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La sommità di Kibo dalla foresta
Photo by Nicola Noè
Seneci giganti in arrivo al Barranco Camp
Photo by Nicola Noè
Quarto giorno. Il versante Sud Ovest del Mt Kibo
Photo by Nicola Noè
Quinto giorno. Uhuru peak 5895m con la bandiera Ubuntu
Photo by Nicola Noè

Kilimanjaro, in cima al tetto d'Africa

21.11.2012 di Nicola Noè

Pole pole … hakuna matata: la salita del Monte Kilimangiaro, la montagna più alta dell'Africa raccontato da Nicola Noè.

“Pole pole” che in swahili significa “lento, adagio, piano” e “hakuna matata” che sta per “nessun problema” sono le parole chiave per salire il Tetto dell’Africa, fino al suo punto più alto, Uhuru Peak a quota 5895m, dove “Uhuru” sempre in swahili significa "Libertà", libertà dalla schiavitù, indipendenza dal colonialismo. Questa è la filosofia proposta dalle guide del Kilimanjaro: non la velocità, non la competizione, ma la consapevole lentezza e la solidarietà, l’importante non è la prestazione del singolo, ma il risultato è positivo se si riesce a portare tutto il gruppo in cima – ed è quanto è successo al nostro eterogeneo gruppo di 8 persone. E la bandiera della Pace portata in cima al “Picco della Libertà” richiama il concetto di “Ubuntu”, parola in lingua bantu dei Chagga, gli indigeni della regione del Kilimanjaro, che indica "benevolenza verso il prossimo".

L’immensa calotta sommitale ci appare imbiancata, complice la stagione avanzata e quello che hanno chiamato un piccolo monsone che ci ha accompagnato con scrosci di pioggia per tutti i giorni sulla montagna. La neve in quota ha comunque una sua ragione d’essere, così adornata la montagna è ancora più affascinante. Anche il grande Ernst Hemingway fu rapito da questa immagine quando diede il titolo The Snows of Kilimanjaro ad un suo breve racconto, dove il protagonista Harry, in letto di morte per una ferita infetta, sogna un aeroplano che lo porti in cima alla grande montagna, sulla sua vetta occidentale chiamata Masai Ngàie Ngài, Casa di Dio, laddove si trova la carcassa stecchita e congelata di un leopardo che nessuno sapeva spiegare cosa cercasse a quell'altitudine …

Anche il nome Kilimangiaro è un mistero. Le popolazioni autoctone Chagga non usavano questo toponimo per indicare la grande montagna. Allora bisogna lasciarsi suggestionare dalla percezione che ne avevano le popolazioni dei grandi altipiani ad Occidente, quei Masai che vedevano l’imponente montagna da ogni dove delle loro terre, che da Arusha (Tanzania) arrivano fino a Nairobi (Kenia). Così gli esploratori europei adottarono il nome Kilimangiaro nel 1860, sostenendo che questo era il nome della montagna in lingua swahili, supponendo che si potesse scomporre in Kilima, in swahili "collina" o "piccola montagna" e Njaro che, per alcune teorie, è un'antica parola swahili per bianco o splendente.

La leggenda vuole che la prima salita del Kilimanjaro sia di re Menelik I, figlio di re Salomone e della regina di Saba. Più prosaicamente, la prima salita storica fu ad opera del geografo tedesco Hans Meyer il 6 ottobre 1889 in compagnia della guida locale chagga John Lauwo, dopo vari tentativi, respinto dalle avverse condizioni climatiche e dalla fitta vegetazione che ne ricopriva le pendici, lungo il versante sud-est, che è ancora il più frequentato, dove ora sale la Marango Route. Dopo 123 anni dalla prima salita conquista, ahimè, molte cose sono cambiate: gorilla di montagna, scimpanzé, leopardi, bufali e antilopi che popolavano le pendici sono stati pressoché sterminati e alberi secolari sono stati abbattuti. Sono ora presenti circa 140 specie di mammiferi, tra i quali sopravvivono una popolazione di qualche centinaia di elefanti, qualche esemplare di bufalo nero e di leopardo, mentre Il rinoceronte nero è scomparso; nella foresta pluviale ci sono babbuini e cercopiteci e altri primati; al di sopra della linea degli alberi si trovano l'antilope alcina e l'antilope di Abbot. Vi sono poi circa 180 specie di uccelli, la maggior parte delle quali abitano la zona di foresta pluviale, tra i quali il rarissimo lo storno di Abbot e la splendida nettarinia malachite di Johnston che si nutre del nettare di Protea e l’onnipresente corvo collobianco.

La salita - pole pole - è un entusiasmante susseguirsi di fasce climatiche e vegetazionali che si attraversano longitudinalmente, al ritmo di una al giorno, dai 900m slm di Moshi fino ai quasi 6.000m della vetta. Così fino al limite del Parco Nazionale, posto tra i 1.600 e i 1.900m a seconda del cancello di entrata, si succedono le coltivazioni con prevalenza di mais, caffè e banano, orticole e frutta varia. Fino ai 2.700m è foresta montana pluviale dove in queste condizioni climatiche gli alberi, in prevalenza Macaranga ricoperti di muschi e licheni, assumono dimensioni gigantesche e le chiome formano suggestive gallerie verdi. Oltre, fino ai 4.000m si attraversa la brughiera, la zona più bassa è costituita da Erica arborea, mentre le piante più singolari e caratteristiche sono i seneci giganti. Poi il deserto d’alta quota fino ai 5.000m, in queste inospitali condizioni sono state censite solo 55 specie pioniere assieme a muschi e licheni lapidicoli. Al di sopra di questa quota, in questa zona caratterizzata da condizioni climatiche molto fredde con basse temperature e forti gelate notturne, radiazioni solari molto intense, ossigeno rarefatto e le precipitazioni sono nevose, solo roccia, neve, ghiacci e pochi licheni.

