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Hans Kammerlander
  1 2 scheda 
Nel tuo libro 'Malato di montagna' fai risalire la passione per la montagna a quando avevi otto anni e hai seguito due turisti in vetta al Moosstock…

    Li ho seguiti perchè ero curioso, ed in cima ho sentito una delle emozioni piu’ forti della mia vita. Per me quello è stato veramente il giorno più importante ed insieme una rivelazione.

Hai mai sentito un’emozione simile dopo quell’esperienza?

    Si, ma molto tempo dopo, è stato all’Everest nel 1996, quando finalmente ho realizzato un sogno che inseguivo da moltissimo tempo.

A proposito dell'Everest, volevi veramente fare la salita e la discesa più veloci?

    No, è successo per caso. Durante il bivacco avevo paura, per quello sono partito la sera ed ho arrampicato durante la notte. Non volevo fare un record di velocità, ma soltanto la prima discesa con gli sci.

Che cosa resta di queste emozioni?

    E' molto difficile rispondere ad una domanda di questo genere, perché, come al solito, un'emozione non si puo descrivere, mancano le parole.
    E' come chiedere perché arrampichi? L’emozione è dentro, non si puo spiegare. Un mio collega, a questa domanda, ha risposto che è come l’amore: non si puo spiegare, si deve fare.

E’ la famosa 'malattia' per la montagna, il richiamo della foresta o per l’avventura?

    Questa 'malattia', è anche una dipendenza. Non pensavo d'essere dipendente dalla montagna.
    L’ho capito negli ultimi metri dell'Everest, quella volta ero stremato, ma ho sentito che se non avessi raggiunto la cima sarei dovuto tornare lassù, dentro di me ne avevo troppo bisogno.
    E' questa dipendenza dalla montagna che ti spinge sempre avanti.

Se fai tutti i 14 ottomila, rimarrà questa malattia?

    Quello che desidero e mi attira ora è salire il K2 e discenderlo con gli sci. Se ci riuscirò avrò raggiunto tutto quello che volevo. Poi potrò godermi… il lento ritorno per il sentiero.
    Dopo m'immagino che resterò sempre in montagna, come Guida Alpina e magari scalerò montagne meno difficili.
    Mi piacerebbe anche, ad ottant'anni, continuare a salire ancora in cima al Moosstock, quella stessa vetta salita per la prima volta ad otto anni.

Continui a tornare sul Moosstock?

    Si, e sempre con piacere. Lì riesco a misurare il livello della mia preparazione. Capisco esattamente quanto veloce sono e se sono pronto per le grandi montagne.
    Mi piace correre lì in cima, sedermi e tornare indietro con la memoria. Rivedo quel lungo sentiero iniziato da bambino e mi rendo conto quanto, a volte, sia stato lungo e difficile. Ma devo dire che il ricordo è sempre bello, anche nei momenti più duri e dolorosi.

Il K2 è il tuo 'problema'. Perché lo vuoi fare nella maniera più difficile, perché scenderlo con gli sci?

    Sciare è da sempre una mia grande passione, l’arrampicata è arrivata dopo ed è diventata subito importantissima. Combinare queste due discipline è un'emozione fortissima e metterle insieme su montagne come l'Everest, o altri 8000 come il K2, è un sogno incredibile.
    C'è da dire anche che salire per una via normale non mi soddisfa, le probabiltà di arrivare in cima sarebbero così alte che mi mancherebbe l'incertezza. Mi toglierebbe quella tensione che mi stimola e spinge.

    Negli ultimi anni ho sempre cercato soprattutto quest'avventura e queste esperienze, quindi non una collezione di vette ma proprio la ricerca dello sconosciuto, dell'esplorazione.
    Raggiungere la vetta non è molto importante, conta molto di più l'intensità dell'esperienza, soprattutto se la condividi con un buon compagno.



Hans Kammerlander
Hans Kammerlander sul K2 foto arch. Kammerlander
Questa 'malattia', è anche una dipendenza. Non pensavo d'essere dipendente dalla montagna.

L’ho capito negli ultimi metri dell'Everest, quella volta ero stremato, ma ho sentito che se non avessi raggiunto la cima sarei dovuto tornare lassù, dentro di me ne avevo troppo bisogno.

E' questa dipendenza dalla montagna che ti spinge sempre avanti.
  
Sciare è da sempre una mia grande passione, l’arrampicata è arrivata dopo ed è diventata subito importantissima.

Combinare queste due discipline è un'emozione fortissima e metterle insieme su montagne come l'Everest, o altri 8000 come il K2, è un sogno incredibile.
Insomma, resti quel bambino di 8 anni che butta via la cartella e segue quei due turisti…
Tu sei stato iniziato all'Himalaya da Reinhold Messner, con lui hai salito sette 8000, che cosa ti ricordi?

