto di viaggiare, scoprire nuovi orizzonti e "affacciarsi" lì dove nessuno o pochissimi sono stati. Un alpinismo che si stupisce ancora di fronte ai panorami di montagne che nessuno ha mai visto o considerato. Quella di Marcheggiani, Trento e Supplizi è una storia d'avventura che parla di una montagna mai salita in mezzo ad altre decine di vette mai salite, di un animaletto che ruba i viveri, di Lorenzo che nonostante una mano fratturata non vuole perdersi la salita, di alpinisti di ogni età e della scoperta di nuovi paesaggi. Insomma, questa è una piccola storia... tutta da leggere!


GILEHRI PAKRO 5250 - 5300m circa (India, Valle di Tosh), Prima salita assoluta
di Massimo Marcheggiani

Si chiama “Parbati Himalaya” lo straordinario libro scritto da Paolo Consiglio sulla sua spedizione nell’area del Parvati, (cosi ho sempre trovato scritto) nella regione indiana dell’Himachal Pradesh. L’ho letto dieci volte? Bene, lo leggerò di nuovo; Consiglio, insieme a quel grande uomo che era Franco Alletto, Dino De Riso, Maria Teresa De Riso e al medico Vincenzo Monti nel ’61 raggiunsero e scalarono una inviolata montagna di 6349 metri con una spedizione romana leggerissima, affrontando un viaggio che noi oggi ce lo possiamo solo sognare. Ed io, che di sogni ho pieno il cervello già sapevo che un giorno sarei andato nella stessa area himalayana perché volevo, prima o poi, vedere il Parbati river, Manikaran e i suoi templi, le tante pozze di acqua bollente uscire dal terreno, i Sick, i Sadhu, gli immensi cedri e le belle montagne che la sottile mente di Consiglio narrava…

... E l’anno scorso ci sono andato, ho visto affascinato e rapito tutto quanto, incantato e stupito nonostante fosse già la decima volta che andavo in India e non sarebbe certo stata l’ultima. La spedizione era andata malissimo. Da un punto massimo raggiunto avevo fotografato una bellissima vetta, inviolata come quella che volevamo tentare, e di non poca eleganza nella corazza di ghiaccio che la rivestiva.

Questa volta partiamo solo in tre con questa meta in testa e con addirittura 12 chiodi da ghiaccio. La valle del Parbati ad un certo punto si divide come una immensa Y e noi prendiamo il lato destro orografico che è la valle Tosh, anche essa con il suo impetuoso fiume, foreste di alte conifere, bianche betulle e svariati gregge di grasse pecore. Tre giorni comodi di avvicinamento con 7 cavalli al seguito e una volta giunti ai 3900 metri del campo base scopriamo che la montagna non c’è più; non che fosse sparita, ci mancherebbe altro, ma troviamo la candida e glaciale montagna assolutamente spoglia, e al posto del ghiaccio solo brutta roccia, detriti a non finire e seraccate tutt’altro che invitanti.

La valle è divisa in due dall’impetuoso fiume che fuoriesce dalla immensa morena del ghiacciaio Tosh e nella porzione di montagne sulla sinistra orografica non ce n’è una che sia mai stata salita e noi, dopo una serie di sali scendi tra perlustrazioni e acclimatazione non fatichiamo molto a trovare un’alternativa. Il tempo brutto si accanisce su di noi ogni santo pomeriggio; la mattina è quasi sempre ok, ma più o meno dalle tredici il cielo si chiude immancabilmente e pioggia e neve, due volte fino al campo base, ci castigano. Una notte particolarmente ricca di tuoni, fulmini e acqua esco seminudo dalla mia tenda con il sacco pieno di chiodi, friends, moschettoni, piccozze, ramponi e lo trascino a svariati metri da me... hai visto mai che una saetta volesse curiosare all’interno del sacco?

Un cavo d’acciaio teso alla meno peggio dai pastori tra una sponda e l’altra, (sapevo che c’era già dall’anno scorso) ci permette di attraversare con una “tirolese” il fiume dalla corrente veramente molto forte. Senza la fortuna del cavo ho seri dubbi che saremmo stati in grado di guadare in sicurezza tutte le svariate volte che siamo stati costretti a farlo.

