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Manolo, Torre Sprit, Pale di San Martino
di Maurizio "Manolo" Zanolla


1978. In una frizzante giornata autunnale, mentre scendevo di buon mattino dal Passo Cereda in compagnia di Aurelio de Pellegrini detto “Oggioni” (probabilmente per arrampicare in Civetta o in Marmolada), notai una Torre, rimasta fino a quel momento confusa e nascosta fra le meridionali propaggini della Croda Granda. Un insolito taglio luminoso di fine stagione ne esaltava i rilievi, e scopriva una linea di salita.
Non ci pensammo due volte. Appena superato il paese di Gosaldo, senza chiederci se ci fossero accessi migliori o più comodi, partimmo decisi lungo il greto del torrente in direzione di quella cosa attraente. Dopo quasi 2 ore incontrammo un sentiero, e scoprimmo che esistevano approcci più comodi. Ma ormai era troppo tardi.
Dopo tre ore di cammino attaccammo la parete, e subito ci rendemmo conto della straordinaria qualità della pietra. C'era poco tempo in quelle brevi giornate di novembre, ma prima di notte sbucammo in cima.

Fra le guglie di vetta, nella penombra che precedeva il buio, non avevamo assolutamente idea da che parte scendere. Così, alla luce di una misera luna, ci infilammo istintivamente in un canalone, che sembrava non finire mai. Senza nessuna voglia di far doppie, dopo un tempo e un itinerario che assolutamente non ricordo, ritrovammo le nostre poche cose lasciate alla base.
Durante la scalata avevamo avuto la sensazione di udire strani e lamentosi suoni, così decidemmo di chiamare la nuova via “Spigolo della melodia”. Soltanto molto tempo dopo seppi che Sprit, il nome della “nostra” Torre, stava per spiriti, e che da sempre il vallone alla sua base era considerato dai pastori il loro rifugio.
Avevamo aperto una splendida via in un modo semplice ed istintivo. Fino alla fine.

2002. L’ennesima telefonata di Rolando Larcher: “Allora, andiamo?” E l’ennesimo mio no: “Mi fa ancora troppo male, andate voi”. Purtroppo mi ero fratturato la mano in una stupida e banale caduta in bici, ed il progetto di ritornare sulla Torre Sprit con Rolly, per aprire una via nuova, per me era impossibile.
Verso la fine dell’estate Rolly e Miky erano già molto in alto, e mi convinsero a seguirli per essere presente almeno all’ultimo assalto.
C’era un vento teso che scendeva dal canalone, ma Rolly mi tranquillizzò assicurandomi che dopo le prime “fisse” avrei cominciato a sudare. Sarà stata l’età, o la mia non proprio esagerata percentuale di massa grassa, ma ho benedetto quel grosso douvet che avevo portato, perché quel vento non si fermò mai, nemmeno il giorno dopo.
Rolly avanzò implacabile fino in cima come un caterpillar, piantando spit da precari cliff che mi rendevano felice di essere solo un comodo passeggero.
Poco tempo dopo Rolly, sempre con Miky, liberava la via. Ora toccava alle ripetizioni…

E’ in una fredda e umida giornata di settembre che, con Riccardo Scarian, mi ritrovo alla base della Sprit. Ci facciamo strada fra le nuvole, aiutati dalla magnesite dei “primi”.
Non riusciamo a scaldarci le dita, ed il primo tiro difficile ci fa subito soffrire. Poi va un po’ meglio. La roccia è strepitosa; credo la più bella che abbia mai trovato sulle Pale, anzi non sembra nemmeno la pietra delle Pale. Salendo a Jumar, la prima volta, non mi ero reso conto della bellezza e della verticalità della via, e dopo tre tiri siamo già quasi 15 metri oltre la verticale.
Tocca a me: siamo sotto il tiro chiave. Mi infilo le scarpe da combattimento, nuove di zecca, e in compagnia di uno stentato sole parto per quell’infinito tiro di quasi 60 metri.
Ingaggio quasi subito un furioso combattimento con una fessura balorda e, dopo un’estenuante lotta e un bruciare infinito ai piedi, arrivo sotto il tratto chiave. Sono cotto ma ci provo. Riesco a rinviare. Ora ho finalmente uno spit alla pancia, ma stranamente non me la sento… Retromarcia e sconfitta. Comincio proprio ad invecchiare… Mi ritiro senza vergogna, senza nemmeno tentare un lancio mi abbandono alla sicurezza della corda. Mi tolgo finalmente quella tortura dai piedi, dando l’addio all’on sight proprio all’ultimo spit dell’ultimo tiro difficile. Riparto e tutto mi sembra diverso, mi sdraio sulla cengia e aspetto Riccardo. Non c’è tempo per rifare il tiro sarà per la prossima volta.



