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Cerro Torre
Photo by arch. E. Salvaterra
La cassa della spedizione trentina del '59 che si trova all'estancia Fitz Roy (l'estancia di Madsen).
Photo by arch. E. Salvaterrra
Roberto Pedrotti e a sinistra Andrea Reboldi al bivacco sul Cerro Torre
Photo by arch. E. Salvaterrra
"Pedro", Roberto Pedrotti
Photo by arch. E. Salvaterrra
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Ermanno Salvaterra. Di nuovo in Patagonia, tra presente e passato

23.12.2009 di Ermanno Salvaterra

Ermanno Salvaterra e il suo ultimo ritorno in Patagonia tra le montagne, gli uomini, gli alpinisti e le indimenticabili storie della terra alla fine del mondo.

Di nuovo qui. Di nuovo in questa terra. Una terra cruda, dura, selvaggia. Che sembra non concedere nulla all’uomo. Ma forse io sono un caso a parte in quanto a me ha concesso tanto, ma tanto davvero. Sono di nuovo qui, di nuovo alla base di questi altari, di nuovo davanti all’altare principale, il Cerro Torre. Sono diversi anni che prometto di non tornarci più. Ed invece… non sono affidabile. Ma la gioia di trovarmi qui è sempre la stessa. Anzi, forse è addirittura maggiore.

Mi fa tristezza vedere com’è cambiato tutto. Ripenso ai primi anni. Quando si arrivava in aereo a Rio Gallegos. Dove facevamo la spesa per due mesi. Poi in qualche modo trovavamo qualcuno che ci portasse a Parque. Allora si chiamava così l’ultimo posto dove arrivavano i mezzi. Poi andavamo al campo base e la nostra casa era lì. Tornando indietro con la mente penso a tanti anni prima. Alle prime spedizioni in quelle terre e mi viene la pelle d’oca dall'enorme emozione che mi dà questo salto nel passato.

La strada c’era ma mancavano i ponti. Non ne facevano un dramma, era così e punto. Certo che se oggi ci dovessimo trovare noi nelle loro situazioni… Guadare il Rio de las Vueltas... Non è proprio un rio, è un fiume come si deve. Il tutto appeso a grossi cavi o con l’aiuto dei buoi. Quando uno arrivava a Parque aveva già vissuto una grande avventura ed un mese era già passato. Allora penso a Castiglioni e Bonacossa nel ’36. Poi a Terray e Magnone. Ai Trentini con i Detassis, Maestri, Fava, Stenico, Eccher. Poi a Bonatti e Mauri. E i Ragni di Lecco? E quell’incredible figura del Miro? Come si fa a non pensare a quei tempi. Sarebbe come salire il Campanile Basso senza pensare a Nino Pooli, Carlo Garbari, Antonio Tavernaro, Otto Ampferer e Karl Berger. La Patagonia, la montagna, sono ancor più belle, grandi e vive per la storia che si portano appresso.

Ma forse la storia che più mi affascina della Patagonia è quella di Andreas Madsen. “Questo era il mondo dei sogni della mia infanzia: spazio senza limiti e terre senza padrone”, disse Andreas Madsen. Nato da una famiglia contadina nello Jutland in Danimarca nel 1881, a 12 anni scappò di casa per imbarcarsi su un veliero mercantile. A 19 anni decise di lasciare definitivamente l’Europa e sbarcò in Argentina, dove si guadagnò da vivere con mestieri rudi e avventurosi spingendosi fino alle terre patagoniche. Lavorò anche in una Commissione Argentina per stabilire i confini fra Argentina e Cile. Successivamente ritornò in Danimarca a prendere la sua fidanzata Fanny che fedelmente lo stava aspettando e che sarebbe poi divenuta la sua eroica compagna per tutta la vita. Iniziò la costruzione dell’estancia nel 1906, nella Valle del Rio de las Vueltas. Il Fitz Roy, la montagna di fronte alla sua estancia, per lui rappresentava la sintesi della bellezza della creazione.