Un lunghissimo, ripido e faticoso pendio ci porta a montare una tendina da due, dove staremo in tre, su un fortunoso ripiano che spianiamo al meglio a 4700 metri. Montagne di ogni genere ci circondano, e quelle salite sono la minoranza assoluta. La più gettonata è il Papsura peak, sarà 6400/6500 metri e presenta un inviolato spigolo che è le sette bellezze, anche se l’avvicinamento non dovrebbe essere una passeggiata; poi c’e il Daramsura, il Deo Tibba che sono già saliti ma poi una, due, tre, dieci montagne e altre non in vista che stanno qui da sempre. Alla testata di un ghiacciaio si distingue tra le tante una torre in tutto simile alla “ mia” Neverseen Tower che ho salito 21 anni fa e che mi fa rimangiare la mia ennesima promessa fatta al vento che questa sarebbe stata la mia ultima spedizione.

21 anni fa… ultima spedizione… l’anagrafe che comincia a sgomitare… i compleanni… L’anno scorso ho compiuto il mio 60° anno proprio qui, come nel ‘92 compii il mio 40° alla Neverseen Tower e quest’anno al mio 61° sto di nuovo qui, e nel mezzo ci sono state altre spedizioni, sempre in India (esisterà il mal d’India?)

Le mie gambe sono come un treno, a ritmo regolare e buona velocità sanno come andare e vanno, ma quando mi passa vicino Lorenzo mi accorgo che i treni oggi sono ad alta velocità, forse per via dei suoi soli 22 anni ed un passato recente da quattrocentista ad ostacoli. La cosa bellissima però è che stiamo sullo stesso binario, andiamo nella stessa direzione e la medesima stazione di arrivo. Prima notte al bivacco ricca di pioggia, neve e fulmini per fortuna non particolarmente vicini; appena fa giorno ce la diamo a gambe verso il CB immersi tra neve e nebbia.

Il cuoco è molto bravo, oltre al cibo indiano ricco di spezie e piccante ci fa pure gli spaghetti o le penne addirittura non scotti e chissà dove diavolo li comprano, visto che non è cibo delle nostre scorte; già, perché le nostre scorte di speck, grana, scamorze lasciate al bivacco ancora adesso ingozzano un diavolo di animale che si è portato via tutto, ma proprio tutto lasciandoci 6 minestre knorr ( mica scemo l’animaletto…). La bella scoperta negativa si rivela il giorno che saliamo di nuovo al bivacco, dove staremo tre giorni con due minestre al giorno, e considerando che Lorenzo il giorno che siamo scesi sotto la neve è caduto e si è fratturato la mano sinistra ci risparmiamo di fare i salti di gioia.

La mano di Lorenzo, nonostante una steccatura fattagli da un medico indiano che sostava durante un trekking al nostro CB, è gonfia e pure un po’ nera, ma lui nell’incoscienza della sua età fa finta di niente e per di più si toglie pure le bende che la fasciano (opportunamente usate come filtri per l’acqua che produciamo sciogliendo neve non pulitissima).

Siamo partiti dall’Italia il 17 settembre, ora è il primo ottobre e non siamo ancora riusciti a combinare un bel niente. Alle 5 del mattino metto la testa fuori dalla tendina e il cielo è splendidamente terso e pieno di stelle. L’animaletto ci ha lasciato benevolmente le bustine di the e ce lo facciamo bello caldo, poi zaini in spalla con tutto e andiamo a dare un’occhiata sulle nostre teste. Puntiamo ad un alto colle dal quale parte un’apparente cresta scalabile. Sul ghiacciaio ci leghiamo e prendiamo quota zig zagando tra i non proprio pericolosi crepacci e dopo scalato un breve muro con passaggi da boulder con i ramponi ai piedi ci affacciamo dall’altra parte: Restiamo a bocca aperta davanti a un mondo di belle montagne assolutamente non visibili dal basso che ci guardano perplesse, poiché non hanno mai visto gli umani. Sono tante, ricche di neve e roccia, per niente facili da trovare e da raggiungere.

Un rapido sguardo va alla cresta che invece di essere scalabile è demolibile, basterebbe togliere la pietra più bassa che il fragile castello cadrebbe tutto giù. Pazienza, il profilo non dava un’idea chiara e fatte un bel po’ di foto ce ne scendiamo verso il bivacco ma io sono assolutamente fiducioso, perché la montagna da scalare nel frattempo si è rivelata ai nostri occhi: dal bivacco non è visibile ma dal ghiacciaio si ! Un perfetto couloir sale tra due pareti, interseca una elegante cresta a schiena d’asino di un apparente ottimo ghiaccio che va a infrangersi contro una terminale e ripida parete di roccia; sono certo che allenati come stiamo, a forza di fare su e giù tra queste montagne riusciremo a salirla in giornata.

