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Berhault, di Gilles Chappaz e Raphaël Lassablière
Photo by arch. Cervino Cinemountain
Intervista verticale con Manolo
Photo by arch. Cervino Cinemountain
Intervista verticale con Luca Maspes
Photo by arch. Cervino Cinemountain
Intervista verticale ad Angelika Rainer
Photo by arch. Cervino Cinemountain
INFO / links & info:

Cervino Cinemountain al Berhault di Chappaz e Lassablière

04.08.2008 di PlanetMountain

Si è concluso domenica 4/08 a Breuil-Cervinia e a Valtournenche l'XI° Cervino Cinemountain International Film Festival con l’assegnazione del Grand Prix Cervino Cinemountain a "Berhault" di Gilles Chappaz e Raphaël Lassablière. Nell’articolo lo speciale diario dal Festival di Mario Dalmaviva (alias Viva).

E’ "Berhault" il film di Gilles Chappaz e Raphaël Lassablière il vincitore dell'XI° Cervino Cinemountain International Film Festival che dal 25 luglio al 3 agosto ha animato la valle della Grande Becca. Al film dedicato al grande ed indimenticato climber e alpinista francese scomparso nel 2004 la giuria internazionale ha assegnato Grand Prix Cervino Cinemountain. Sempre a "Berhault", inoltre, è stato assegnato anche il Premio del Club Alpino Italiano per il miglior film di alpinismo.

Questa la motivazione della giuria composta da Freddy Paul Grunert (presidente), Gaia Ceriana Franchetti, Laurence Guyon, Dermot Somers, René Vernadet:
"E' con grande fermezza che Gilles Chappaz ha costruito un film a partire da molteplici materiali cinematografici che esistevano su Berhault. Egli evita al contempo lo scoglio del racconto agiografico e quello del requiem per tracciare a posteriori un ritratto dell'uomo e delle sue diverse sfaccettature e per celebrare quell'alpinista eccezionale che è stato Berhault. In parallelo il film sviluppa una matrice continua che è l'interfaccia di Berhault con la telecamera che lo acccompagnerà fino alla morte. Infine il montaggio è animato di vive testimonianze di chi gli era vicino, che esprimono in maniera esplicita il vuoto che ormai si creato nel mondo dell'alpinismo".

Gli altri riconoscimenti sono stati assegnati a:
Premio Festival per il miglior Grand Prix dei Festival 2007/2008 a: "Asiemut" di Olivier Higgins e Mélanie Carrier (Canada).
Premio Montagne Passion a: "La Montagne perdue" di Christian Deleau (Francia).
Premio "Vie de montagne" a: "Vies d'Alpage" di Frédéric Déret (Francia)
Premio "Cortometraggio" a: "La Ossa" di Gerard Sinfreu (Spagna)
Premio "Sportside of the mountain" a: "Wings on their feer" di Fulvio Mariani (Svizzera)
Premio speciale della giuria a: "Becoming a woman in Zanskar" di Jean-Michel Corillion (Francia)
Premio del pubblico a: "La montagne en face" di Bruno Peyronnet (Francia)


ATTRAVERSO IL CERVINO CINEMOUNTAIN FESTIVAL
di Mario Dalmaviva (Viva)

Giovedì 31 luglio ore 14.

Oggi, arrivato ad Antey, nel punto della Valle in cui all’improvviso il Cervino appare emozionandoti, ho dovuto accontentarmi della vista di un grande affollamento di scure nuvole. Il burbero Grande Vecchio, si è negato. Peccato.


L’XI Cervino Cinemountain mi aspetta a Valtournenche. Un veloce sguardo alla grande piramide in legno dell’Espace Montagne che troneggiava nell’ampio salone del Centro Polifunzionale e poi immersione nella sala di proiezione. Ho pochissimo tempo a disposizione e non voglio perdermi nulla.

