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Tracciato di I Tre Giganti, parete NE Crozzon di Brenta
Photo by archivio Ermanno
Schizzo de I Tre Giganti, parete NE Crozzon di Brenta
Photo by archivio Ermanno
A dx, in rosso, il tracciato della via I tre giganti aperta da Ermanno Salvaterra, Matteo "Will" Bertolotti, Paolo Grisa e Chicca Boselli. A sinistra, in arancione, il tracciato della Via dei bergamaschi aperta nel 1980 da Tiraboschi, Montanelli e Pesenti.
Photo by archivio Ermanno Salvaterra

I Tre Giganti per Ermanno Salvaterra al Crozzon di Brenta

30.11.2012 di Planetmountain

I Tre Giganti la linea salita da Ermanno Salvaterra, Matteo "Will" Bertolotti, Paolo Grisa e Chicca Boselli sulla parete nord est del Crozzon di Brenta (3118m, Dolomiti di Brenta. Il racconto di Ermanno Salvaterra.

A volte capita di trovare segni di passaggio (chiodi o altro) là dove si pensa che nessuno sia mai stato. E a volte succede che non si riesca a trovare nessuna guida, informazioni e memoria che riporti quel passaggio. Tentativi andati a vuoto e mai confessati? Piccoli capolavori passati inosservati? Fatto sta che questi segni in parete di cui non si riesce a conoscere gli autori sono sempre un piccolo mistero. E' successo anche ad Ermanno Salvaterra sulla mitica parete NE del Crozzon di Brenta dove, con Matteo "Will" Bertolotti, Paolo Grisa e Chicca Boselli, ha salito una linea tra la via di Frehel-Leprince Ringuet sul Pilastro dei francesi e una variante della Preuss. Ermanno ha trovato qualche chiodo, ma nonostante tutte le sue ricerche nessuna notizia su chi li avesse messi e, soprattutto, se qualcuno avesse poi completato la via. A quel punto (e forse qualcuno lo ricorderà) la notizia in attesa di eventuali "rivendicazioni" era apparsa anche su queste pagine web. Poi, quasi immediatamente, è arrivata la segnalazione che quella linea era la stessa della Via dei bergamaschi (850m, 4/5/5+) aperta, nel 1980, da Tiraboschi, Montanelli e Pesenti. Subito, Salvaterra ci ha chiesto di togliere la notizia della sua via per verificare meglio la cosa. Ora, ecco il punto della situazione: Ermanno ha inviato il tracciato della sua via a Tiraboschi che, dal canto suo, ha evidenziato come la linea del 1980 corra a sinistra rispetto a quella di Salvaterra, Bertolotti, Grisa e Boselli (vedi schizzo). Inoltre, da un casuale incontro con Aldo Leviti, è emerso che i pochi chiodi trovati nella parte centrale della parete dovrebbero essere quelli di un suo tentativo poi arenatosi per un temporale. Dunque rieccoci qui, a segnalare questa via che Ermanno Salvaterra definisce "una salita molto bella" e che ha deciso di chiamare "I tre Giganti" in ricordo di Gianni Berta, Manuel Kofler e Paolo Cavagnetto. Per tutto il resto vi lasciamo al coinvolgente racconto di Ermanno.

I TRE GIGANTI AL CROZZON DI BRENTA di Ermanno Salvaterra

Ci sto pensando da un po' ma non ricordo quel giorno che, scendendo al rifugio Brentei dopo una salita, guardavo il Crozzon. Osservavo quella larga fascia che si trova fra la via dei francesini Jean Fréhel e Dominique Leprince Ringuet, che aprirono nell'ormai lontano 1965 quella bella via che tutti chiamiamo Pilastro dei Francesi e una variante alla storica via del grande Paul Preuss. Veramente uno spazio grande e nessuna via che ci sale. Mah! Nessuna guida che ne parla, nemmeno i libri delle salite al rifugio Brentei, nessuno che sa qualcosa. Andrò a dare un’occhiata…

