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Svalbard
Costeggiamo un enorme seracco sospeso sulla parete est del Saturnfjellet (1380 mt.). E' un seracco spropositato per una montagna così piccola… Ma qui siamo ai limiti dell'Artico! Arriviamo così sotto ad un piccolo colle tra il Tethysfjellet (1380 mt.) ed il Titanfjellet (1270 mt.).
Svalbard
Le slitte. Ovvero quei "pacchi" di polietilene che trainiamo per tutta la giornata, fanno il loro dovere e sinceramente. Sono il miglior metodo per i terreni accidentati. Ci seguono fedeli, scodinzolando dolcemente come un fido cagnolino. Contengono le tende, i sacchi, i viveri, gli indumenti di ricambio, le macchine fotografiche, la corda, i ramponi. Tutto quello che occorre per essere autosufficienti per le giornate che verranno.
Svalbard
La luce fuori è cambiata. L'aria è più secca ed è costellata da una miriade di minuscole pagliuzze di ghiaccio che ne conferiscono un curioso aspetto di festa. Tutt'intorno i colori sono ovattati, arancioni ed azzurrini, dietro le nostre tende una cima avvolta nelle nuvole sta per liberarsi. La sua vetta esce da dietro alla spalla come l'Everest dietro al Lhotse.
Svalbard
In poco tempo siamo tutti sulla cima. Una discesa sulla neve migliore che esista, su un pendio costante e perfetto ci fa urlare di gioia. Ad ogni curva una piccola onda di neve prima arancione poi bluastra segue gli sci, come fosse l'ombra della luce che cambia ogni minuto al passare delle nuvole, e quando il sole emerge dalla foschia migliaia di cristalli colorano l'aria.

DIARIO DI VIAGGIO

10 Maggio 2002. Ci facciamo portare nei pressi della Gruve 7 (uscita Nr°7 di una delle tante miniere della zona) a circa 300 mt. slm.
Dopo neanche un'ora di cammino non sembra di poter ritornare indietro in breve, siamo stati proiettati in una zona migliaia di km lontano da casa, dalla civiltà e non sarà facile passare il primo step.
Il primo step è l'impossibilità di chiamare soccorsi, risolvere un incontro con un orso, capire dove vanno a finire tutte queste valli che partono e finiscono dappertutto, decine di montagne a perdita d'occhio ci disorientano, una certezza è la luce, che ci accompagnerà sempre.
L'altra cosa certa è che faremo un percorso ad anello, quindi scenderemo da una valle diversa da quella che ora stiamo salendo. Ma poi… Come saranno le cime al di là?

11 Maggio. Seguiamo la valle che sale dolcemente verso un colle appena accennato, la nostra montagna, il Gilsonryggen (960 mt.) è di poco sulla destra, una cresta ondulata porta fin sulla vetta ed un pendio alla sua destra è una discesa invitante.
Salendo d'improvviso ci raggiunge un vento teso e gelido. Ci fermiamo per coprirci e togliere gli sci dai piedi, poi in breve siamo sulla vetta. Dalla parte opposta un lembo di pianura, il Colesdalen, finisce direttamente nell'oceano blu scuro. La pianura è il pack, il mare ghiacciato.
Sulla destra si alzano ancora montagne, e piccole sottili tracce indicano il passaggio di qualcuno, ma sono cosi' lontane da non lasciarci intuire chi le ha lasciate... degli sci?
Dopo poco scendiamo per il pendio che all'inizio è molto ripido, poi si appoggia e la sciata è a dir poco entusiasmante, traversiamo poi verso l'altra cima a fianco, il Foxtoppen (905 mt.) e ancora salita. Tanto il giorno finisce quando saremo stanchi.
Passiamo al campo un'altra notte, siamo un po' tesi, forse consapevoli che la giornata sucessiva ci riserverà qualche sorpresa.

