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Jôf Fuart nelle Alpi Giulie e la gola Nord Ovest, sciata per la prima volta nel 1987 da Mario Di Gallo e ripetuta da Mauro Rumez nel 1995. Enrico Mosetti ha sciato la linea il 15/03/2021
Fotografia di Enrico Mosetti
Enrico Mosetti nella gola NO del Jôf Fuart (Alpi Giulie). 'I circa 750 metri della discesa, sempre molto esposti ma mai troppo ripidi, scorrono veloci.'
Fotografia di Enrico Mosetti
Jôf Fuart gola NO, Alpi Giulie: 'Recupero tutto il sistema e senza roccia o ghiaccio decenti inizio a piccozzare nella neve/ghiaccio per costruire un piccolo fungo/spuntone, ci passo un cordino ripiazzo l'escaper e mi calo nuovamente, altri 50 metri verticali'
Fotografia di Enrico Mosetti
La guida alpina Enrico Mosetti
Fotografia di Enrico Mosetti

Enrico Mosetti e le indelebili tracce di Mauro Rumez

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Il racconto della guida alpina Enrico Mosetti che la settimana scorsa ha sciato la gola nord ovest del Jof Fuart, sciata per la prima volta nel 1987 da Mario Di Gallo e ripetuta da Mauro Rumez nel 1995. Nel corso degli anni Mosetti ha ripetuto molte delle discese del fortissimo triestino, conosciuto per essere stato uno dei più grandi sciatori estremi italiani.

Non è un segreto che Mauro Rumez sia stato per me una grande fonte di ispirazione. Negli anni ho percorso tante delle sue discese e tante, non tantissime in realtà, ancora mi mancano. Ma andiamo con ordine, la storia inizia molti anni fa.

Avevo dieci anni quando Rumez, amico di mio padre, venne a Gorizia a mostrare delle diapositive sulle sue discese e i viaggi in giro per il mondo. Non ho molti ricordi di quella serata se non qualche flash di alcune foto, credo una su tutte in Nuova Zelanda, ma potrei benissimo sbagliarmi.

Lo rincontrai nell'estate del '99. Quel giorno è stato probabilmente il mio primo in falesia, mio papà mi portò a provare a scalare in Parallele, un facile settore affianco al più strapiombante Mani di Fatima in Napoleonica a Trieste. Ricordo solo grandi spaventi, una grossa roccia che si stacca a qualche metro da me e poi un incontro a cui non diedi nessun peso sul sentierino di rientro, era appunto Mauro Rumez. Quello stesso autunno Rumez morì sotto i Coni di Ghiaccio nel gruppo del Ortles.

Negli anni ho letto e riletto il suo libro-diario e l'ho riempito di piccoli appunti qua e là. A fine libro c'è un elenco delle dette "discese estreme" compiute nell'arco di una quindicina d’anni. Non mi piacciono le liste e mai ne ho fatte prima o dopo una stagione, ma mi è sempre piaciuto spuntare le discese dal suddetto elenco. Se non fosse che rappresentano le principali discese ripide sulle mie montagne.

In questa stagione sono riuscito a spuntarne ben cinque, per ora. Una linea sulla ovest del Volaia a dicembre, la via Kugy sulla cima di Riofreddo, la gola nord est al monte Cavallo di Pontebba e infine la gola nord ovest o via Kugy allo Jof Fuart. Quest' ultima è una linea avvolta un po' nel mistero, almeno per quanto riguarda l'aspetto sci. È stata sciata la prima volta da Mario Di Gallo il 17 aprile del 1987 e ripetuta da Rumez nel ’95. Da lì in poi nessuna notizia.

In estate la gola nord ovest è una grande via di massimo terzo grado con un eterno traverso su cengia a base parete, compresa di "passo del gatto", molto poco ripetuta in quanto molto lontana da tutto. Bisogna in ogni caso sciropparsi quasi 1700 metri di dislivello. Figuriamoci in inverno. Nonostante sia visibile da diverse altre cime non è cosi facile osservarla nella sua interezza e capirne esattamente l'innevamento e lo stato della cengia o del salto alla base.

Tornando all'elenco Rumez, non sono più molte le linee che mi mancano sulle Giulie e quelle poche sono o molto complesse, o richiedono un innevamento eccezionale, o hanno un esposizione molto sfigata per trovare bella neve, prerogativa che non intendo tradire pur di fare una spunta sul libro.

