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Casimiro Ferrari
Casimiro Ferrari
di Alberto Benini
SCHEDA LIBRO / info:
  • EDITORE: Baldini Castodi Dalai Editore
  • PREZZO: 14,60
  • PAGINE: 220
  • ANNO: 2004
  • LINGUA: Italiano
  • TIPOLOGIA: Narrativa
  • ATTIVITÀ: Alpinismo

Casimiro Ferrari

L’ultimo Re della Patagonia
di Alberto Benini / Baldini Castodi Dalai Editore

Il libro sull'uomo e sull'alpinista Casimiro 'Miro' Ferrari

RECENSIONE a cura di Daniele Chiappa

Al libro Casimiro Ferrari, l’ultimo re della Patagonia, ho girato attorno parecchio. L’ho annusato, l’ho sfogliato, mi è ballato diversi giorni tra le mani… e non lo nego, avevo paura di trovarci qualche gradino rotto che avrebbe potuto diminuire la mia considerazione nei confronti dell’autore. La mia non era sfiducia, ma attenta circospezione, diffidenza verso un testo che avrebbe potuto scoprire qualche nervo importante (il Miro non era personaggio facile, ne’ da vivere e ne’, tanto meno, da scrivere), ma poi ho rotto gli indugi ed effettivamente, dopo aver letto attentamente ogni periodo di vita del Miro, mi sono reso conto dell’importanza che il testo di questo libro era effettivamente una gran bella storia.

Già dalle frasi poste in testa ad ogni capitolo, ci sarebbe di che dire… ma ho scoperto molte altre citazioni, di Miro, di Bonatti e di molti altri coprotagonisti di questo importante film dell’alpinismo lecchese, tanto che, si potrebbe seriamente sviluppare un convegno sulla filosofia alpinistica. Casimiro è stato indubbiamente un personaggio strano; ho provato ad immaginarmelo un mutante. Un mutante che, ahimé, non ha lasciato alcun gene al mondo e che del suo DNA, a noi, nulla è rimasto. Non era facile scrivere di lui, così pieno di spigoli, di angoli acuti, di azioni controcorrente, ma scrivere di Miro poteva essere anche una sfida… un po’ come la sua vita. Accidenti! Sto pensando che Benini ha avuto una grande fortuna. Quando Miro conquistò l’Aguja Mermoz, in concomitanza del ventesimo anniversario della salita al versante ovest del Cerro Torre, ebbi a dire di lui che non era un uomo, ma un’appendice della montagna stessa, un pezzo di sasso insomma. Ero convinto che Miro era un po’ come un panda: via lui non ce ne sarebbe stato un altro uguale.

Miro si trovava certamente meglio nell’inferno patagonico che a casa sua a Ballabio. Al tempo della Mermoz aveva 53 anni e mi sembrava strano che Miro riuscisse, ancora, con il male che accerchiava i suoi spazi, non solo a pensare ad un’ascensione così importante, ma di esserne il coautore e il capocordata sulle parti difficili. Con Miro ho passato l’avventura che mai nella mia vita avrei potuto sognato di vivere, con lui ho passato tanti bivacchi in tenda, ho salito molti tiri di corda sulla ovest del Torre, ho tenuto con lui la paleria delle tende quando il vento sembrava strapparcele da sotto i piedi, ho ascoltato gli umori che emanava prima delle sue sfuriate… e alla fine mi diceva... ”Ciapin... sem pusé fort nun del vent”… (Ciapin, siamo più forti noi del vento). Ho conosciuto il Miro capo spedizione, che a soli 33 anni si preoccupava della logistica, dell’avanzamento dei carici (come li chiamava lui) verso i campi alti, dei viveri, della salute dei suoi uomini, dell’armonia che era indispensabile in un gruppo così numeroso. Un leader ed una leadership che oggi ce la sogniamo! Ho conosciuto il Miro, dagli sfoghi violenti ed improvvisi, propri di un animale selvatico, abituato a cavarsela sempre in qualsiasi maniera ed a pretendere che, anche chi gli stava vicino, fosse e reagisse come lui.