    L'inizio è sempre speciale, così è stato il mio primo 8000m, il Cho Oyu. C'erano talmente tante domande senza risposta: non sapevo se sarei riuscito a reggere la quota e non sapevo che cosa mi aspettava, in quel momento era un grossimo vantaggio essere al fianco di uno così esperto che mi ha aiutato ad evitare gli errori che sicuramente avrei fatto.
    Una delle cose che mi è rimasta dentro di quel periodo è la traversata dei due Gasherbrum, una storia meravigliosa e pulita, durata 8 giorni e fatta in puro stile alpino.
    E' stata tra le salite più difficili della mia vita. Quel livello di difficolta’ potrebbe essere aumentato solo con la traversata Everest - Lhotse.

La traversata Everest-Lhotse è un tuo sogno?

    Sarebbe il prossimo passo, buono però, forse, per la prossima generazione. Per me comunque sarebbe un problema molto difficile anche perché ho già salito sia l'Everest che il Lhotse, e difficilmente ritroverei l’energia per dare così tanto.

Eri insieme a Reinhold sul Lhotse. Per lui era il quattordicesimo 8000, per te il settimo…

    La mattina, quando siamo partiti, il vento era brutale, ci spingeva su come uno skilift. Il rischio di congelamenti era molto alto, però l'abbiamo accettato e il vento ci ha ricambiati e ci ha resi, spingendoci, più veloci.
    Volevo salire, sapevo che per lui era il 14° ottomila e che ci teneva molto, sapevo anche di aver ricevuto in tutti quegli anni moltissimo da Reinhold e quel giorno volevo dare il massimo perché raggiungesse quella meta. Sono stato molto contento.
    C'è da dire che allora ero giovane e rischiavo di più, difficilmente accettavo di tornare indietro.

E adesso?

    Adesso è diverso, è molto più facile rinunciare e di questo sono felice. Così non è stato difficile l'anno scorso tornare indietro, perchè le condizioni della neve erano molto pericolose, quando ero a soli 170 metri dalla cima del K2.
    Devo ammettere che quando ero giovane prendevo troppi rischi, sfidavo il rischio: ho avuto molta fortuna ed è per quello che sono seduto qui. Solo adesso mi rendo conto quanto spesso mi spingevo oltre, come per esempio nelle mie 'criminali' solitarie su pareti friabili e marce.
    Allora, però, ne avevo proprio bisogno.
    Cerco ancora 'la sfida', ma la vedo con occhi diversi e ho più esperienza per evitare il rischio, lo vedo prima.

I tuoi rapporti con i compagni di scalata, sono cambiati dall’inizio?

    Sulla montagna ho sempre avuto dei rapporti buonissimi con i miei compagni. Anche se dopo con molti ci siamo persi di vista e abbiamo preso strade diverse.

Ad un certo punto hai dovuto organizzarti da solo le spedizioni e soprattutto pensare da solo ai tuoi progetti

    Ho sempre cercato di cambiare. Quando Messner dopo il 14° ottomila ha smesso, avevo più tempo per ricercare le difficoltà tecniche anche qui nelle Alpi o in Dolomiti.
    Poi all'improvviso ho risentito il richiamo delle alte montagne e della meravigliosa cultura dei popoli dell'Himalaya.
    All’inizio ho dovuto imparare, però adesso ho fatto molta esperienza e ho un team di persone che mi aiutano nell'organizzazione e mi risolvono tanti problemi logistici.

Con tutto questo lavoro, è possibile avere la testa libera per grandi progetti?

    Questo è un anno veramente intenso. Devo fare 80 show di diapositive, in giugno poi voglio andare con la mia scuola di alpinismo su un 6000 e voglio salire il K2.
    In estate ho ancora degli impegni con la scuola e in autunno devo tornare in Nepal, e ancora gli obblighi con gli sponsors, la casa da costruire… Lo stress c'é, soprattutto negli ultimi anni.


La mattina, quando siamo partiti, il vento era brutale, ci spingeva su come uno skilift.

Il rischio di congelamenti era molto alto, però l'abbiamo accettato e il vento ci ha ricambiati e ci ha resi, spingendoci, più veloci.

    
Hans Kammerlander
Al campo base del Muztagh Ata
Foto arch. H. Kammerlander


Devo ammettere che quando ero giovane prendevo troppi rischi, sfidavo il rischio: ho avuto molta fortuna ed è per quello che sono seduto qui.

Solo adesso mi rendo conto quanto spesso mi spingevo oltre, come per esempio nelle mie 'criminali' solitarie su pareti friabili e marce.
Allora, però, ne avevo proprio bisogno.

Cerco ancora 'la sfida', ma la vedo con occhi diversi e ho più esperienza per evitare il rischio, lo vedo prima.
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