Un paio di settimane fa ho trovato due amici disposti a seguirmi. Sono Will (Matteo) e Paolo. Andiamo alla base del Crozzon coi sacchi a pelo e cerchiamo la linea che ci porterà alla fascia centrale. Vogliamo dare un assaggio. Salgo un primo tiro, non troppo facile ma divertente, ma trovo un cordino in una clessidra e una sosta. Torniamo giù e ci spostiamo appena a destra. Una fessurina grigia e gialla. Chi sale? Pari o dispari. Vince Paolo e via. Il tiro è molto bello. Poi proseguiamo ancora un paio di tiri “easy", come dice il Will,  e arriviamo sulla grande cengia. Lasciamo tutta la ferramenta e scendiamo dalla via dei Francesi. Passiamo la notte sul ripiano che feci tanti anni fa. Quel posto che, come altri che ho in Brenta, è un Hotel. Questo è l’Hotel Paganini ma niente a che vedere col grande musicista. Ero stato lì nel lontano ’86 con la mia Grandissima compagna Ginella Paganini quando avevamo aperto la Via Maria a destra del Pilastro dei Francesi.

La mattina saliamo veloci al materiale. Paolo sale un altro tiro easy alla base del diedrino che ci indica la direzione. Tocca a me ora. Il diedro è molto bello e la fessurina successiva ancor di più. Metto un friend e traverso un po’ a sinistra. Poi devo studiare un passaggio ostico e avanti fino a una bella cengetta. Un chiodo a pressione e uno normale mi aspettano. Chiodi vecchissimi, non oltre gli anni sessanta. Sicuramente, anche se non sul tiro appena fatto, qualcuno qui è arrivato. Siamo un po’ delusi e con le orecchie basse decidiamo di abbandonare. Ritornerò!

Pochi giorni dopo sono di nuovo lì. Con me una “bella bimba”. Arrivati alla base nel pomeriggio, salgo i primi tiri del Pilastro per portare il materiale. La mattina alle 5 c’è molto freddo e i fiocchi di neve si depositano sui sacchi a pelo. Prima che magari ne faccia due dita è meglio che salga. Così faccio, ma arrivato allo zaino lascio il tutto poco sopra in una borsina e torno giù. Torniamo a casa e solo arrivati alla macchina a Vallesinella ci togliamo il maglione. Due giorni dopo partiamo nuovamente, ma al mattino. Alle 3.30 lasciamo Vallesinella. Il tempo è bello e non fa freddo e presto siamo alla sosta dei vecchi chiodi. Sono sempre con la bimba, Chicca. E’ proprio una tosta… Parto! Abbiamo un po’ di chiodi, 4 friends e qualche stopper. Salgo verso sinistra ma dopo una decina di metri mi devo arrendere. Scendo con una certa fatica e mi sposto in un diedrino a destra. Non è facile e dopo una decina di metri trovo un chiodo. Un vecchio chiodo Camp, di quelli tinti di arancione. Proseguo sulla placca successiva fino a una lama gialla strapiombante. Al suo termine, su una cengetta a sinistra, una sosta con un vecchio chiodo Leeper e uno stopperino con spezzone di corda e moschettone. Forse un tentativo, penso. Mi dico anche che quello che è salito era uno con le p… Chicca mi segue senza dire niente. Le ho insegnato a togliere i chiodi. La volta scorsa, quando salivo a portare il materiale, le ho piantato un chiodo col compito di toglierlo. E’ stata molto soddisfatta perché in un quarto d’ora è riuscita a farlo. Un passo abbastanza duro e poi, con la mia solita fortuna, riesco a mettere un universale in un buco. Quasi come uno spit. Alcuni movimenti difficili con qualche appiglio bagnato. Poi la placca sembra molto bella anche se ripida. La roccia è molto compatta. Trovo un altro chiodo e uno spuntone con un anello di cordino. La parete perde un po’ di verticalità prima di ridiventare di nuovo molto ripida. Un altro passo abbastanza duro e poi un diedrino giallo mi porta a una cengetta. Una strana clessidra e un chiodo per la mia sosta. Sono contento dei tiri fatti ma un po’ deluso. Chi sarà passato? Sono solo le 13.30. Di nuovo decidiamo di rinunciare, anche se… Chicca mi dice di essere un po’ tesa perché mai si era trovata prima di quel giorno con tanto vuoto sotto. Ma poi a scendere va come un missile.

