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Mongolia titolo
Testo e foto di Roberta Locatelli
Ulteriori informazioni possono essere richieste direttamente all'autore Robyloc@tin.it

Tra gli eredi di Gengis Khan
nella terra degli spazi senza fine


   Stretta tra due grandi nazioni, l'ex Unione Sovietica e la Cina, la Mongolia è una terra sconosciuta ai più. Sebbene abbia un'estensione cinque volte e mezza quella italiana, sono in molti ad avere solo una vaga idea della sua ubicazione, spersa chissà dove nel continente asiatico, forse una regione dell'ex Unione Sovietica. Eppure un nostro connazionale già nel 13° secolo aveva visitato questa terra e ne aveva apprezzato costumi e tradizioni. Marco Polo nel suo viaggio in oriente aveva avuto modo di conoscere i diretti discendenti di Gengis Khan, che lo accolsero con grandi onori, affidandogli incarichi diplomatici. In questa terra ancor'oggi non è poi così difficile capire cos'egli abbia provato durante il suo peregrinare tra steppe immense, dove l'occhio di un'occidentale si perde e vaga disorientato nell'assoluta mancanza di punti di riferimento. Alle foreste del nord, le ultime propaggini della taiga siberiana, si succedono vaste distese verdi che trapassano gradatamente a sud nelle steppe aride, nelle pietraie e nelle dune di sabbia del deserto del Gobi. Ovunque non ci si può che meravigliare della rigogliosità della natura di questo paese. Qui galoppano ancora le ultime mandrie di cavalli e asini selvatici (Equus przewalskii e Equus hemionus), e i rapaci sorvolano numerosi il cielo proiettando le loro grandi ombre sulle piatte distese senza fine. Nel deserto branchi di gazzelle (Gazella gutturosa e G.subgutturosa) vagano senza meta, nella steppa fiorita marmotte (Marmotta bobac e M.sibirica) e lepri fischianti (Ochotona pallasi e O. hyperborea) si rincorrono vivaci e più a nord orsi (Ursus arctos), alci (Alces alces) e lupi (Canis lupus) popolano le foreste.



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     Attraverso il deserto dei Gobi
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   Cavalcare in Mongolia e lasciar volare la fantasia significa tornare indietro di qualche secolo. La vita della popolazione non è poi cambiata molto; non sono più i guerrieri dell'armata di Gengis Khan ad alzare nuvole di polvere lanciandosi al galoppo, ma vi sono pastori che vestono come principi, molti dei quali hanno ancora in tasca l'acciarino d'argento e annusano il tabacco da piccole tabacchiere in pietra dura. Le abitazioni sono le stesse ger dei tempi del grande condottiero, tende di feltro a base circolare, piccoli punti bianchi che spiccano nell'intenso verde della steppa o nel giallo arido del deserto. L'attaccamento della popolazione alle proprie usanze e l'orgoglio per la propria cultura hanno permesso che la vita qui si mantenesse inalterata per secoli. Anche durante il regime comunista quando, sotto l'influenza russa, il governo ha tentato di sedentarizzare la popolazione e di spingerla a vivere in grandi palazzi le tradizioni hanno avuto la meglio: la maggior parte dei mongoli sostiene che la ger è la casa più adatta nel deserto e nella steppa, facile da spostare e da riscaldare nei freddi inverni. La stufa collocata al centro di ogni ger bruciando legna o sterco riscalda efficacemente l'interno delle tende e le proprietà isolanti del feltro mantengono a lungo il calore. Anche molti di coloro che, influenzati dalle usanze dei paesi industrializzati, considerano segno di un più elevato status sociale l'abitare in un appartamento non disdegnano di far ritorno alla propria vecchia ger per trascorre l'inverno. Gli appartamenti sono infatti difficilmente riscaldabili per l'elevata dispersione di calore in queste costruzioni alla buona e per la carenza cronica di combustibile.

