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Tomaz Humar
Photo by arch. Humar
Tomaz Humar, Reticent Wall, Yosemite, U.S.A.
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Tomaz Humar, Nanga Parbat 2005
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PORTFOLIO / gallery Portfolio: Tomaz Humar
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    Ed Douglas
    Ed Douglas è un giornalista britannico, scrive per The Guardian, The Independent, The Observer. E' viaggiatore, scrittore e alpinista. Il suo primo libro, Everest, Chomolungma Sings The Blues, è stato pubblicato nel 1997. Tra i suoi libri: Regions of the Heart, una biografia dell'alpinista Alison Hargreaves che nel 1995 scomparse tornando dalla cima del K2, la prima biografia intera di Tenzing Norgay, che salì l'Everest assieme a Sir Edmund Hillary nel 1953, pubblicata dal National Geographic nel 2003. Ex-editore dell'Alpine Journal, Douglas è anche un appassionato arrampicatore, con salite invernali nelle Alpi e in Himalaya.

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Tomaz Humar

19.11.2009 di Ed Douglas

Il carismatico alpinista sloveno recentemente scomparso in Himalaya, ricordato da Ed Douglas.

Nell’estate del 1988 l'alpinista sloveno Tomas Humar, morto a 40 anni in un incidente alpinistico in Nepal, era un soldato dell’esercito Jugoslavo di stanza a Podujevo, in Kosovo. Humar detestava i programmi etnici riservati da Slobodan Milosevic alla popolazione albanese e, alla fine del servizio di leva, comunicò al suo ufficiale l'intenzione di tornarsene a casa. Invece, fu messo in prigione e maltrattato, per poi essere abbandonato, armato solo di un fucile scarico, tra una comunità ostile ai militari jugoslavi. Humar non scordò mai l'albanese che in quell'occasione si impietosì e gli pagò il biglietto del treno per tornarsene a casa in Slovenia.

L'esperienza di questo dramma che ha sconvolto la Jugoslavia ha profondamente condizionato Humar. Era un individualista nato, ma le sue esperienze in Kosovo hanno alimentato ulteriormente la sua sfiducia nelle autorità, un sentimento che si è riflesso anche nella parabola, simile ad una meteora, che l’ha reso uno dei migliori alpinisti al mondo. Humar, cresciuto nel mondo dell’alpinismo jugoslavo con le sue gerarchie e burocrazie, ha scelto la propria strada per essere un eroe di una nuova nazione.

Nato a Ljubljana, Humar è cresciuto a Kamnik nel nord della Slovenia, vicino alle bellissime cime di calcare delle Alpi di Kamnik. Suo padre era un muratore e sua madre una commessa. Le loro vite erano difficili, ma la loro era una famiglia unita. Anche se i suoi genitori non hanno approvato che il loro primogenito, ancora teenager, iniziasse a praticare alpinismo.

Gli sport alpini fanno parte integrante della cultura slovena, e in Jugoslavia l'alpinismo era un’attività altamente controllata. I principianti dovevano aderire ad un rigoroso regime di allenamenti e nessuno poteva avanzare al livello superiore senza un’approvazione ufficiale. Solo chi era reputato all'altezza veniva scelto da un comitato piccolo e potente per partecipare alle spedizioni. Nessuno poteva permettersi di arrampicare all'estero senza il supporto del club alpino, specialmente se, come Humar, aveva una giovane famiglia da mantenere.

Il sistema era esposto alle gelosie personali ma ha prodotto molti valenti alpinisti e, dopo la dichiarazione d'indipendenza della Jugoslavia del 1991, la Slovenia ben presto cominciò ad essere considerata come una forza trainante per l'alpinismo mondiale.

Humar fece il suo apprendistato e fu considerato una stella nascente. Tone Skarja, il controllore delle spedizioni slovene, lo scelse per tentate una nuova via sull'Annapurna, la 10° montagna più alta della terra. La spedizione fu un successo, ma Humar perse la sua occasione di salire in cima. Ma anche se Skarja gli ordinò di scendere, Humar ignorò l'ordine del suo capo spedizione e salì in vetta da solo. Quella scelta quasi l'uccise e minò fatalmente il suo rapporto con l'establishment alpinistico sloveno.

Se fosse successo sotto il vecchio regime comunista, la carriera alpinistica di Humar sarebbe finita lì. Invece, quando la Slovenia scelse la democrazia ed una economia di libero mercato, Humar si trovò a non dover più convincere del suo valore gli apparati del regime, raccogliendo sponsor sufficienti per stare fuori dal vecchio sistema e progettare le sue spedizioni.

Tra la metà e la fine degli anni novanta, Humar intraprese una serie di salite in Himalaya con le quali si è guadagnato un enorme seguito in Slovenia, una terra pazzamente innamorata della montagna, e il rispetto della comunità alpinistica internazionale. All'inizio, con Vanja Furlan, salì una nuova via sulla parete nordest dell’Ama Dablam, una bellissima e vertiginosa cima che guarda l'Everest. Questa salita gli valse l'equivalente in termini alpinistici dell’Oscar, il Piolet d'Or.

