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2012 la folla che sale all'Everest...
Photo by Simone Moro
2012 la folla che sale all'Everest...
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Everest come Gardaland, intervista a Simone Moro dopo la rinuncia al progetto di salire Everest e Lhotse

24.05.2012 di Vinicio Stefanello

Intervista a Simone Moro che oggi è ritornato al Campo Base dell'Everest rinunciando al suo progetto di salire, in successione e senza ossigeno supplementare, Everest e Lhotse a causa del grandissimo affollamento sulla montagna (in più di 200 stanno tentando di salirla) e dei pericoli che ciò comporta.

“Impressionante, era davvero come essere a Gardaland....”. Sono le prime parole di Simone Moro dal Campo base sud dell'Everest. La Gardaland è, appunto, la montagna più alta della terra. Lì questa mattina Simone s'è ritrovato con una folla impensabile. Più di 200 persone che lentamente salivano verso il Colle Sud. Per Moro ci sono stati pochi dubbi: ha abbandonato la pazza folla, insieme al suo progetto di salire in successione Everest e Lhotse senza ossigeno supplementare. Troppo lento il tutto. Troppa impreparazione da parte di troppi. Assolutamente assurdo lasciarsi “comandare” e intrappolare nei ritmi di quell'enorme fila... Insomma, troppo rischioso. Questo chi frequenta l'Himalaya, ma anche chi ne segue le cronache, lo sa. Ma evidentemente le molte lezioni, fra tutte quelle delle tragedie successe all'Everest nel 1996 e più recentemente al K2 nel 2008 non sono servite. Né sono serviti gli incidenti e i 4 morti che hanno riempito proprio le cronache dall'Everest di questi ultimi giorni. E' un discorso lungo quello dell'affollamento e anche dell'impreparazione di chi affronta l'Himalaya. Il solito discorso sulle spedizioni commerciali, dirà qualcuno. Ma bisogna affrontarlo. Prima di tutto dicendo chiaramente che non tutte le spedizioni commerciali sono uguali, che c'è anche chi, come Russel Brice, ha deciso di interrompere la sua spedizione perché riteneva che ci fosse troppo pericolo per i suoi clienti. Poi cercando di parlarne il più possibile. Cercando un po' di riprendere e ricordare quella cultura dell'andar per montagne che sembra scomparsa (almeno all'Everest). E' anche per questo che vi proponiamo questa lunga chiacchierata a caldo (rigorosamente via Skype) con Simone Moro.

Simone che situazione hai trovato sull'Everest?
Ieri sono partito abbastanza presto e dunque non c'era una gran fila. Ma stamattina, quando sono partito sono rimasto allibito. Guardavo su e vedevo solo gente per centinaia di metri di dislivello. Guardavo giù... idem. Sono salito dapprima alla velocità del gruppone, poi ho provato a superare stando solo sui ramponi ma il fiato si spezzava, era irregolare (ovviamente io non usavo Ossigeno supplementare). Poi rientravo in fila e mi guardavano male... insomma mi sono sentito un pesce fuor d'acqua. Ho contato più di 200 persone tra sotto e sopra che andavano al Colle Sud. Impressionante, era davvero come essere a Gardaland....

Ma non lo sapevi, non te lo immaginavi già così?
Sì... ma non con tutti che tentano lo stesso giorno. Nelle altre stagioni le salite in vetta erano spalmate. Quest'anno - dopo che Russel Brice (uno dei più esperti organizzatori di “spedizioni commerciali”) ha abbandonato per i pericoli sull'Icefall e sulla parete del Lhotse - le spedizioni si sono interrogate a vicenda sul da farsi e poi tutti hanno deciso di salire proprio in questi giorni.

Per te un' Everest impraticabile in queste condizioni... puoi sintetizzarci in breve perché?
Beh immagino che un alpinista lo capisca subito. Quando tenti di salire senza Ossigeno devi tassativamente andare alla tua velocità, costante, e scendere celermente. Avere tutte quelle persone davanti vuol dire che la velocità, le pause e le attese le decide la fila e tu devi stare fermo. Idem in discesa. Il 19 maggio scorso sono morte persone che usavano 9 bombole di ossigeno a testa!!! e alla fine le hanno finite tutte per la lentezza con cui si muovevano, e sono morte. Io cosa faccio, mi caccio in quella roulette russa? Nooooo. A meno che non usi ossigeno e non mi adegui alla marea ecc ecc ma questo non è certo il mio obiettivo.

