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L'ombra del Cerro Torre dalla cresta della Media Luna.
Photo by Marcello Cominetti
Fitz Roy e Cerro Torre da ovest
Photo by Marcello Cominetti
Sulla via del compressore al Cerro Torre
Photo by Marcello Cominetti
Sulla spalla del Torre
Photo by Marcello Cominetti

Boom di salite sulla ovest del Cerro Torre, il parere di Ermanno Salvaterra

18.12.2008 di Ermanno Salvaterra

Ermanno Salvaterra parla dell'alpinismo patagonico partendo dal grande numero di salite sulla ovest del Cerro Torre arrivando alle altre vie Doc del Torre e delle sue sorelle.

Era prevedibile: dopo quello che è successo sulla via dei Ragni alla ovest del Cerro Torre in molti si interrogano su cosa sia successo. I termini della questione sono presto detti: dal 1974, cioè nei 34 anni da quando Daniele Chiappa, Mario Conti, Casimiro Ferrari e Pino Negri sono arrivati in vetta, la storica via dei Ragni aveva avuto 5 ripetizioni integrali - 6 se si conta anche la salita dell'anno scorso da parte di Kelly Cordes e Colin Haley che erano arrivati al Colle della Speranza dalla parete sud.

Poi in questa prima parte di dicembre ecco il "botto" con 21 alpinisti in vetta da ovest nel giro di 9 giorni. Tra questi: la prima femminile della via e 5a assoluta del Torre della tedesca Dörte Pietron (in cordata con gli argentini Jorge Ackermann, Tomás Aguilo, Charly Cabezas, Rolando Garibotti, Matías Villavicencio), la prima solitaria della via (5a assoluta sul Torre) dello svizzero Walter Hungerbühler e la prima ripetizione italiana di Matteo Bernasconi e Fabio Salini. Dunque ci si domanda: è cambiato qualcosa e se sì cosa?

Come riporta climbing.com, secondo l'argentino nonché alpinista patagonico tra i più conosciuti Rolando Garibotti: "Sembra che la comunità dei climbers abbia finalmente capito che la via del compressore in realtà non rappresenta una salita del Cerro Torre. E' come se durante la notte tutti avessero smesso di salire l'Everest con l'ossigeno, corde fisse, e l'aiuto degli Sherpa."

Su tutto ciò - compreso il fatto che alcuni dicono che la Patagonia non è più quella della meteo terribile di una volta - abbiamo chiesto un parere a uno dei patagonici Doc italiani: Ermanno Salvaterra.

La ovest del Torre e l'alpinismo patagonico
di Ermanno Salvaterra

Cosa dire delle ultime salite alla ovest del Cerro Torre? Sono molto contento di quanto successo in così poco tempo sulla più bella montagna del mondo. Sapevo che anche Salini e Bernasconi ce l’avrebbero fatta. Doveva esserci anche Manuel Panizza con loro. E’ stato lui il primo a chiedermi qualcosa al riguardo. Poi ha avuto dei problemi e non è andato. Ho anche parlato con Fabio Salini. Se sei convinto ce la puoi fare e la fortuna del tempo non vale da sola, gli ho detto. Si è già visto anche quello. Riguardo al meteo non mi posso pronunciare. Certo che se sentiamo quello che dicevano i climber tanti anni fa sembra che qualcosa sia cambiato. E non era mica gente che rimaneva lì venti giorni. Penso a Buscaini e Metzeltin, a Reinhard Karl, a Boysen, Crew, Haston, Fonrouge, Martini e tanti altri.

Sicuramente quello che è accaduto in meno di 10 giorni è stata proprio una bella cosa. Soprattutto perché in quei giorni solo una cordata ha salito la via del compressore. Concordo con quanto dice Rolo Garibotti riguardo al Torre ed all’Himalaya. Se in Himalaya siamo obbligati a mettere qualche corda fissa, portiamocela noi, mettiamola e poi togliamola. Vediamo se si continua su questa strada. Vediamo se anche gli alpinisti italiani, e ne avremmo di forti anche noi, apriranno gli occhi. Se cominceranno a guardare il Torre e le sue sorelle con un’altra mentalità e non solo quella di salire in cima dalla via più veloce. L’ho già detto, lo hanno già scritto. Mi farebbe un sacco di piacere se fossero proprio gli italiani a rimettersi sulla retta via. Ma ci pensiamo a cosa facevano 30-40 anni fa certi alpinisti? Leggiamoci attentamente la storia di quelle montagne. Anche leggendo la storia delle montagne di ottomila metri avremmo tanto da imparare.

