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Chearroco (6127m) in Bolivia visto dal campo alto
Fotografia di archivio Pietro Chiesa
Cresta SE di Chearroco (6127m) in Bolivia: il lungo avvicinamento
Fotografia di archivio Pietro Chiesa
Cresta SE di Chearroco (6127m) in Bolivia: no dei passaggi della discesa in sci
Fotografia di archivio Pietro Chiesa
Cresta SE di Chearroco (6127m) in Bolivia: i seracchi finali in discesa
Fotografia di archivio Pietro Chiesa

Chearroco cresta sud-est in sci e la missione di Peñas in Bolivia

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Il report di Pietro Chiesa che in Bolivia ha effettuato la probabile prima ripetizione della cresta sud-est con gli sci del monte Chearroco (6127m), con i compagni di cordata Nicola Favalli e Stefano Campoleoni. Insieme a David Vitale, Irene Pozzebon e Lorenzo Brambilla sono volontari alla missione di Peñas gestita da Antonio Zavatarelli, conosciuto da tutti come Padre Topio.

"Certo che un mulo poteva tornare comodo" intonano Nicola e Stefano sulla via del ritorno. Io sottoscrivo e ripenso che una montagna così è quello che volevo, oltre a soddisfare la necessità di cambiare un po’ aria, esattamente tre mesi fa mentre preparavo la valigia.

L’esclamazione è più che giustificata; l’avvicinamento al campo alto del Chearroco è pressoché infinito. Più o meno 17 chilometri di pampa bagnata e paludosa senza sentiero. A dir poco snervante. Aggiungiamoci che la via che abbiamo seguito sulle guide è data in quattro giorni, noi irrazionalmente abbiamo decisa di farla in due. Abbiamo pagato tutto sulla via del ritorno. Arrivando, inseguiti dalla nottola di Minerva, al Land Cruiser alle 8 di sera, dopo una giornata da 18 ore senza interruzione; tutta con l’acceleratore a tavoletta. La domanda sorge spontanea: perché ci siamo ritrovati su questo seimila scomodo e dimenticato?

Viviamo tutti alla missione di Peñas. Qui, chi da poche settimane, chi da diversi mesi, contribuiamo ai vari progetti della missione: "la Carrera de Turismo Rural con Especialización en Deporte de Aventura", lo sviluppo del turismo nella zona e la parte di carità. Ciascuno a suo modo, ciascuno con le proprie capacità, tutti felici e gratificati. Questo ultimo gruppo di attività (quelle più direttamente sociali) si fa sempre più necessario con il passare del tempo. Anno dopo anno l’altipiano si spopola sempre di più. Chi riesce, economicamente e fisicamente, si sposta in città. Questo spiega da un lato l’impressionate crescita della metropoli di La Paz - El Alto. Dall’altro perché qui rimangono solo gli ultimi: anziani soli, bambini praticamente abbandonati, famiglie povere. Siamo qui tutti come volontari. Tutti a dare una mano e tutti accomunati dalla passione per la montagna.

Comunque tornando alla salita: una volta arrivati al campo alto verifichiamo le condizioni della montagna. Scartiamo l’opzione iniziale di salire per lo sperone sud-ovest, i seracchi sono immensi e con il binocolo si fatica a trovare ponti abbastanza grandi per passare. Decidiamo quindi di provare la cresta sud-est, forse un po’ più ripida ma sicuramente meno crepacciata; un grazie particolare alle abbondanti nevicate di questa stagione delle piogge. Ci sono anni nei quali nessuno raggiunge la cime del Chearroco a causa delle nevicate insufficienti e della conseguente impossibilità di superare le enormi voragini che lo spaccano.

La sveglia è puntata per l’una. Alle due accompagnati da una maestosa luna piena attacchiamo la prima parte del ghiacciaio. Giunti alla sella est Irene decide di tornare indietro, David, unica guida del gruppo, si offre di rientrare con lei. Quindi da qui io, Nicola e Stefano attacchiamo la prima paretina di neve. A mano a mano la quota, aiutata da una neve crostosa, inizia a farsi sentire. Dopo le prime due paretine sbuchiamo in una grande conca da qui decidiamo di seguire sulla destra tra i seracchi. Continuiamo per ancora più o meno duecento metri di dislivello su pendenze mai veramente ripide (direi massimo 40°) fino a bucare la - fortunatamente piccola - cornice. Da qui seguendo verso sinistra puntiamo a quella che sembra la vetta principale. In breve arriviamo alla cumbre (cima qui sulle Ande), e altrettanto rapidamente ci rendiamo conto di essere su una piccola anticima. La stanchezza generale e la prospettiva del lungo ritorno chetano la nostra smania alpinistica. Ci sentiamo tutti e tre soddisfatti.