Per quanto riguarda la gola nord ovest allo Jof Fuart sono ormai diversi anni che la tengo d'occhio e cerco nelle sue pieghe di capire se la neve è abbastanza. Anche se si chiama gola in realtà è più una parete appoggiata ed enorme con continue balze tra il secondo e terzo grado.
Non basta qualche bella nevicata umida come sulle pareti di ghiaccio delle occidentali, ci vogliono metrate di neve e possibilmente un po’ di fortuna che il vento ne riversi dentro altra invece di portarla via.

Questo 2021 sembrava l'anno giusto. Qualche settimana fa con dei clienti ero salito alla forca del Montasio e ad un primo sguardo distratto l'ho vista abbastanza bianca... non avevo il binocolo ma già ad occhio nudo sembrava sufficientemente innevata.

Due sabato fa sfrutto l'ultimo weekend di zona arancione e le ultime uscite del corso di scialpinismo per andare sullo Jof di Miezegnot, ottimo punto di osservazione per la parete nord ovest del Fuart. Questa volta il binocolo me lo porto. Come si suol dire unire l'utile al dilettevole. Nonostante non nevichi da tre settimane la gola sembra decisamente sciabile, e in più per domenica sono previsti 20/30 cm in quota. Non vedo il salto a base parete ma in qualche modo riuscirò a calarmici.

Parto lunedì mattina senza fretta alle 8.00. Salgo da sud verso il rifugio Corsi e poi forcella Mosè, già fino a qui la giornata sarebbe fatta e i 20 centimetri di neve nuova garantirebbero una bella sciata. Dalla forcella ci sono ancora 300 metri di facili roccette, traversi e canalini sopra a una parete di 500 metri per raggiungere l'uscita della gola nord ovest, rappresentata da un arco naturale, un portale verso un'altra dimensione.

Appena dopo l'arco c'è da fare una breve doppia per entrare sul pendio principale, decido quindi di disarampicare una trentina di metri al posto di fare tre curve e fermarmi per attrezzare la sosta per la calata. Incastro un nut in una fessura e con la becca della picca lo martello un po' più in fondo. Dieci metri mi depositano sul primo grande pendio pensile. I 20 centimetri di polvere qui diventano magicamente 40, il vento da nordest ha fatto il suo lavoro!

I circa 750 metri della discesa, sempre molto esposti ma mai troppo ripidi, scorrono veloci. Arrivo al salto finale. Do una sguardo al lungo traverso estivo, la cengia piena di neve è un pendio continuo a 60° per 400 metri. Non ho nessuna intenzione di farlo, da solo e stanco.

Mi porto sul bordo del salto, con me ho otto chiodi da roccia e una vite da ghiaccio, 60 metri di kevlar e l'escaper. Avevo scelto di portarmi più materiale da roccia che da ghiaccio viste le temperature delle ultime settimane e dal momento che il Fuart in generale ha una roccia molto facile da chiodare, e invece sul bordo del salto la roccia fa veramente schifo, tutta a scagliette o compattissima.

Faccio una piccola Abalakov su una bolla di ghiaccio e mi calo proprio sul bordo del salto, la corda scompare nel vuoto. Metto la mia unica vite dove inizia a diventare verticale, preparo l'escaper, metto tutto in carico e inizio a calarmi, la corda arriva giusta giusta a una cengetta a 70° gradi, 60 metri più sotto. Recupero tutto il sistema e senza roccia o ghiaccio decenti inizio a piccozzare nella neve/ghiaccio per costruire un piccolo fungo/spuntone, ci passo un cordino ripiazzo l'escaper e mi calo nuovamente, altri 50 metri verticali.

Alla base della parete sul nevaio della Studence mi riassetto con gli sci e inizio a tirare il cordino per recuperarlo. Niente, stavolta l'escaper non funziona, sono rimasto lì a tirare e mollare per quaranta minuti, non mi andava proprio di lasciare il mio cordino che mi ha accompagnato negli ultimi dieci anni di calate!

Dopo un po' guardo l'ora e mi rendo conto che è tardi, ho ancora da scendere quasi mille metri, facili ma più in basso martoriati dalle valanghe. Non ho rete nel telefono e forse qualcuno inizia a preoccuparsi. Tornerò a recuperare il cordino a giugno.

Scendo veloce la prima parte di discesa ancora su neve bella, poi le valanghe mi rallentano... alle 16.30 infine arrivo a fondo a valle e mia morosa mi viene a recuperare.

di Enrico Mosetti

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Enrico Mosetti è Ambassador Ferrino

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