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Aguja Poincenot, Patagonia. La linea di salita della Via Whillans
Photo by Damiano Barabino
Aguja Poincenot, Patagonia. Sulla rampa
Photo by Damiano Barabino
Aguja Poincenot, Patagonia. In uscita dalla sezione rocciosa
Photo by Marcello Sanguineti
I membri della spedizione del 1962
Photo by fonte Irish Indipendent

Aguja Poincenot, la via Whillans-Cochrane e la Patagonia

Tra storia e realtà. L'Aguja Poincenot (3002m), per la via Whillans-Cochrane (600m, 5+, 70°, M3/M4, pareti E e S): il racconto di Damiano Barabino, Sergio De Leo, Marcello Sanguineti, Christian Türk che l'hanno salita il 23 dicembre 2011

Sulla pagina web dedicata alla storia del Trinity College di Dublino si legge al capitolo “Patagonian Expedition”: "In the early 1960's some members of the club attempted to organise an Irish universities expedition to Patagonia. As it turned out the expedition only consisted of TCD students together with some British climbers (including Don Whillans). The expedition was a success. On 31st January 1962 Frank Cochrane and Don Whillans reached the top of the previously unclimbed Aiguille Poincenot (3002m)" A partire dal 19 marzo 1962, sull’Irish Independent uscirono sei articoli dedicati alla spedizione. Come scrisse Cochrane, fra le motivazioni per la scelta dell’Aguja Poincenot come obiettivo vi fu il fatto che "…it was considered one of the two main mountaineering problems in the area, a “plum ripe for picking” (una prugna pronta per esser raccolta, ndt), which as yet had only been admired." Con queste premesse, come non farsi attirare dall’idea di sfruttare la “ventana” di un giorno e mezzo, prevista il 22-23 dicembre, per ripetere questa via? Detto fatto: eccoci a preparare gli zaini per la Whillans-Coichrane alla Poincenot!

Con tre sezioni a prevalenza rispettivamente di ghiaccio, misto e roccia, la Whillans-Cochrane a questa slanciata guglia satellite del Fitz Roy offre un’arrampicata varia ed interessante, mai estrema, ma mai banale. È la via più logica della Poincenot. Si “avvita” sulle sue pareti E e S, sfruttando dapprima la rampa di neve e ghiaccio che taglia la parete E. Poi, con un tratto di misto raggiunge la spalla che dà accesso alla parte superiore della parete S, lungo la quale si sviluppa la terza sezione dell’itinerario, sostanzialmente su roccia.

Aperta da Don Whillans e Frank Cochrane nel gennaio 1962, in spedizione insieme a Francis Beloe, Clive Burland, George Narramore e Tony Kavanagh, è impropriamente conosciuta anche come “Irlandese”: a differenza di tutti gli altri membri della spedizione, infatti, Whillans non era irlandese. Dopo aver fissato le corde sulla rampa di neve e ghiaccio (il 17 gennaio), Whillans e Kavanagh fecero due tentativi, ma la salita fu completata solo il 31 gennaio da Whillans stesso e Cochrane. In vetta i due piantarono un chiodo di produzione francese in ricordo di Jacques Poincenot, dal quale la montagna prende il nome. Poincenot era uno dei membri della spedizione francese che conquistò il Fitz Roy, annegato mentre tentava di attraversare l’omonimo rio durante il primo giorno di avvicinamento al campo base.

In tarda mattinata ci facciamo portare da un “remise” fino al Pilar. Decisamente un bella differenza rispetto a quando, nel 1962, la spedizione fu depositata sulle sponde del Lago Viedma da un velivolo della Forza Aerea Argentina, a 25 miglia di distanza dalla montagna. Anche il contrasto fra noi quattro che scendiamo dal “remise” e l’immagine di Clive Burland che attraversa il Rio Fitz Roy a cavallo insieme a un “gaucho” non è niente male… Oltre al materiale personale, ciascuna delle nostre due cordate ha nove rinvii, tre viti da ghiaccio, una serie di friends, qualche nuts, tre chiodi e due mezze corde. Inoltre, abbiamo portato un fittone in quattro… non si sa mai. L’attrezzatura degli apritori comprendeva più di 300 metri di corde di nylon, 300 metri di fisse, circa 100 metri di corda spessa di sisal, 200 fra chiodi da roccia e chiodi da ghiaccio, 50 moschettoni di acciaio o lega, due dozzine di cunei di legno (gli antenati dei friends…), quattro martelli e sei staffe. Il tutto per circa 90 chili di materiale comune da scalata: decisamente da non invidiare…