Maggio 2003. Il clima sembra impazzito, mi sorprende: c'è una temperatura estiva, supportata da una stabilità atmosferica insolita... Anche se in questi ultimi tempi le tendiniti sono aumentate, e la forma è solo un ricordo, le Montagne e la Torre ritornano ad invadere i miei pensieri. Non trovo nessuno... Poi finalmente un messaggio: "ok per domani. ciao Walter".
Alle 8 siamo alla base, le condizioni sembrano ottimali: è tiepido e l’aderenza perfetta.
Pronti… via. Il primo tiro: è solo 6c, ma le sensazioni non sono incoraggianti.

Adesso cominciano le danze: 40 metri di 7c “ boulderoso” con 6 spit… Arrivo ad un monodito, ma non posso usarlo: i miei tendini non lo permettono. Lancio immediatamente appena sopra e mi aggrappo a una porcheria. Poco dopo arrivo in sosta.
I prossimi sono 35 metri di 7c con 5 spit. Comincio a salire. Non mi ricordo assolutamente niente della via. Sto ancora cercando una soluzione quando le dita mi avvisano di un imminente calo energetico. Controllo immediatamente lo spit sottostante, e lo "vedo" più o meno a 7 metri di distanza. D’accordo è a prova di bomba, però è già un bel volo… istintivamente trovo subito il modo di scappare da quella situazione. Ora siamo in mezzo all’incredibile grande onda di pietra scavata dal ghiaccio. 60 metri, 7a+, una lunghezza da sogno!

Arrivo nuovamente sotto il tiro più difficile. Cerco di rilassarmi prima di quegli infiniti 12 spit, poi parto. Questa volta mi sono portato un friend per quella dannata fessura "storta", ma mi rendo conto che non serve a niente. Anzi devo scendere a toglierlo: le corde fanno un attrito terribile.
Rifaccio la fessura. Mi sembra di stare abbastanza bene, e proseguo fino al muro finale. Cerco di riordinare qualcosa nella memoria ma, come spesso, faccio solo una gran marmellata di appoggi e appigli.
Al fatidico spit le corde mi sembrano pesantissime e riesco a malapena a farle cadere nel rinvio, prima di ritrovarmi nel vuoto. Sono proprio stanco, e comincio a credere che non sia la volta buona. Ho poca energia, e poco tempo per recuperare, prima che il sole arrivi a complicare le cose su quel muro finale.

Sfilo le scarpe e le corde, e subito dopo riparto. Questa volta la fessura mi sembra più facile. Arrivo al recupero sotto la “compressione”: parto deciso, consapevole di non avere altre possibilità per quel giorno. Troppa tensione... sono contratto e sbaglio subito movimenti, ma in modo poco elegante riesco a rimediare. Mi allungo su una ruga e, al di là dell’equilibrio, sollevo il peso di quelle corde che mi sembra infinito, fino a farlo cadere nel moschettone. Le forze cominciano ad abbandonarmi. Lancio ad un “verticale", ma quando lo afferro avverto quella conosciuta sensazione di impotenza che prelude all’invasione dell’acido lattico. Mi sento vuoto, e cerco disperatamente di affidarmi ai piedi... almeno avrò una buona scusa per la sconfitta. Incredibilmente le scarpe non sgommano e, prima di chiedermi per quanto tempo terranno, getto tutto il mio essere nel piccolo buco sovrastante. Per questa volta il muscolo più importante è stato il cervello. Il resto è solo una giornata grandiosa, su quella che secondo me è la più bella via delle Pale di San Martino.

Venticinque anni dopo, ancora in cima a questa Torre, in una dimensione completamente diversa. Siamo una cordata di quasi 90 anni in due, ma piena ancora di curiosità infinita.
Sono felice ed anche un po’ orgoglioso. Bravo Rolly, chapeaux.
La Grande Onda è anche una grande emozione. E soprattutto un altro piccolo capolavoro di “buon gusto”.
Questa volta gli spiriti non gli ho sentiti, forse erano troppo impegnati ad aiutarmi.



portfolio
La grande onda
Manolo Torre Sprit
Maurizio Manolo Zanolla e la Torre Sprit, Pale di San Martino , Dolomiti. (ph arch. Manolo)
Tocca a me: siamo sotto il tiro chiave. Mi infilo le scarpe da combattimento, nuove di zecca, e in compagnia di uno stentato sole parto per quell’infinito tiro di quasi 60 metri.
Manolo, Totoga, Fiera Primiero
Sopra e sotto: Manolo su "Bird e temporaòli" 8a+, Totoga, Mezzano (TN)
(ph arch. Manolo)
"La Grande Onda è anche una grande emozione. E soprattutto un altro piccolo capolavoro di “buon gusto”.
Questa volta gli spiriti non gli ho sentiti, forse erano troppo impegnati ad aiutarmi."

portfolio
Rolando Larcher e La Grande onda
Manolo appigli ridicoli
Manolo e Scarian
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