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The Bastille
Photo by © Calloni / Dell'Agnola / Sanguineti
The Naked Edge, L1
Photo by © Calloni / Dell'Agnola / Sanguineti
Manrico dell'Agnola su The Naked Edge, L2
Photo by © Calloni / Dell'Agnola / Sanguineti
Marcello Sanguineti su The Naked Edge
Photo by © Calloni / Dell'Agnola / Sanguineti

Climbing trip to the USA - part 6

27.10.2012 di Planetmountain

Il tour arrampicata negli USA di Giambattista Calloni, Manrico Dell'Agnola (CAAI) e Marcello Sanguineti (CAAI). La sesta ed ultima puntata: Colorado, Eldorado Canyon.

Dopo il tour in Wyoming, l’idea è quella di ritornare al Diamond per la Yellow Wall, capolavoro di esposizione firmato Layton Kor e Charlie Roskosz. Definita nell’ "opus magnum" di Bernard Gillet (vera e propria Bibbia alpinistica del Rocky Mountain National Park) "the quintessential Diamond climb", è un gioiellino che vorremmo portarci a casa, un segno indelebile lasciato dal grande Kor su questa parete. "He'd missed his chance at the first ascent, but his tremendous drive insured that the Diamond would soon bear his name", ha scritto Roger Briggs in un suo recente articolo monografico sul Diamond. E così fu, con la Yellow Wall.

Questa volta, però, il meteo non ci è favorevole: una serie di perturbazioni porta la neve anche a quote piuttosto basse per la stagione. Facciamo il punto della situazione. Le previsioni dicono che entro due giorni ci sarà una finestra di tempo discreto che, però, dovrebbe durare solo una notte e una mattina. Fare l’avvicinamento e la discesa con il brutto tempo non sarebbe un problema - anche perché un paio di posti da bivacco sono sufficientemente protetti da rimanere all’asciutto. Il fatto è che il peggioramento è previsto a partire dal mezzogiorno e a quell’ora, per quanto veloci possiamo essere, ci troveremmo ancora sulla lavagna fessurata del Diamond. Non vogliamo chiudere la nostra USA climbing trip appesi a 4000 metri sotto una delle tempeste tardo-estive per le quali il Longs Peak è noto, quindi decidiamo a malincuore di rinunciare alla terza via sul Diamond.

Pazienza, scaleremo più in basso. La scelta non può che cadere sull’Eldorado Canyon - “The Eldo”, per i local: sicuramente una delle zone di arrampicata di fondovalle più famose del Colorado, cuore dell’Eldorado Canyon State Park. Le sue pareti di arenaria si sviluppano in strutture molto articolate: pareti, creste, torri, tetti… Offre centinaia di tiri e vie multipitch su roccia di ottima qualità, la maggior parte da percorrere in stile trad: i bolt sono decisamente un’eccezione. Si arrampica quasi tutto l’anno, ma i periodi di gran lunga da preferire sono le mezze stagioni. La maggioranza degli itinerari è di face climb, ma non mancano fessure, camini e diedri fessurati. L’arrampicata è più tecnica e delicata che di forza, ma si trovano anche tiri fisici in fessura e strapiombi.

The Eldo si trova nelle immediate vicinanze di Boulder: da questa vivibilissima e giovanile città si prende la CO 93 verso sud e la si percorre fino all’incrocio con la CO 170, che si segue in direzione ovest. L’unico rischio è quello di perdersi nei quartieri universitari, posando lo sguardo sulle studentesse in giro a piedi o in bicicletta, invece di fare attenzione ai numeri delle strade (a Boulder le donne non seguono lo standard “extra-fat” americano). Dopo poche miglia si arriva a Eldorado Springs, un paese di poco più di 500 abitanti. Agli inizi del ‘900 era un stazione turistica d’élite, con molti hotel di lusso e famosa per la sua Big Radium Pool, ai tempi la più grande piscina di tutti gli Stati Uniti. Eldorado Springs era stata addirittura soprannominata la "Coney Island dell’ovest", facendo riferimento alla grande resort di Coney Island, in quel di New York. Purtroppo, il canyon fra le cui pareti i nativi Ute, primi abitanti dell’Eldo, trovavano rifugio dai rigidi inverni del Colorado, era diventato una specie di parco-divertimenti… A ristabilire un po’ d’ordine pensò nel 1912 un furioso incendio, a seguito del quale i maestosi alberghi furono ridotti a cumuli di macerie.