Dal Pilar saliamo al campo Rio Blanco e poi alla Laguna de los Tres. È abbastanza fresco e questo ci aiuta nell’avvicinamento, che liquidiamo in meno di 4 ore invece delle quasi 5 preventivate. Per salire la Californiana al Fitz Roy avevamo bivaccato al Paso Superior; questa volta, invece, decidiamo di bivaccare comodamente al limite delle rocce che portano al Glaciar de los Tres. Lo svantaggio è che siamo a soli 1100m di quota, quindi il programma per l’indomani è piuttosto intenso: oltre 1900 metri ci separano dalla vetta della Poincenot, che supera di poco i 3000m. Un veloce spuntino e poco prima delle 6 del pomeriggio ci infiliamo nei sacchi a pelo per qualche ora di riposo fino alla sveglia, puntata alle 23:30.

Un paio d’ore di ghiacciaio ci portano ai circa 2000m del Paso Superior. Da qui in un’ora e mezza raggiungiamo la terminale, che si lascia superare abbastanza agevolmente. Non si può fare a meno di pensare a quanto la nostra salita sia diversa da quella degli apritori, descritta da Frank Cochrane sulle pagine dell’Irish Independent, che installarono un campo base e ben 3 campi avanzati. "On January 4, having crossed the River Blanco, we set up Base Camp at a height that e judged to be 2.000 feet. Situated at the edge of a clearing in the woods, its situation never failed to be a source of great joy to us." … Il Campo II, invece, fu predisposto in una “cueva” (una caverna scavata nel ghiaccio) "at a height of 5300 feet at a point where the right hand end of the Great Barrier, as viewed from the valley, meets the ridge running up on the left hand side of the glacier." La Great Barrier, così chiamata dai francesi durante spedizione al Fitz Roy del 1952, è una barriera rocciosa verticale di 600 metri ai piedi del Fitz, alla cui estremità sinistra si innalza la Poincenot. Sempre Cochrane racconta che "the next few days of the expedition were a ceaseless going and coming from Base Camp to Camp I and then later to Camp II, some three hours further on up the glacier and up a steep rock wall up which Don and Tony had forged a route". Poi, "George Narramore and Clive Burland took over their places in Camp II and commenced the digging of Camp III, up to on Great Barrier". È proprio qui che ci troviamo: nel punto in cui inizia il traverso che conduce alla rampa. Ed è da qui che, come scrive Cochrane, "Don Whillans, as intended, assumed the direction of our assault".

La salita inizia con un delicato traverso orizzontale di circa 60 metri su ghiaccio; per assicurarci torna molto utile un fittone, provvidenzialmente infilato nello zaino all’ultimo momento. Al termine del traverso inizia una rampa ascendente in diagonale verso sinistra, sulla quale la spedizione del 1962 fece largo uso di corde fisse; le buone condizioni del ghiaccio ci consentono di percorrere in conserva assicurata i suoi 300 metri di sviluppo. Sotto di noi la parete precipita sulle seraccate del Glaciar de los Tres e del Glaciar Río Blanco, fino all’azzurro intenso (definito da Cochrane "arctic blueness") della Laguna de los Tres e al verde della Laguna Sucia. Più in basso ancora, i boschi del Campamento Río Blanco e del Campamento Poincenot contrastano con i colori brulli dell’altopiano di El Chaltén. Lo sguardo abbraccia il Lago Viedma e il Lago Argentino e si perde nell’infinità della Patagonia, lasciandosi andare in un naufragio dei sensi.

La sezione di misto che conduce alla spalla dove le pareti S ed E s’incontrano offre le maggiori difficoltà, variabili da M3 a M4 su misto, da 5 a 6a su roccia e WI4 su ghiaccio, a seconda delle condizioni e del percorso seguito. Ritornano alla mente le parole di Cochrane: "At 3:30 a.m., on January 20, Don and Tony set out to make the first real bid to reach the summit… Climbing the ramp was a very tiring process. Pitch after pitch e dragged ourselves up fixed ropes, mainly by strength of arm…" Poi, oltre il camino - descritto da Tony come "a horror" - che porta alla spalla fra le pareti E e S, i due dovettero ritirarsi per il maltempo. Frank Cochrane racconta di Whillans mentre gradina sul ghiaccio per raggiungere il camino, durante il loro tentativo finale del 31 gennaio: "It was astonishing to see with what calmness and unhurried skill, Don cut steps out and across this ice." Gradinare su ghiaccio… una vera maledizione! Viva le nostre due piccozze e beata l’era del dry e della piolet-traction!