12 Maggio. Al mattino scendiamo nella valle Rieperbreen, che avevamo studiato dalla vetta del Foxtoppen il giorno precedente, con una piccola incognita pero': dalla carta non è possibile capire se troveremo terreno difficile che ci obbligherà ad un percorso tortuoso e dalla cima l'ultima parte della valle era nascosta da un costone roccioso.
La valle, infatti, scende larga e tranquilla per qualche chilometro, poi però si stringe e sembra finire contro una morena o su una zona che porta ad un salto ripido. L'unica via d'uscita sembra essere un lago appena a monte. Ma, "Il lago, dove andrà a sfociare?". Scendiamo cauti. Il lago è interamente ghiacciato. Lo attraverso, senza slitta, con gli sci per scaricare meglio il peso. In pochi minuti sono sull'altra riva, e trovo un passaggio tra le morene. Così entriamo nella lunghissima e piatta valle che porta verso Longy. Stanchissimi arriviamo sulla statale che porta alle miniere. Attendiamo che passi qualcuno. Dopo un paio d'ore siamo nella nostra guesthouse. Il primo step è andato.

13 Maggio. Carichiamo il materiale sulle motoslitte e attraversiamo un lembo di mare ghiacciato. Tra gli sguardi tranquilli delle foche che sbucano dai fori della crosta ghiacciata.
Siamo una squadra di una dozzina di motoslitte, ogni mezzo trasporta un pilota, un passeggero. Ci accompagnano fino all'immenso ghiacciaio Lomonosov-Fonna. Quando ci lasciano è ormai sera tardi, siamo circa a 1050 mt. sul livello del mare, l'aria è molto secca ed il termometro segna -18 °C.
Domani continueremo per raggiungere il Newtontoppen (1717 mt.) la cima più elevata dell'arcipelago delle Svalbard.

14 Maggio. Siamo colpiti dalle improvvise correnti d'aria che giungono dal Polo e fanno precipitare la temperatura di 15-20 °C in pochi minuti. Cosa può accadere se si alza il vento?
Costeggiamo un enorme seracco sospeso sulla parete est del Saturnfjellet (1380 mt.). E' un seracco spropositato per una montagna così piccola… Ma qui siamo ai limiti dell'Artico! Arriviamo così sotto ad un piccolo colle tra il Tethysfjellet (1380 mt.) ed il Titanfjellet (1270 mt.). La discesa è divertente, e lo sarebbe ancora di più senza le slitte. Ma il nostro è un "viaggio" per andare da un posto ad un altro: lo sci è il mezzo di trasporto. Proseguiamo ancora per qualche ora all'interno del Keplerbreen sotto un sole accecante e stupendo. Siamo circondati da montagne dolci ed enormi, ora picchi triangolari perfetti come una piramide egizia. Quante discese! Il GPS dice che abbiamo percorso 13 km., ma sono quasi 6 ore che attraversiamo valli, passi e plateau. Arriviamo nel Kvitbreen, dove abbiamo stabilito di fare il campo per la "notte".
Il cielo sopra di noi è bellissimo, lunghi cirri bianchi si perdono all'infinito verso sud, a nord invece il blu è perfetto, opaco, tranne qualche riflesso dorato di tanto in tanto attorno al sole.
Gli sci per il "recinto" stridono penetrando nella neve. La temperatura sfiora i -30°C. Sopra di noi il Wainfletefjellet (1465 mt.) è pero' molto invitante, il suo pendio nord arriva proprio davanti alle nostre tende, e non sappiamo rinunciare alla prima discesa del tour, ci prepariamo veloci e dopo aver aggirato la montagna verso sud raggiungiamo la vetta verso le 21.

15 Maggio. Partiamo per il Newtontoppen (1717 mt.). Una lunga traversata in piano in direzione nord-est, porta ad un colle tra la vetta di tutto l'arcipelago e la cima est del Didierfjellet (1455 mt.). Il colle immette in una valle immensa, il Chydeniusbreen, che scende ad Est nel Vaigatt-bogen, un lembo del mare che separa l'isola principale dall'arcipelago minore delle Vaigatt Oyane.
Percorriamo la valle in direzione est, passando proprio sotto la parete nord del Newtontoppen, costituita da pendii ripidi, salti rocciosi e pilastri che ricordano i satelliti del Mont Blanc du Tacul.
Il percorso è molto lungo e quasi pianeggiante, fino ai pendii che salgono nel lato orientale della montagna che dividono questa dal Makarovtoppen (1540 mt.).
Lasciata la cima di Makarov sulla nostra sinistra saliamo, ora su terreno ghiacciato ora su neve polverosa, in direzione della cima dedicata a Newton.
Oltrepassata la quota di 1500 mt. lo spettacolo è mozzafiato.
Una sterminata distesa di picchi e valli coperte di ghiaccio si allontana da noi in ogni direzione. Il freddo si fa pungente ed il vento forte ci costringe ad usare la maschera...
Il colore dell'aria, gli indumenti che indossiamo e la fatica a sopportare l'aria gelida fanno apparire tutto come se fossimo ad 8000m, su qualche montagna himalayana...
Alle 15.45 siamo sulla cima della montagna più alta delle Svalbard, l'arcipelago più a nord del nostro emisfero a due passi dalla calotta polare.
Scendiamo dal pendio Sud-ovest, un lenzuolo regolare di circa 600 mt. di dislivello che arriva fino a valle. Oggi abbiamo percorso circa 20 km. e salito 800 mt. di dislivello.