A casa facciamo ricerche su internet. Niente. Anche sui libri delle salite al rifugio Brentei non c’è niente. Il mio amico Postino mi parla di Polvere di Stelle, una via dei Grandi Tiberio Quecchia e Saverio Occhi ma, quando metto le mani sulla sua relazione, capisco che è salito molto più a sinistra. Allora forse sono stati solo tentativi o errori. Parlo con Chicca, Will e Paolo… Se andrò avanti e poi ci sarà qualcuno che mi dirà di essere già salito, gli farò i miei complimenti e gli chiederò scusa (ndr: in realtà come abbiamo scritto nell'introduzione si saprà dopo che è veramente una nuova linea).

Non passano molti giorni e il 2 agosto ripassiamo di nuovo al Brentei. Di nuovo all’Hotel Paganini sotto il Crozzon. Mentre Chicca fa le pulizie dell’hotel io salgo di nuovo quei 200 metri a portare il materiale. Stasera non fa per niente freddo e con due cracker ci beviamo anche quei 250 cl di vino bianco che ci siamo portati. Fantastico! Alle 21 siamo già nei sacchi. Io mi addormento in fretta e Chicca rimane molto a contare le stelle e le pecore. Alle 5 attacchiamo. Per lei una nuova esperienza. Arrampicare con la frontale. Ormai i tiri li conosco e veloci raggiungiamo il nostro punto più alto poco dopo le 10. Salgo obliquando per evitare una fascia di tetti. Sul bordo sinistro supero uno strapiombo e dopo una decina di metri una comoda cengia mi obbliga a fermarmi. Chicca sale veloce fino alla pancia. Ha anche lo zaino e non è troppo leggero. Sento un urletto. E’ volata! La devo calare alcuni metri finché riprende contatto con la parete. Altro tentativo e altro volo. Ma lei ride anche se ha un po’ di paura perché gira su se stessa. Al quarto tentativo esce da quella “tetta”. Arrivata alla sosta la bacio per farle i miei complimenti. Ora la parete ha perso la sua verticalità e un paio di tiri facili ci conducono alla base dell’ultimo pilastro ripido. Un tentativo fallito, poi un altro e la soluzione. Un breve tiro di 35 metri mi porta coi piedi su un comodo pilastrino. La parete sopra di me è gialla, nera e anche strapiombante. Poco dopo essere partito metto un buon friend e più sopra un’ottima clessidra. A fatica riesco a fare una sosta quando la corda è ormai finita. Non ci sentiamo ma Chicca capisce e piano piano, superando diversi strapiombi, arriva da me. Le tolgo lo zaino e la faccio salire alla cengia sopra di noi. Siamo fuori… Lei ha le mani disfatte e la pelle delle dita consumata col sangue in superficie. Per ora ce la prendiamo come nuova via. La chiameremo TRE GIGANTI. Erano 3 ed ero molto legato a loro. Erano insieme a un corso per Guida Alpina. La terribile disgrazia al Monte Bianco. Tredici anni fa. Si chiamavano Gianni Berta, il marito di Chicca, Manuel Kofler e Paolo Cavagnetto (Istruttore), il compagno della mia dolcissima amica Lio. Erano Grandi, anche come statura e… erano dei Giganti.

Considerazioni: da sempre sono stato criticato, in modo buono intendo, per le valutazioni delle mie vie. Parlavo sempre di facile, difficile, molto difficile. Estremamente difficile non so perché significava e significa tutt’oggi che non riesco a passare e quindi per me inqualificabile. Quando però aprivo una via nuova ero obbligato dare i gradi ed allora me le “sentivo” sempre. Adesso non sono più un ragazzino e forse ancor di più di difficoltà ci capisco poco. Per ora il mio schizzo della via non parlerà quindi di numeri, di scale UIAA o altro. Quando qualcuno andrà a ripeterla chiederò a lui, a loro di dirmi i gradi ed allora li scriverò.

Ermanno Salvaterra

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