Lasciamo a destra il camino originale e scegliamo la più interessante variante di sinistra. Un delicato traverso su roccia porta alla base di una breve goulotte non formata, che ci offre qualche divertente passaggio di dry. Un altro tiro atletico, ma ben proteggibile, ci porta alla spalla, dalla quale un traverso conduce alla base della parte superiore della parete S. Da qui ci separano dalla vetta 300 metri di divertenti fessure intervallate da tratti meno verticali. Qui la ricerca della via di salita non è banale - nel dubbio occorre tendere verso sinistra. È la parte finale della via, salita da Cochrane e Whillans quando la spedizione si era ormai quasi rassegnata al fallimento. Il 30 gennaio 19662 (due giorni prima della data fissata per avere tutto il materiale nuovamente radunato all’Estancia Madsen, più o meno dove ora si trova El Chatén) i due partirono dal Campo II per giocare l’ultima carta. Arrivati al Campo III, scalarono la rampa lungo le corde fisse lasciate sul posto e completano la via in "twenty hours of gruelling effort (venti ore di sforzo estenuante, ndt)", superando il camino ghiacciato del secondo tentativo e, arrivati alla spalla, scalando i tiri su roccia nella parte alta della parete S.

L’ultima lunghezza prima della breve cresta che porta in vetta ci fa letteralmente emergere dalla parete S per sbucare sulla parete N, con una vista mozzafiato sul Fitz Roy. È da qui che ci godiamo la Californiana, che abbiamo salito pochi giorni prima: la Brecha de los Italianos, il traverso su ghiaccio verso il Collado de los Americanos, l’Aguja della Silla e i diedri finali sono ben visibili e non possiamo fare a meno di ripercorrerli idealmente con lo sguardo. Così come ripercorriamo con lo sguardo i tiri finali della Supercanaleta, altro regalo di questo nostro dicembre patagonico. Una sessantina di metri ancora su lame rocciose e arriviamo sull’affilata vetta della Poincenot. È da questo punto che Whillans, con una delle sue tipiche uscite, gridò nel vento a Cochrane: "I think this is the top. I can’t see anything highe". Ed è proprio così anche per noi: siamo sulla nostra quarta “cumbre” di questa fortunata vacanza…

Ma non finisce certo qui: la discesa dalle montagne patagoniche non è mai banale. Anche se siamo un po’ storditi dal vento, ci sembra di ricordare che a El Chaltén l’amico Manuel ci avesse raccomandato di effettuare le calate "por los marcados diedros que se evitaron por la izquierda durante la escalada" fino alla spalla, dalla quale ci si può calare sulla via fino al traverso iniziale. I diedri saranno anche “marcati”, ma sta di fatto che noi ce li perdiamo e finiamo a fare le doppie su “Patagónicos Desesperados”, la via aperta nel 1989 da Daniel Anker e Michel Piola: esattamente la linea di doppie che scende direttamente all’inizio della rampa e che Manuel ci aveva consigliato di evitare…! Pazienza, almeno non rischieremo, come fatto da alcune cordate, di finire per sbaglio troppo in basso sulla parete S. Addirittura, una quindicina d’anni fa due spagnoli si resero conto troppo tardi di essersi abbassati eccessivamente a sud oltre la spalla e finirono le doppie sul Glaciar Torre in scarpette da arrampicata… decisamente una situazione imbarazzante!

Al termine delle calate (questa volta solo una quindicina) ripercorriamo a ritroso il delicato traverso e, superata la terminale, iniziamo la lunga discesa fino a El Chaltén. Il gruppo di Whillans e soci era stato sponsorizzato da varie ditte, fra le quali la casa produttrice della nota birra Guinness. Cochrane scrisse che durante la spedizione "…the Guinness was always in an easily accessible and readily recognizable place.". Anche le fresche bottiglie di “rubia” Quilmes che abbiamo comperato a El Chaltén sono in un posto ben riconoscibile: il frigo della nostra cabaña. Purtroppo, però, per noi saranno accessibili soltanto dopo varie ore di discesa. Ma anche questo fa parte del gioco…

Christian, Damiano, Marcello e Sergio


Si ringraziano Trango World, Grivel e Alpstation Montura di Aosta

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