Ci descrivi una situazione che ha dell'allucinante... ma tutte queste persone (a proposito perché non parli di alpinisti?) se ne rendono conto? E se non se ne rendono conto dov'è l'errore... cosa si sta sbagliando?
Diciamo che queste persone si muovono anche con dinamiche e "sicurezze" date dal gruppo. Non li ho chiamati alpinisti forse erroneamente. Probabilmente lo sono o si sentono tali ma rimango allucinato nel vedere persone che non sanno usare uno Jumar, aprirlo, spostarlo. Vedere gente che si fa mettere i ramponi, oppure si fa dare la mano da uno sherpa per camminare su una cengia di neve per andare a fare la cacca. Insomma, tutte queste cose succedono da tempo qui, questi sono quelli che pagano, che permettono a sherpa, agenzie, lodge, elicotteri di vivere. Ma oggi, quando mi ci sono trovato dentro e ho pensato a quello che mi aspettava domani, ho avuto paura e le preoccupazioni mi hanno fatto prendere la decisione di uscire dal gruppo.

Tutto vero... è una situazione che esiste e si conosce da anni. Ma qui sembra davvero che occorra ricominciare un discorso, anche culturale, su quel tipo di alpinismo anzi su questo modo di andare in montagna, o meglio su quella montagna, l'Everest...
Si, però il rischio è di decidere e discutere di una montagna che non è nostra ma nepalese. Basterebbe che le spedizioni commerciali usassero criteri diversi di reperimento clienti e che facessero pacchetti preparatori all'Everest. Il Nepal vive con L'Everest e il turismo, dunque è sempre delicato esporsi suggerendo decisioni drastiche...

Non parlo di decisioni drastiche, ma di consapevolezza dei limiti e dei pericoli che questo tipo di "sviluppo" avrà. A proposito ma secondo te la folla in cui ti sei trovato dentro lassù che consapevolezza ha, sa cosa rischia?
Poca, quando ho deciso di fermarmi e di scendere tutti mi salutavano e stringevano la mano (sono conosciuto qua) e quando dicevo che rinunciavo per il pericolo di troppa gente mi dicevano: you are right... e continuavano a salire...

Dimmi la verità... ci starai pensando da giorni... che senso ha tutto ciò, che idee ti sei fatto delle loro motivazioni, cosa li spinge, cosa avresti voglia di dire a queste persone che rischiano forse senza neanche rendersene conto la vita?
Per tutta questa gente l'Everest è un gioiello che vogliono comprare e conquistare. Per loro è un emblema, un entrare in un club ristretto di "valorosi". Li posso capire in parte, da anonimi diventano qualcuno nel loro paese o a casa loro. Li vedo spremersi come limoni ed erogare sino all'ultima energia e morire per questa montagna. Tutto questo per me non ha senso ma deve averne parecchio per loro.

Ma c'è qualcosa che si può fare per invertire questa tendenza? E' possibile che il destino dell'Everest e delle altre grandi montagne, simbolo della terra, possa essere questa folla... questo specie di "consumismo" applicato all'alpinismo, questo cercare un trofeo fine a se stesso?
Questo capita solo sull'Everest. Poi anche Manaslu e Cho Oyu, ma molto meno. In Pakistan forse solo sul G2. La decisione che ho preso vuole essere un messaggio forte lanciato da quello che, probabilmente più di molti di coloro che erano in fila, l'Everest lo poteva salire... queste decisioni spero facciano riflettere, magari non i protagonisti ma chi organizza le spedizioni commerciali

Sembri sereno, eppure questa salita doppia Everest - Lhotse contava molto per te... cerchi di contenere l'amarezza o la delusione, forse?
Non sono amareggiato né deluso. L'alpinismo mi ha regalato tanta serenità e so che ormai non dipendo più da una scalata o da un'intervista. Ho raggiunto una solidità e maturità che mi aiutano molto e ho la fortuna di non avere sponsor che mi valutano per ciò che scalo e non scalo. So che la traversata è solo posticipata, è come un frutto che ha ancora bisogna di un po' di sole. Ho molte altre cose a casa, ho anche idee e progetti in testa e questo è ciò per cui vale la pena rinunciare serenamente. Questa rinuncia forse può insegnare qualcosa a me, a chi è qua e a chi sta a casa. Morire per un sogno non fa parte del mio modo di intendere la mia esistenza.

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