Ora l’intera regione è un parco nazionale (Kilimanjaro National Park); nel 1910 fu dichiarato riserva naturale dal governo coloniale tedesco, poi nel 1921 divenne riserva forestale, ma si deve giungere al 1973 perché l'area montana sopra la linea degli alberi (~2.700 m) venne riclassificata come parco nazionale, per poi essere dichiarato Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO nel 1987. Il Parco fu aperto al pubblico accesso nel 1977 e già nel 1978 Reinhold Messner con Konrad Renzler in 20 ore scriveva una delle pagine più importanti della storia alpinistica del Kilimanjaro, sulla impotente bastionata Sud-Ovest, aprendo la Breach Wall Direct Route attraverso The Icicle, una delle vie considerate più difficili al mondo e da lui considerata tra le più pericolose che abbia mai salito.

MACHAME ROUTE
La Machame Route è riconosciuta come una delle più spettacolari, ma non offre molte possibilità di riparo e si dorme in tenda a differenza della più frequentata Marangu Route, dove i pernottamenti sono nei rifugi. Ha il pregio di salire dal versante Ovest le pendici della montagna, di attraversare in quota il versante Sud della montagna (siamo sotto l’Equatore e quindi la Sud ha il fascino delle nostre Nord) per poi attaccare la cima sul versante Est. In questa affascinate cavalcata si incontra la storia geologica del Kilimanjaro con i suoi 3 crateri principali che portano i nomi in lingua bantu dei Chagga: a ovest Shira, con un'altitudine di 3.962 m e i suoi 500.000 anni di età, a est Mawenzi (5.149 m) e al centro Kibo, il più giovane con la vetta più alta dell'Africa, l’Uhuru Peak (5.895 m) e i suoi 360.000 anni. Scendendo tra Kibo e Mawenzi, dove salgono la Mweka e la Marango Route, si percorre giace una piattaforma di circa 3.600 ha, chiamata "La Sella", che costituisce la più estesa tundra d’altura del continente.

Dati tecnici
La regola del 5 per arrivare in vetta attraverso la Machame Route: Uhuru Peak a quota 5.895 m, 5 giorni di salita, quasi 50 ore e 50 km di cammino, oltre 5.000 m di dislivello in salita, 5 notti in tenda.
- Giorno 1 – Machame Gate (1738 m) a Machame Camp (3010 m); foresta montana pluviale; 13 km, 7 h.
- Giorno 2 - Machame Camp (3010 m) a Shira Camp (3840 m); prima foresta montana pluviale e poi brughiera; 9 km, 6 h
- Giorno 3 - Shira Camp (3840 m) a Lava Tower (4630 m), salita per favorire processo di acclimatamento in area semi-desertica e rocciosa; si riscende poi a Barranco Camp (3950 m); brughiera; 15 km, 7 h
- Giorno 4 – da Barranco Camp (3950 m) si supera l’ostacolo del Great Barranco Wall risalendolo fino a circa 4.200 m; si scende a 3800 nella parte inferiore morenica del ghiacciaio Heim per poi passare nella Karanga Valley con il Karanga Camp (4.050 m) e poi proseguire per Barafu (in swahili “ghiaccio”) Camp (4.640 m), 13 km, 7 h
- Giorno 5 - Barafu Camp (4.640 m) a Uhuru Peak (5.895 m) e discesa a Mweca Camp (3083 m), 7 km, 7 h poi discesa per 23 km e 8 h
- Giorno 6 - Mweca Camp (3083 m) a Mweca Gate (1630 m), 15 km, 4 h

Colonna sonora
Ad accompagnarci nel lungo viaggio la trascinante allegria della canzone “Jambo Bwana”. In cambio le nostre guide hanno imparato l’altrettanto contagiosa marcetta “I Watussi” divertendosi molto alla traduzione.

Attrezzatura specifica
Oltre alla usuale dotazione da trekking, cosa non dimenticare:
- Saccone/borsa impermeabile per trasporto materiale (fino a 12 kg)
- Sacchi di plastica per isolare indumenti nel saccone
- Zaino da 30 l
- Telo impermeabile per coprire zaino
- Mantella per la pioggia
- Sacco a pelo per la montagna (consigliato -10°C)
- Borraccia da 1 litro
- torcia elettrica con batterie di riserva
- 1/2 scarponcini da trekking (impermeabili e fino a -10°C)
- Ghette leggere
- biancheria termica (maglia & calzamaglia)
- passamontagna o maschera da ghiacciaio

Come arrivare
La soluzione più economica dall’Italia è atterrare in Kenia a Nairobi, anche con scalo al Cairo o Istanbul per ridurre il costo del biglietto aereo. Tempo effettivo di volo 8-9 h. Da Nairobi ci sono autobus per Arusha in Tanzania (6-7 h) che attraversano il confine al valico di Namanga. Da Arusha sempre in bus si giunge a Moshi in un paio d’ore, ai piedi del Kilimanjaro, da dove partono i trekking e le ascensioni al tetto dell’Africa.

APPROFONDIMENTO: Gli ecosistemi del Kilimangiaro di Nicola Noè

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