Contrariamente ad altri “popoladores” non scelse il terreno pensando al numero futuro delle pecore o delle mucche, ma solo per la bellezza del posto. Rimase per 60 anni in quel luogo incantato e solitario. Coltivò l’orto e alberi da frutta. La sua vita, anche se ricca di entusiasmo ed iniziativa, non fu per niente facile. Al contrario fu molto dura. La sua “estancia” era in una posizione strategica per accedere alle montagne della catena del Fitz Roy e del Cerro Torre e così Madsen era il referente per l’appoggio alle spedizioni. Donò sempre la sua collaborazione con generosità e "por amor a Dios y no al andinismo", come disse lo scrittore francese Saint-Loup dopo la sua esplorazione nel 1951. La Sua, era la Patagonia degli spazi, della serenità, del lavoro, della terra. Poteva amare il Fitz Roy senza la necessità di salirlo. In onore all’incomparabile montagna, diede il nome Fitz Roy ad uno dei suoi figli ed alla sua estancia. Morì nel 1965 e sul retro dell’estancia un piccolo cimitero lo ricorda.

Ora qui c’è un paese che ogni anno aumenta il numero di costruzioni. Adesso arrivano molti turisti e non manca niente. Ci sono gli hotel, le case da affittare, i ristoranti e le birrerie. I supermercati ed i panifici. Ci sono anche i negozi di montagna dove si può acquistare o noleggiare l’attrezzatura. E c’è internet che non ti fa più sentire così lontano dal mondo. Ai campi base ormai ci arriva un sacco di gente. Ci arrivano praticamente tutti. Molti si spingono con le guide anche all’inizio del ghiacciaio. Per fortuna quando uno oltrepassa questo punto, tutto è come prima. Tutto diventa com’era una volta. Il ghiacciaio, la morena, i crepacci, le scariche, le montagne. Qui dentro niente è cambiato e la salita che vuoi vivere è sempre nuova. Certo che in via molte cose sono cambiate. Un chiodo da ghiaccio di quegl’anni pesava oltre 300 grammi, almeno 3 volte in più di quel che pesa uno dei nostri modernissimi al titanio. Lo stesso vale per un moschettone o di un chiodo. Di un fornello o di un sacco a pelo.

Il trovarmi di nuovo fra queste incredibili montagne mi dà sempre grandi scosse alla mente. Sempre grandi emozioni. Non riesco a toccare la roccia del Torre senza che, anche qui, il mio pensiero ritorni al passato. Certo che di “testa” ne avevano molta i nostri predecessori, eccome… Quando tocco il Torre, o semplicemente faccio la truna alla base, ripenso sempre a loro. A Maestri ed Egger nel '59. Agli inglesi sullo spigolo sud-est. Ancora agli inglesi sul fantastico diedro, agli sloveni sulle loro pazze vie. Ai Ragni, Mauri e Bonatti. E faccio una testa come un pallone a chi è con me raccontandogli queste incredibile storie.

Non puoi capire l’amore per una donna se non l’hai mai amata. Non puoi capire l’amore per le montagne se non le hai mai amate. Non puoi capire l’amore per la Patagonia se non l’hai mai amata. Ed io la Patagonia la amo, da dove è piatta a dove diventa ripida da cacciarmi indietro.

Ermanno Salvaterra


LA STORIA DEL CERRO TORRE RACCONTATA DA ERMANNO SALVATERRA
Ermanno Salvaterra propone una serata in cui racconta, con immagini e parole, tutta la storia del Torre. Dalle prime foto di Padre De Agostini, al Grande Andreas Madsen che ospitò tutte le spedizioni fino al 1965. La prima salita al Torre del 1959, Bonatti ed i tentativi e la salita dei Ragni di Lecco alla ovest. La prima salita in stile alpino degli americani Carman, Wilson e Bragg. Le grandi vie degli Sloveni alla est e sud. Le prime donne in cima. Le mie salite e tentativi dal 1982 ad oggi. Un viaggio nella storia che pochi conoscono. Durata della serata 59 minuti.
Per informazioni sulla serata: esalvaterra@alice.it

Ermanno Salvaterra, nato nel 1955 a Pinzolo (Tn), è senza dubbio uno degli alpinisti patagonici più conosciuti e attivi. Il suo "furore patagonico" o meglio il suo amore-dipendenza per la Patagonia e le sue montagne è quasi leggendario. Lo provano, dal 1985 ad oggi, le oltre 20 spedizioni al suo attivo nella terra alla fine del mondo. Fino ad ora in Patagonia ha salito 11 vie nuove nuove, moltissime ripetizioni ma anche la 3a ripetizione della via Maestri al Cerro Torre (nel 1983, con Maurizio Giarolli), la prima invernale del Torre (nel 1985, con Maurizio Giarolli, Andrea Sarchi e Paolo Caruso).
www.ermannosalvaterra.it

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