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Una fase della salita invernale
Una fase della salita invernale
Photo by arch. Meroi-Benet-Vuerich
Luca Vuerich, Jof di Montasio
Luca Vuerich, Jof di Montasio
Photo by Luca Vuerich
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Luca Vuerich se n'è andato portato via da una valanga

23.01.2010 di Vinicio Stefanello

Il 22 gennaio 2010 Luca Vuerich, 34enne fortissimo alpinista friulano, è stato travolto da una valanga mentre saliva una cascata di ghiaccio a Prisojinik, vicino a Kranjska Gora sul sconfine italo-sloveno. Soccorso e trasportato all'ospedale di Udine è deceduto per le lesioni.

Anche Luca Vuerich se n'è andato. Forse dovremmo essere “professionali”, anche “distaccati” se volete. Dovremmo attenerci solo ai fatti, raccontare quello che è successo. Ma non ci riusciamo. Con lo sconforto, ormai prevale un senso di impotenza. Sappiamo che anche questo è l'alpinismo, che anche questa è la vita. L'abbiamo scritto molte volte. Forse fin troppe. Luca era assolutamente cosciente di quello che comportava il suo alpinismo, anzi la sua passione assoluta per la montagna. Eppure la notizia ci ha trovati ancora una volta impreparati, come un pugno allo stomaco. Ancora una volta ci sembra di star dentro alla spirale perversa di un destino che ormai si ripete con troppa assurda frequenza.

Luca Vuerich era un asso dell'arrampicata su ghiaccio. Ma anche un alpinista e un climber a tutto tondo. Era fortissimo su tutte le specialità dalle grandi pareti di roccia agli Ottomila, allo sci. Era una guida alpina. Conosceva benissimo i pericoli della montagna. Ma ieri mattina su quella cascata vicino a  Kranjska Gora tutto ciò non è servito. Una valanga l'ha travolto e trascinato giù nel canalone, risparmiando per fortuna il suo compagno. Poi la “solita” ineluttabile e sorda sequenza che si ripete. La chiamata di soccorso. Il recupero. Il trasporto all'ospedale di Udine. E l'ultima speranza che se n'é andata portandolo via per sempre.

Ora siamo qui a ripensare a Luca Vuerich. A quel suo modo serio, appassionato, quasi silenzioso e appartato, di vivere la montagna. Un sentimento che sembrava rispecchiare il carattere delle “sue” montagne. Quelle amatissime Alpi Giulie che aveva conosciuto da bambino con il padre Luciano. Anche lui alpinista e anche lui fotografo, non a caso l'altra grande passione di Luca.

Luca Vuerich a 17 anni aveva già salito tutte le vie di Comici, Cozzolino, Piussi e le vie più difficili delle Giulie - e questo, per chi sa di alpinismo, è già una patente di eccellenza. Poi la sua strada in montagna è continuata a tutto campo. Con prime discese estreme con gli sci, come quella sulla parete sud del Jof di Montasio. Prime salite invernali, come quelle sulla difficile fessura Lomasti alla Cima del Vallone o la prima invernale in giornata dell'immensa Sanjski Ozebnik sul Tricorno. A cui si aggiungono  una sessantina di primi salite su cascate di ghiaccio, alcune fino al grado 7-. Senza contare le ripetizioni di molte vie classiche sulle Alpi e sulle Dolomiti. Ma anche la prima invernale sui 7 chilometri della "Cengia degli Dei", un viaggio che è stato un vero omaggio alle Alpi Giulie e all'alpinismo.

Forse è proprio quell'estetica e lunghissima traversata nel cuore selvaggio delle sue montagne che dà il particolare “senso” di Luca Vuerich per la montagna. Non è certo un caso che quell'avventura romantica lui l'abbia condivisa insieme a Nives Meroi e Romano Benet. Perché il sodalizio e l'amicizia fraterna con la grande coppia dell'alpinismo, nelle Giulie e in Himalaya, è centrale per comprendere il suo modo di andare in montagna. Il suo credere in un alpinismo condiviso, in cui al centro c'è il rapporto con i compagni di scalata.

Aveva 22 anni quando fece il suo primo viaggio in Himalaya, sul Nanga Parbat. Una prima volta  devastante. A stento Nives Meroi, Romano Benet, Maxi Stoffie e Fabio Agostinis riuscirono a riportarlo indietro dai 7500m del campo 4. Il mal di quota aveva punito la sua irruenza giovanile... Una lezione che Luca non dimenticherà più e che forse gli ha permesso di vivere ancora più completamente la sua bellissima avventura sulle più alte montagne della terra. Un viaggio, sempre in compagnia di Nives Meroi e Romano Benet, che l'ha portato in vetta a 5 Ottomila.

Nel 2003, quella che tutti conoscono come la “cordata tarvisiana” degli 8000, nel tempo straordinario di 20 giorni centrò un trittico d'eccezione con la cima di Gasherbrum I (8035 mt.), Gasherbrum II (8068 mt.), Broad Peak (8046 mt.). Poi nel 2004 è la volta del Lhotse. Quindi nel 2008 del Manaslu (8163m). Il tutto sempre nel loro stile leggero, senza ossigeno e senza portatori d'alta quota.

Sicuramente il suo “bottino” sugli Ottomila avrebbe potuto essere ancora più ricco. Ma  Luca Vuerich non era un alpinista che ricercava i primati. Piuttosto aveva un progetto di vita. Perciò scelse di non seguire i compagni in diverse spedizioni. Voleva vivere di montagna e voleva farlo da Guida alpina. Così è stato. Divenne Guida alpina, e l'andar per montagne riempì la vita che scelse di vivere.

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