Dopo pochi minuti in vetta iniziamo la discesa. Qui le nostre strade si separano. Io scesi i primi metri di cresta e i ponti più instabili mi fermo e indosso gli sci; impaziente di tornare al campo e di godere della fatica fatta per portare i due pezzi di legno fino a quota 6050. Gli altri due proseguono a piedi. La sciata è pessima causa neve cartonata ma, non per questo meno spettacolare. L’ambiente è incredibile: da un lato le valli verdi dello Yungas e dall’altro l’altipiano con il lago Titicaca che scintilla sotto i raggi del sole subequatoriale. In una mezzoretta raggiungo il campo dove trovo ad aspettarmi i due reduci della mattina e Vladimir e Lorenzo, altri due volontari che ieri ci hanno accompagnato al campo. Dopo aver aspettato un paio d’ore il ritorno di Nicola e Stefano smontiamo rapidamente il campo e iniziamo l’infinito viaggio verso la civiltà.

Il Chearroco è una montagna poco frequenta: massimo una decina di gruppi all’anno. Il luogo è selvaggio e spettacolare. La prima discesa in sci della montagna è stata fatta nel 2015 per lo sperone sud-ovest da una spedizione del "Gruppo amici internazionali sci alpinismo" del quale fa parte anche Antonio Zavatarelli, più conosciuto come Topio, parroco di Peñas; costruttore della bellissima realtà della missione. La prima discesa della cresta sud è stata fatta nel 2020, e a quanto ne so io fino ad oggi mai ripetuta, da Daniele Assolari aspirante guida alpina e volontario alla missione da diversi anni. Incaricato della parte relativa allo sviluppo turistico ha fondato, insieme ad altri volontari, l’associazione La Cordillera Experience. Quest’ultima si occupa dello sviluppo del turismo outdoor sull’altipiano; fornendo ai giovani la possibilità di un lavoro che sfrutti le bellezze naturali della loro terra natia. Sottraendoli all’attrazione pericolosa della città.

Per chiunque fosse interessato a maggiori informazioni sulla montagna o sulle montagne vicine: www.lacordilleraexperience.org, FB La Cordillera Experience Peñas, IG La Cordillera Experience Peñas

di Pietro Chiesa

LA MISSONE DI PEÑAS
Peñas è un piccolo paese a quota 4000 metri sul livello del mare ad un’ora da La Paz e trenta minuti dal lago Titicaca. Qui da 12 anni Padre Topio (Antonio Zavatarelli), originario di Menaggio sul lago di Como, vive e lavora per costruire una possibilità di vita diversa per gli abitanti dell’altipiano. Oltre alla parte pastorale, i progetti sociali della missione sono numerosissimi. Primo tra tutti la scuola: "Carrera de Turismo de Aventura". Un corso fuorisede dell’università cattolica boliviana. Qui i ragazzi ricevono una adeguata formazione professionale e umana. La possibilità di ottenere un lavoro dignitoso, che sfrutti le bellezze del loro territorio. Questo li protegge della pericolosa attrazione dei grandi centri urbani.

L’associazione di turismo "La Cordillera Experience" è un altro di questi progetti. Uno strumento per dare lavoro ai ragazzi che terminano il corso universitario e per dare una mano a tutti gli abitanti del paese; dandogli la possibilità di offrire servizi ai turisti in arrivo. L’aspetto sociale è il cuore dell’operato dell’associazione. L’organizzazione di uscite in montagna, di scalate su roccia, di tour alle splendide pitture rupestri del Cerro di Peñas e la gestione del nuovo parco avventura sono scuse per dare una mano alle comunità dell’altipiano e ai loro abitanti.

La missione si impegna anche nell’aiuto diretto delle famiglie più bisognose. Alcuni volontari, aiutati dai ragazzi della parrocchia, si occupano di distribuire viveri, materiale scolastico, di andare a fare animazione ai bambini nei paesi vicini, di andare a trovare gli anziani rimasti soli. Le attività hanno un respiro globale, l’aiuto non si ferma al materiale ma l’obiettivo è stabilire un rapporto, costruire una amicizia. Unico vero modo per dare valore alle attività sociali.

Ultimi ma non meno importanti sono i servizi medici: ambulatoriali o a domicilio che siano. Una dottoressa di La Paz tiene aperto un ambulatorio gratuito due giorni a settimana e va direttamente nelle case a visitare i pazienti che non sono in grado di muoversi. Ogni tre mesi si alternano due o tre fisioterapisti italiani. Vengono come volontari tenendo aperto due giorni a settimana un ambulatorio fisioterapico e visitando a domicilio negli altri giorni.

Tutte queste iniziative sono portate avanti grazie a donazioni e autofinanziamenti. Un grande gruppo di volontari lavora in Italia per sostenere questa piccola realtà missionaria; ultima iniziativa è la ristrutturazione della baite dell’Alben nel comune di Cornalba, quasi terminata, per ricavarne un rifugio. L’intero ricavato del rifugio sarà inviato in Bolivia.

Tutti, in Bolivia e in Italia, lavorano nella convinzione che far del bene sia cosa buona e che solo con un lavoro costante si possa cambiare qualcosa.

Per sostenere l’associazione in Italia consultare il sito: www.lacordillera.org

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