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Nives Meroi e Romano Benet a Courmayeur per la prima serata di Io sono le montagne che non ho salito.
Photo by Lorenzo Belfrond
Nives Meroi a Courmayeur per la prima serata di Io sono le montagne che non ho salito.
Photo by Lorenzo Belfrond
Romano Benet a Courmayeur per la prima serata di Io sono le montagne che non ho salito.
Photo by Lorenzo Belfrond

Nives Meroi e Romano Benet: Io sono le montagne che non ho salito

21.11.2011 di Manuel Lugli

Nives Meroi e Romano Benet con la terza presentazione italiana della loro serata, Io sono le montagne che non ho salito, hanno raccontato a Codogno (Lodi) la loro storia di vita e di alpinismo. Una serata speciale per una storia speciale, come ci racconta Manuel Lugli.

E' difficile ormai assistere a conferenze interessanti sulla montagna. Meno che mai quelle a tema himalayano. Si passa dalla noia all'eccesso con grande facilità, pochi si salvano. Simone Moro coi suoi racconti perfetti e le grandi immagini, Kurt Diemberger, che nonostante l'età e le diapositive ingiallite possiede come pochi la capacità incantatoria delle parole. Quasi tutto il resto è dimenticabile. Per questo la serata di giovedì 17 novembre di Nives Meroi e Romano Benet a Codogno - "Io sono le montagne che non ho salito", terza presentazione italiana - è stata una boccata di ossigeno.

Le parole di Nives si susseguono pulite, senza eccessi nè false modestie. Racccontano gli ultimi anni, dal 2007 al 2009 e si sospendono sugli anni malati di Romano. Raccontano di alcuni bei successi - sui pendii affollati di Everest e Manaslu - e di vari fallimenti, all'Annapurna ed al Makalu, per due volte. Perchè il fallimento - il “fracaso”, come lo definiscono con bel termine gli alpinisti argentini - è parte fondamentale dell'attività alpinistica, così come della vita di tutti i giorni. E' fondamentale perché mette davanti all'inevitabilità dell'imprevisto, così come delle scelte sbagliate e mostra tutta l'umana  debolezza. Ma è fondamentale anche perché - pure se non sempre e non a tutti - il fallimento insegna. Insegna a riconoscere gli errori e a ripartire, spesso con maggiore spinta.

L'accettazione del fallimento è parte dell'educazione sentimentale di qualsiasi bravo alpinista, per forte che sia. Ed è un punto da cui risalire per tornare, magari per altre vie e con altre misure, al successo. Nives e Romano hanno sempre fatto buon uso dei loro fallimenti. Il più importante proprio nel 2009: la mancata salita di Nives al Kanchenjunga, ridiscesa da 7.600 metri con Romano in grosse difficoltà per il manifestarsi della malattia, nonostante le alte probabilità di fare cima e le insistenze di Romano stesso, è ciò che gli ha salvato la vita.

Le immagini sono molto belle e spettacolari, ma fanno da ambiente alla parola che rimane quasi impressa sullo scorrere dei fotogrammi come se fosse scritta. E sono parole che pur nella loro sobrietà ed eleganza formale, emozionano. Credo che tutti gli spettatori - sala strapiena e gente in piedi - abbiano avvertito la profonda sincerità delle emozioni e dei fatti raccontati. E che tutti siano stati doppiamente felici di sapere che le vicende alpinistiche ed umane di Nives e Romano, dopo due anni di sospensione - il loro quindicesimo ottomila, come hanno detto - riprenderanno la prossima primavera.

Il test autunnale al Mera Peak ha restituito la coppia agli antichi splendori: tempi record e problemi zero. Quale che sia la montagna che sceglieranno per la loro ripartenza, si troveranno davanti le stesse difficoltà e paure, illusioni e speranze di sempre. Ma ogni cosa sarà illuminata. Illuminata dal percorso umano più duro che si possa immaginare, quello della malattia e della guarigione: l'uscire a rivedere le stelle. Tutto il resto sembrerà, credo, una semplice passeggiata.

di Manuel Lugli

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