Nebbia e poi una nevicata ci accompagnano al bivacco, ormai è una posta fissa: non c’è stato giorno che abbia avuto un pomeriggio sereno, sempre sempre sempre nuvole che dal basso della Tosh valley si infilano su per la stretta valle fino a precludere ogni visibilità.
La notte esco di corsa dal sacco piuma (che gioia!) perché l’animaletto ha messo a soqquadro il mio zaino nonostante il copri zaino e due belle pietre messe sopra solo perché avevo lasciato all’interno un residuo del pane indiano fatto dal cuoco. Solo un paio d’ore più tardi ci alziamo tutti e tre. Come ieri il cielo è ricco di stelle e la via lattea impressionante, intorno a noi è tutto ghiacciato. Perfetto per una scalata in alta montagna. Andiamo!

Ai primi crepacci ci leghiamo perché la neve caduta non li rende ben visibili e giunti alla terminale la superiamo senza grandi problemi. I circa trecentocinquanta metri del couloir non sono un problema per chi mastica già da tempo il ghiaccio e il misto, anche se preferiamo fare tiri di corda in assicurazione, ma quando arrivo verso il termine del couloir dei seracchi/cornice spuntano dritti dritti sopra le nostre teste. Mi viene un po’ di ansia perché il loro destino è venire giù quindi accelero l’andatura e mi porto un po’ fuori tiro. Dal basso li avevo visti ma ero convinto che stessero più decentrati rispetto alla nostra salita, ma avvicinandomi tiro un sospiro di sollievo: non strapiombano e sono più bassi di quello che pensavo. Meglio cosi! Li supero sulla sinistra, dove è più semplice e sicuro ed esco al sole. Recupero Lorenzo e Stefano mentre guardo intorno a me la magnifica parata di montagne scintillanti.

Continuiamo lungo la facile e bella cresta di ghiaccio di una logicità unica. Giunti alle rocce e tolti i ramponi va Stefano da primo, mentre Lorenzo non fa un fiato rispetto alla sua mano, anche se al mattino avevo dovuto legargli io gli scarponi. Siamo sul versante ovest della montagna e torniamo cosi in ombra, fa freddo. Sono necessari cinque tiri di corda per uscire sulla cresta terminale mista di neve e roccia e finalmente il punto massimo di questa prima montagna dell’intero massiccio è tutta sotto i nostri piedi! 5250/5300 metri di altezza, l’altimetro fa un po’ di capricci…

Quanto si resta in vetta ad una montagna? Il tempo necessario, che non so esattamente quant’è. Nuvole bianche e nere arrivano dal fondo valle ed il copione quotidiano si ripete puntualmente. Scatto un po’ di foto, mezza tavoletta di qualche cosa in bocca e metto fretta ai miei compagni. La cresta nord l’avevo valutata dal colle raggiunto il giorno prima e mi sembra la discesa più logica. Con altissima attenzione scendiamo arrampicando assicurati su misto insidioso e rocce rotte fino ad un salto, dove tre chiodi magistrali ora ricordano a chi mai rimetterà piede su questa montagna che qualcuno da qui è sceso in corda doppia.

Il cielo si è rifatto scuro e pesante, svicoliamo legati tra i crepacci mentre inizia a nevicare e, precisi come orologi svizzeri, quando non si vede quasi più niente stiamo ormai fuori da ogni difficoltà. Al bivacco le ultime due minestre prendono così il volo!!!
Un'altra notte stretti come sardine e con il sole del mattino e gli zaini pieni di tutto scendiamo per l’ultima volta; E’ il 3 ottobre, il 5 arrivano i cavalli per il rientro e il 10 sera Lorenzo entra al pronto soccorso di un ospedale romano: Frattura del metacarpo da operare.

P.S. Il nome che abbiamo dato alla montagna in lingua Indi significa “Gilehri ladro” e il termine gilehri è il nome del presunto animale che ci ha portato via tutto. La via è stata chiamata “Broken hand” con sviluppo approssimativo di 700 metri e difficoltà complessive D, ghiaccio e misto max 55° e roccia max 4°.

Partecipanti: Massimo Marcheggiani e Lorenzo Trento di Frascati (Roma), Stefano Supplizi di Pescara.

Un saluto a tutti,
Massimo Marcheggiani

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