   Durante gli anni '30-'40 l'identità del popolo mongolo è stata seriamente minacciata: il buddismo è stato perseguitato e sono stati distrutti numerossissimi templi, il vecchio alfabeto è stato sostituito dal cirillico, ed era ufficialmente scomparso qualsisasi segno che facesse riferimento all'antico impero ed alle gesta di Gengis Khan. In quegli anni il grande condottiero non poteva neppure essere nominato. Ma con il ritorno alla democrazia e alla libertà di espressione la fierezza di questo popolo è rinata più forte che mai.
Tuttavia per comprendere fino in fondo questa terra e la sua gente, è bene cominciare dall'inizio.

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   La Mongolia è stata senza dubbio la terra delle grandi popolazioni nomadi: dapprima gli Unni, un popolo di allevatori e guerrieri, che già nel 3° secolo a.C. diede origine ad uno stato organizzato che alcuni secoli più tardi giunse fin nel cuore dell'Europa, assoggettando le popolazioni germaniche. E, dopo gli Unni, i mongoli di Gengis Khan. Il famoso condottiero nacque nella regione dell'Hentii (a est di Ulaanbaatar, l'attuale capitale) nel 1162, e già nel 1189, a soli 27 anni, fu proclamato capo (khan) di una vasta regione. Riuscì a riunire e organizzare la maggior parte delle tribù mongole e l'abilità di stratega gli permise di espandere progressivamente il suo impero dalla Siberia al Tibet, dalla Cina al Turkestan e alla Persia. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1227, il comando di questo vasto impero passò nelle mani del figlio, Ogedei, che continuò l'avanzata sul fronte occidentale giungendo a minacciare l'Europa. Ma l'espansione verso occidente si arrestò in terra magiara, poichè la morte del Gran Khan costrise i principi al rientro nella capitale per l'elezione del suo successore. A testimoniare la presenza storica della popolazione mongola nell'attuale Ungheria un fatto curioso: tutti i bambini di origine mongola nascono con una voglia rossa sulla natica che successivamente scompare; la stesso fenomeno si riscontra anche nei bambini magiari.

   La presenza di un unico vasto impero ad oriente garantendo stabilità e sicurezza lungo le vie carovaniere favorì lo sviluppo dei commerci di seta e spezie con le lontane regioni cinesi. Una delle prime missioni diplomatiche occidentali in terra mongola fu quella del francescano Giovanni da Pian del Carmine, nel 1246, che precedette di una ventina d'anni quella di Marco Polo. In quegli anni l'Impero mongolo raggiunse la sua massima espansione sotto la guida di Kubilai Khan che, sebbene molto tollerante nei confronti di tutte le espressioni religiose, elevò il buddismo a religione nazionale. Già Gengis Khan aveva conosciuto e apprezzato il buddismo e questa religione progressivamente sotto i suoi successori dal Tibet si diffuse fra le popolazioni mongole. Verso la metà del XIV° secolo ha inizio il progressivo declino dell'impero mongolo, invaso dalle truppe cinesi degli imperatori Ming, che culmina con la conquista e la distruzione dell'antica capitale Karakorum, sulle cui rovine due secoli più tardi verrà costruito il grande monastero buddista di Erdene Zuu, per secoli il fulcro della religione in Mongolia.

   I secoli che seguirono furono caratterizzati da fasi alterne, durante le quali tuttavia la popolazione mongola non riuscì a ritrovare l'antica indipendenza, ma rimase assogettata alla dominazione cinese, prima sotto la dinastria dei Ming, poi sotto i Manciù. Solo nel 1911, dopo quasi due secoli di successivi sollevamenti popolari, si giunse alla proclamazione dell'indipendenza dello stato mongolo, alla cui guida fu posto il capo della chiesa lamaista, il Bogd Gegen.