Molto interessante anche la salita alla ovest dopo aver seguito la prima parte della Maestri (da parte dei norvegesi Ole Lied e Trym Atle Sæland ndr). Se non trovavano quel fungo la salita era molto importante. Era quello che volevano fare gli inglesi e Fonrouge nel ’68. Quello che avrebbe voluto fare Maestri nel ’58. Nel suo libro "Arrampicare è il mio mestiere" infatti scrive: “La parete del Cerro Torre è alta circa metri 1300. La sua parte centrale presenta difficoltà tali da non poterla prendere in considerazione. Due sono i suoi punti deboli. La cresta est che scende verso il Fitz Roy fino a formare una tozza cima denominata “El Mocho”, e un gran diedro situato sulla destra di questa formidabile parete. La cresta porta con passaggi difficili alla base di grandi torri a circa 400-500 metri dalla cima. Sarebbe stata nostra intenzione, dopo rilievi aerei fatti dalla nostra prima spedizione, di risalire tutta la cresta per poi alla base delle torri attraversare tutta la parete sud, fino ad un grande strapiombo di ghiaccio sul filo della cresta sud-ovest, e di qui risalire per il versante ovest." Quante volte si è parlato di un linea così? Ricordo che anni fa fu proprio Marino Stenico a parlarmi di questa linea. Lui nel ’58 avrebbe voluto seguirla.

E’ stato lo scorso anno che due americani volevano rompere i chiodi a pressione di Maestri? Sicuramente se una cosa del genere fosse fatta il Torre ritornerebbe “il Torre”. Io però non mi sentirei di fare un gesto così. Vorrei chiedere prima a Maestri e credo che lui direbbe di sì. In fin dei conti è quello che stava facendo nel ’70. Se il tempo non fosse stato brutto e se i suoi compagni l’avessero aiutato il Torre sarebbe stato “pulito” già da allora.

Di altre linee invece nessuno ne parla. Qualcuno dice che bisogna tener conto dei diversi periodi. Bene! Ognuno può far ciò che vuole però poi non possiamo pretendere che la nostra salita venga definita alpinistica. Io non sono credente ma nell’alpinismo credo. Non nego per questo di aver commesso forse qualche peccato veniale. Sono passati 3 anni da quando abbiamo fatto la via della polemica. In tanti hanno parlato. Ma, a parte gli austriaci Ponholzer e c., nessuno però ci ha messo più le mani. Il Toni Ponholzer ci prova da almeno 20 anni. Ah, si dice, ma lì non c’è l’8a… No, rispondo io: lì c’è alpinismo.

Prendiamo per esempio la via sulla parete sud degli sloveni. No, forse anche in libera non si arriva all’8a. E’ semplicemente “solo” molto alpinistica. La via dell’inferno? Stessa cosa. Il diedro degli inglesi? No, troppo vecchia quella via, si dice. Ormai ha più di 30 anni. E poi chi era quello? Lo chiamavano “Hydraulic man”. I suoi soci, Campbell-Kelly e Wyvill erano stati in parete 28 giorni nel ’78. Era forse troppo facile? E ci sarebbe la via anche da finire, visto che Proctor e Burke sono arrivati forse a un tiro dai funghi sulla nord. poi ci sarebbe da parlare di altre vie ancora e poi ancora. Ma forse in questi tempi parlare di alpinismo con la A maiuscola non è trendy… Ormai sono vecchio ma se riuscirò a fare ancora qualcosa preferirò seguire gli insegnamenti del maestro “Hydraulic man”. E quando tornerò a casa, anche se non sarò arrivato in cima, sarò soddisfatto ed avrò già il programma per l’anno dopo.

di Ermanno Salvaterra

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