“BRINA D’ESTATE” in un lindo maso sui monti della Baviera si consuma la disperazione di un ragazzo recluso nell’augusto dipanarsi di lavoro, sbronze e risse. Solo, senza donna, affida a palloncini il suo SOS corredato da un teutonico minuzioso curriculum. In un’atmosfera plumbea viene affondata la retorica alla Heidy.

Segue “4 ELEMENTS” di Jiska Rickels, premiato a Trento. Un capolavoro. Vale il viaggio. Il lavoro dell’uomo per vincere la natura letta nella sequenza degli elementi fuoco, acqua, terra e aria. Indimenticabili le sequenze dei minatori nelle viscere di una miniera, neri demoni che si agitano in un inferno di polvere e di rumore. A me ha ricordato gli schiavi del sottosuolo di “Metropolis”.

Ancora, la sarabanda sul ponte di un grande peschereccio su cui in piena tempesta oceanica i pescatori di granchi calano in mare grandi gabbie che ritirano cariche di dimenanti, chelate prede. Un dinamico colorato balletto su un oscillante pavimento.
Si potrebbe parlare ancora a lungo di questo film, meglio però un consiglio: cercatelo trovatelo e godetevelo.

“GLI ANNI DEI LUNGHI INVERNI” di Andrea Frigerio e Gianni Rusconi. Saga alpinistica di prime vie invernali realizzate da due fratelli di otto. Una specie di famiglia Cervi del lecchese senza fortunatamente quel tragico epilogo. Anche se il morto c’è ed è il primogenito la cui memoria è la molla per le epiche imprese. Valido il montaggio si segue con attenzione per tutti i 37 minuti.
Davanti a me, seduto a due metri dalla tenda che socchiude l’ingresso, un incazzatissimo signore si alza ad ogni nuovo ingresso per richiudere accuratamente i lembi del drappeggio lasciati discosti dall’ingresso fuori tempo dei molti canuti, instabili e ipovedenti spettatori. Solo una volta gli scappa un rabbioso . Ma il posto non lo cambia malgrado la disponibilità di poltrone.

Poi fuori dalla sala, alla base della parete attrezzata del Centro Addestramento Alpino, a testa in su ad ascoltare le risposte con ironia che Luca Maspes ci elargisce appollaiato sul culmine della parete di arrampicata. Domande, a terra, di Valeria Allievi.

Una veloce cena e poi 85’ di ragazze del remoto Zanskar: chi si sposa e chi si fa monaca. Interessante documento etnografico sulla condizione femminile, là. “BECOMING A WOMAN IN ZANSKAR” di Jean-Michel Corillion.


Prima che la stanchezza mi induca alla fuga faccio a tempo ad ammirare il mio sconosciuto spettatore che, masochista, è seduto nuovamente nella stessa poltrona del pomeriggio per ringhiare ai ritardatari. Ho verificato: nessun incarico ufficiale è stato assegnato per quella mansione.


Venerdì 1 agosto
La mattinata trascorre fra lettura di giornali e rivisitazione con vecchi amici più o meno implicati nella direzione di questo e di altri festival. Un utile scambio di opinioni sullo stato dell’arte del cinema di montagna.

Ancora un tuffo in sala nel primo pomeriggio. Un vecchio frigo della Coca–Cola a passeggio sui sentieri ai piedi dell’Annapurna. Sulle spalle del giovane Hari Rai. Anche là il lavoro manca è sottopagato e costringe i giovani al faticoso ed inflazionato mestiere di facchino. Arriveranno anche lì i Co.Co.Co.? “JOURNEY OF A RED FRIDGE” dli Lucian Muntean e Natasa Stankovic.
Il guardatenda è sempre là, implacabile.

Ho visto troppo poco per dare un giudizio con cognizione di causa, ma riparto con la piacevole sensazione che il Festival abbia ritrovato l’entusiasmo e la voglia di fare delle prime edizioni. Come sempre il merito va alle persone: Luca Bich, Luisa Montrosset e tutti i collaboratori.

Il Cervino continua a negarsi ma, tra le nuvole, intravedo l’enigmatico sorriso di Antonio Carrel. Il Presidente veglia su di noi.

Mario Dalmaviva




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