Donna mongola
   Ma l'indipendenza durò poco e solo dopo alterne vicende la rivoluzione capeggiata dall'eroe nazionale Suhbaatar porterà, nel 1924, alla proclamazione della Repubblica popolare di Mongolia, che risentirà pesantemente dell'influenza della vicina Unione Sovietica, che garantiva al nuovo stato protezione militare e rifornimenti di materie prime. Tuttavia il tentativo stalinista di sopprimere e annientare una cultura secolare non ebbe successo. Nel 1990, sull'onda dei grandi cambiamenti che avvenivano nel resto del mondo, anche la Mongolia si scosse e l'opposizione manifestò apertamente il proprio dissenso. Nel 1990 vennero indette le prime elezioni libere e finalmente nel luglio dello stesso anno, durante le celebrazioni del Naadam, la festa nazionale, l'effige e gli stendardi di Gengis Khan tornarono a sfilare testimoniando con forza la fierezza di questo popolo.
Questa celebrazione si ripete ogni anno dal 11 al 13 luglio e rappresenta il più importante evento culturale-sportivo, richiamando ad Ulaanbaatar genti dalle regioni più lontane che si accampano nelle colline circostanti, riportando anche nell'unica grande città le vecchie immortali tradizioni. Durante lo svolgimento delle gare a cavallo, di tiro con l'arco e di lotta, si aggirano per la città cavalieri che si lanciano al galoppo tra le automobili, splendenti nei propri del, i vestiti tradizionali in seta o lana cuciti in casa secondo antichi modelli.
E' proprio la fierezza e la regalità di questa gente, unita ad una genuina tradizione di ospitalità, la prima cosa che colpisce un occidentale che abbia la fortuna di addentrarsi in questa terra. Solo allontanandosi da Ulaanbaatar per vagare tra steppe, deserti e foreste si può comprendere lo spirito che permea la vera essenza dell'essere mongolo. Faranno da cornice splendidi paesaggi e una natura incontaminata, che si è conservata intatta per migliaia d'anni poichè l'uomo qui non ha chiesto più di quanto fosse sufficiente a sopravvivere.

   La popolazione vive in nuclei sparsi di ger allevando cavalli, capre, pecore, yak e cammelli, da cui ricava l'essenziale: latte, carne, pelli. Il mezzo di trasporto principale in questa terra è ancor oggi il cavallo, e i bambini a quattro-cinque anni sanno già reggersi in sella perfettamente e aiutano gli adulti a portare il bestiame al pascolo e a radunarlo la sera. Se non fosse per alcuni particolari, i recipienti in allumino, la radio appoggiata sul mobilio in legno accanto alle foto dei propi cari e i fermagli colorati, non sarebbe difficile convincersi di aver viaggiato indietro nel tempo.
   La frammentazione della popolazione su un territorio vastissimo ha favorito lo sviluppo di un ben radicato culto dell'ospitalità. Il forestiero che capiti nei pressi di un accampamento di ger è sempre ben accolto. Gli vengono offerti cibo e bevande; in cambio egli porta notizie di luoghi lontani. Ciò facilita gli spostamenti e i mongoli possano partire per un lungo viaggio senza portare con sè nulla più del cavallo, della pipa e di pochi spiccioli.

   All'ospite viene offerta la vodka ricavata dal latte di cavalla dopo successive distillazioni. Viene bevuta a turno dai presenti nella stessa tazza d'argento secondo un antico rito. La tazza verrà offerta cortesemente dal padrone di casa con la mano destra e la sinistra appoggiata sotto il gomito destro; nello stesso modo verrà presa da colui al quale è offerta. Non è gentile astenersi dal bere, dato il significato intriseco di socializzazione che riveste questo gesto, ma eventualmente ci si può limitare ad appoggiare le labbra sulla tazza e restituirla poi con la stessa cortesia.
In Mongolia sopravvive ancora una cultura tanto diversa dalla nostra e viaggiare in questa terra con l'umiltà di chi sà che da una cultura così antica e da gente semplice non c'è che da imparare significa accrescersi enormemente. Chi ama gli spazi e ammira gente che sa vivere di poco ma è grande nello spirito non può che augurarsi che la cultura mongola sopravviva all'occidente del 2000 così com'è sopravvissuta per secoli fino ad oggi.

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