Purtroppo il meteo e l’imminente volo di rientro ci concedono solo una giornata nell’Eldorado Canyon. Non c’è che l’imbarazzo della scelta: Wind Tower, Whale’s Tail, The Bastille e Redgarden Wall, per citarne alcune, sono strutture in grado di soddisfare tutti i gusti. Uno dei must dell’Eldo è sicuramente The Naked Edge, che offre una sequenza di tiri esposti e spettacolari, fino al 5.11b. La sua esteticissima linea si sviluppa sulla Redgarden Wall, la parete che ha assistito a storiche imprese di personaggi del calibro di Layton Kor. È da queste parti che, fra il 1906 e il 1949, lo stuntman Ivy Baldwin camminava in equilibrio su un filo lungo circa 220 metri teso sul canyon fra la Bastille e la Wind Tower, a 180 metri d’altezza.
In realtà, tutto sembra dirci che questa salita “non s’ha da fare”: partiamo dall’Allenspark Lodge in forte ritardo - colpa della baldoria della sera precedente, sbagliamo completamente strada e ci ritroviamo quasi a Denver, poi dobbiamo fermarci a cercare gli occhiali che ho smarrito e, infine, scopriamo di aver dimenticato la relazione della via. In realtà quest’ultimo non è un problema: la prua sulla quale si svolge è talmente evidente che non si può sbagliare. In ogni caso, non siamo superstiziosi: non facciamo caso alla serie di eventi che sembrerebbero non volerci far scalare e selezioniamo con la solita cura il materiale. Salutiamo Garafao, che ci aspetterà nel canyon, e ci dirigiamo alla base della parete.

Per portarci all’attacco della via scaliamo i due tiri di Touch and Go: facili, ma il primo tremendamente lucido. La stupenda fessura di dita della prima lunghezza di Naked Edge tocca a Manrico: vuole aggiudicarsela da primo, dopo che, circa 30 anni prima, gli era toccata da secondo. Colgo l’occasione per fargli notare la sua veneranda età. Touché! Lui ricambia facendomi notare che, nonostante io sia più giovane, gli invidio i capelli lunghi che si agitano al vento del canyon. Touché anch’io! Siamo uno pari. Ci mettiamo a ridere di gusto e iniziamo a scalare di buon umore e in perfetta sintonia, come è successo durante tutta la nostra fortunata climbing trip. Io parto su L2, descritta come “spectacular and unnerving”, per il suo primo tratto in placca. In realtà la placca non è nulla di speciale e la scalo in tutta tranquillità. Poi m’ingaggio baldanzoso sulla fessura della seconda parte del tiro, sottovalutandola e trovandola ben più dura di quanto mi aspettassi. Non c’è da stupirsi: per “noi delle Alpi” in visita negli USA non è raro giudicare “sopragradati" i tiri in placca e “sottogradati” quelli in fessura. Continuiamo l’arrampicata dividendoci da buoni amici la meravigliosa sequenza di tiri del Naked Edge. Mentre scaliamo ci riesce difficile pensare che nel 1978 Jim Collins percorse questa via in free-solo, dopo esser volato sul passo chiave per cinque delle sei volte in cui l’aveva precedentemente salita in cordata. No comment…

Terminata la via, scendiamo disarrampicando sul versante nord-est, poi percorriamo un canalone che, in breve, ci porta alla base. Siamo stanchi e inizia a far freddo. Di Garafao non c’è traccia nel canyon… Lo cerchiamo e lo chiamiamo a gran voce, ma niente da fare. Aumentiamo il volume e chiamiamo ancora. Nessuna risposta. Iniziamo a imprecare e a pensare al peggio. Sarà stato riempito di botte dal marito dell’ennesima obesa americana che ha fotografato senza nessuna delicatezza? Oppure qualche ranger dell’Eldo Park lo avrà arrestato, ritenendolo un tipo sospetto (in effetti…)? Oppure ancora, con la sua mania di curiosare dappertutto, sarà scivolato e svenuto?! Semi-annegato in una pozza del torrente?! Ci dispiacerebbe sinceramente per lui, ma anche per noi – visto che l’unica copia di chiavi dell’auto è nelle sue mani!! Niente di tutto questo: all’improvviso, Garafao sbuca dal sentiero, con l’inconfondibile faccia tosta incorniciata dai ciuffi ribelli. Ci racconta, nel suo dialetto ibrido di origini a dir poco curiose, di esser riuscito a farsi assicurare su un tiro da un gruppo di americani, fra i quali c’era una biondina niente male. Così è venuto tardi, senza che se ne rendesse conto… Cosa volete farci, Garafao è fatto così… e noi ci siamo talmente affezionati a lui, che ci sembra di non poterne più fare a meno… Gli diamo due pacche sulle spalle, sgridandolo un po’, poi mettiamo in moto e partiamo, in cerca di una cena degna del nostro ultimo giorno in Colorado. Ci fermiamo a festeggiare in un pub la nostra breve, ma intensa, USA climbing trip: tenuto conto che è durata poco più di due settimane (dal 15 agosto al 1° settembre), non possiamo che dichiaraci soddisfatti del bottino di scalate.

Marcello Sanguineti (CAAI)
 
Thanks to:
Karpos/Sportful: abbigliamento per il tempo libero e l’outdoor.
Totem Cams: new high performance cams for climbing.
Climbing Technology: climbing equipment.
Dolomite: calzature per alpinismo, trekking e outdoor.


CLIMBING TRIP TO THE USA 2012
- Climbing Trip to the USA - Part 1

- Climbing Trip to the USA - Part 2
- Climbing Trip to the USA - Part 3
- Climbing Trip to the USA - Part 4
- Climbing Trip to the USA - Part 5

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