16 Maggio. Saliamo al Trebrepasset, un vasto colle tra il Venusfjellet (1560 mt.) ad ovest e la cima Ovest del Didierfjellet (1395 mt.) ad est. Iniziamo una leggera discesa nel Veteranenbreen, una lingua glaciale che sfocia a nord nel Lomfjorden, grande insenatura del Hinlopenstretet, il lembo di mare che separa l'isola Spitsbergen dalla Nordaustlandet.
Scendiamo per diverse ore, più a ovest. Il nostro obiettivo è salire almeno una delle montagne dell'Atomfjella, dalla carta il Perriertoppen (1710 mt.), seconda vetta dell'arcipelago, ed il Celestfjellet (1675 mt.) sembrano due montagne veramente fantastiche. Alle 19.30 decidiamo di fermarci, siamo all'imbocco del Manebreen, una lingua glaciale che sale verso ovest fino al Plutonfjellet (1460 mt.), velocemente costruiamo il campo, ogniuno ha un suo ruolo, sono soddisfatto.
La temperatura si alza decisamente. Qualche fiocco di neve annuncia un cambiamento del tempo.

17 Maggio. Il tempo è pessimo, siamo completamente avvolti dalle nuvole, l'aria è umida e nevica. Nel pomeriggio sfiniti dal rimanere in tenda compiamo una piccola perlustrazione in direzione dell' Irvinefjellet (1565 mt.) una bella ed impegnativa cima nei pressi del Gallerbreen, il ghiacciaio per entrare nell'Atomfjella.
La nostra iniziativa pero' si arena ad un centinaio di metri dalla cima, la scarsa visibilità e la neve abbondante nel canale che stiamo salendo non ci consentono di avere il margine di sicurezza necessario, dopo qualche ora rientriamo al campo.

18 Maggio. Tempo pessimo, tutto il giorno. Mangiamo, dormiamo, passiamo da una tenda all'altra per scambiare due chiacchere, il nostro tour sta assumendo caratteristiche patagoniche.

19 Maggio. La luce fuori è cambiata. L'aria è più secca ed è costellata da una miriade di minuscole pagliuzze di ghiaccio che ne conferiscono un curioso aspetto di festa. Tutt'intorno i colori sono ovattati, arancioni ed azzurrini, dietro le nostre tende una cima avvolta nelle nuvole sta per liberarsi. La sua vetta esce da dietro alla spalla come l'Everest dietro al Lhotse. Urlo forte agli altri: è ora di fare una gita! Saliamo veloci con gli sci ai piedi il pendio che porta ad una spalla di questa cima... di cui non conosco il nome. In poco tempo siamo tutti sulla cima. Una discesa sulla neve migliore che esista, su un pendio costante e perfetto ci fa urlare di gioia. Ad ogni curva una piccola onda di neve prima arancione poi bluastra segue gli sci, come fosse l'ombra della luce che cambia ogni minuto al passare delle nuvole, e quando il sole emerge dalla foschia migliaia di cristalli colorano l'aria.
Rientrati al campo rimaniamo a lungo fuori tra le tende a guardare quanto è bello questo posto. Diamo un'occhiata alla carta: abbiamo salito il Neptunfjellet (1590 mt.). Ed ora, che il tempo migliora, siamo tranquilli. Domani notte parte il nostro aereo, e con ogni probabilità riusciremo ad arrivare a Longy in tempo... Ci aspetta la discesa più bella, di notte. Quella luce, quei colori... E' l'ultimo, bellissimo ricordo delle Svalbard.




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