Due anni più tardi, nel 1997, tentò una linea ancora più impressionate su una cima del massiccio dell’ Everest, il Nuptse. La sua parete ovest è di una bellezza selvaggia e la via di Humar si rivelò difficile e pericolosa. Humar salì con Janez Heglic, una star popolare e riconosciuta in Slovenia. Per quattro giorni consecutivi furono bloccati dal brutto tempo. Il loro fornello ebbe una perdita di gas portando il loro consumo di fluidi ad un livello critico, e i due furono quasi soffocati nella loro tenda da bivacco schiacciata dalle nevicate. Jeglic non perse il suo senso dell’umorismo riguardo alla politica dell’alpinismo sloveno: "Se saliamo, Tomaz" disse durante la terza notte "saremo contenti per il resto della nostra vita e, se non lo facciamo, renderemo felice metà Slovenia."

Jeglic raggiunse la cima il giorno successivo con venti fortissimi, precedendo di poco Humar e salutandolo con la piccozza per festeggiare. Ma quando Humar raggiunse la cima, non c'era nessuna traccia di Jeglic, soltanto il segno delle impronte nella neve che finivano vicino ad una radio trasmittente. Humar concluse che il suo amico avesse perso l'equilibrio a causa del vento e fosse recipitato lungo l'altro versante, la parete sud del Nuptse.

Da solo in cima ad una difficile cima himalayana, Humar dovette affrontare la discesa solitaria della parete di 2500m appena salita. Era tardi e, all'arrivo della notte, la sua lampadina frontale misi di funzionare ed inoltre perse la maschera. Soltanto la voce del suo amico, via radio dal campo base, lo convinse a continuare. Poi, allucinato, disidratato e sofferente i congelamenti sfuggì ad una valanga per riemergere due giorni più tardi ai piedi della montagna, in fin di vita.

Humar impiegò vari mesi per recuperare dagli infortuni, ma le cicatrici psicologiche non lo lasciarono mai. Il successo sul Nuptse fu ampiamente ammirato, ma l'affetto per Jeglic e il gossip scoppiato tra gli alpinisti sloveni per la loro salita fecero pensare ad Humar che fosse stato l'uomo sbagliato quello tornato a casa. Dopo il Nuptse scelse di scalare da solo e, dopo un'ennesima rottura con le autorità slovene, Humar si dedicò a promuovere la sua attività direttamente al pubblico e agli sponsor.

Nel 1999 il popolo sloveno seguì avidamente, via internet, la sua successiva avventura, la salita in solitaria della parete sud del Dhaulagiri. Humar non centrò perfettamente la salita progettata, ma ricevette l'approvazione di Reinhold Messner. Inoltre, ai nuovi fan di Humar non importava troppo dei dettagli etici della scalata. Irrequieto, espansivo e carismatico, Humar parlava dell'alpinismo in termini spirituali, persino mistici, e vedeva se stesso alla ricerca di una guarigione psicologica. Questo messaggio fece breccia nel pubblico sloveno che per questo l'amò. Le apparizioni in pubblico alleviarono le sue difficoltà economiche e gli permisero di iniziare a costruire una casa nelle Alpi di Kamnik. Per ironia della sorte, subì poi i terribili esiti in un incidente, accadutogli mentre costruiva la casa, che gli costò la frattura di entrambe le gambe. Gli ci vollero anni per ricuperare.

Nel 2005 intraprese l'ultima spedizione di alto profilo sulla gigantesca parete Rupal del Nanga Parbat in Pakistan, alta quasi 5000m metri. Humar portò con sé al campo base un ristretto gruppo di amici, incluso il suo astrologo, Natasa Pergar, per leggere sua aura e quella della montagna e per aiutarlo a scegliere l'auspicabile data dell'inizio salita.

Humar giudicò male e si trovò intrappolato sulla parte bassa della parete con tempo brutto. Incapace di salire o scendere, con ogni ragguaglio della sua situazione seguito in tempo reale su internet, la vicenda di Humar sollecitò l'intervento dei presidenti sia pakistano sia Sloveno. Un brillante elicotterista, Rashid Ullah Baig, riuscì a portare Humar verso la salvezza, prima che un'altra valanga di controversie si abbattesse sulla sua testa.

Per Humar era impossibile resiste all'affascinate dramma delle grandi montagne, ma era più cauto nel suo modo di affrontarle dopo il Nanga Parbat. La sua ultima spedizione - ancora una volta da solo – è stata al Langtang Lirung in Nepal, una montagne che non è più stata salita dal 1995 e che è notoriamente pericolosa. Anche se colpito da lesioni fatali è riuscito a fare un'ultima chiamata per telefono satellitare. I tentativi di soccorso sono stati ostacolati dal brutto tempo e sabato è stato trovato morto.

Ed Douglas
Questo articolo è stato pubblicato su The Guardian.

- Tomaz Humar, ritrovato il corpo senza vita

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