Qualche giorno dopo l’intervento allo stomaco di Miro, per un ulcera mal curata, parlai con il Dott. Liati, nostro medico al Cerro Torre. Mi disse con la sua inflessione gallaratese... ”Ciapin, per el Miru ghe pu nient de fo”… (Ciapin, per il Miro non c’è più nulla da fare!). Gli avevano aperto e subito richiuso la pancia; non c’erano i minimi spazi di successo per una terapia risolutiva… il male del secolo lo avrebbe portato via di li a qualche mese. Evidentemente al Miro questi calcoli umani poco interessavano. Aveva ancora molte cose da fare in Patagonia, soprattutto andarci a vivere e quindi risolvere qualche problemino patagonico ancora insoluto. Il cancro avrebbe potuto aspettare, oncologi, chirurghi, scienziati e… a dirla tutta, anche qualche psicanalista, che ha dovuto cambiare qualche riga dei propri protocolli scientifici. Con Miro saltavano tutti i parametri… sempre! Su qualsiasi cosa. Resistette al male ancora per altri 10 anni. La Patagonia era la sua terra primordiale... era nato a Rancio sopra Lecco; era vissuto a Ballabio, ma da sempre, probabilmente sin dalla creazione dell’universo, ha avuto un collegamento diretto con l’appendice inferiore dell’Argentina. Qualche tempo dopo, camminavo sopra Ballabio in compagnia della mia ragazza. Stavo vivendo con lei i momenti di crescita comuni ad una coppia e le raccontavo di quali e quanti impulsi stava ricevendo l’alpinismo lecchese, dal mondo della montagna.

I Ragni erano certamente l’avanguardia mondiale delle grandi imprese alpinistiche, ma non era facile fare alpinismo a quei livelli… allenamenti forsennati, grandi scalate, bivacchi impensabili ed al lunedì, senza pagare il quarto d’ora, di nuovo in fabbrica. Miro lo sapeva che i miracoli erano difficili da fare… ma lo sapeva forse solo lui! solo lui aveva pensato come fare “strategicamente” per avvicinarsi al mondo continuo delle scalate di grande rilievo. Io avevo 24 anni ed ero alpinisticamente, come si dice dalle parti di Lecco, un pistolino. Se il Cerro Torre mi aveva, da una parte forgiato, dall’altra mia aveva segnato profondamente… da due anni non avevo messo più un paio di ramponi ai piedi… avevo una sorta di repulsione al ghiaccio. I ricordi delle sofferenze, della fame, delle sfuriate di Miro mi avevano fatto capire che forse non era ancora tempo per me.

Nevischiava e l’aria era molto fredda… Anche se non eravamo in Patagonia il tempo era da lupi… un tempo da Miro insomma. Salivo lentamente pensieroso in mezzo alle betulle di Bongio quando mi sento chiamare… “Ciapin… se fet in gir in mez ai praa”… (Ciapin, cosa fai in giro in mezzo ai prati). Mi volto e vedo Miro comparire da dietro una betulla… “Ciao Miro”, gli rispondo, …“Ciapin, scultem”… (Ciapin ascoltami) e togliendo dalla tasca della giacca a vento un pacchettino piccolissimo di carta igienica, la srotola e mi fa vedere una bagola di lepre (una cacchetta di lepre). Mi chiede cosa ne penso… e quanto peserà la lepre in base alla dimensione (diametro e lunghezza) della cacca stessa. “Ma… - gli dico io, (la sparo grossa… in effetti non so nemmeno cosa stia dicendo)- secondo me sarà otto o nove etti…” “No, Ciapin, forsi l’è un chilu e du”… (No Ciapin, forse è un chilo e due).

Casimiro la prende molto larga: sa che non sono un cacciatore e allo stesso modo mi sta facendo una domanda alla quale non so quanti potrebbero rispondere e mi fa capire, senza tanto girarci attorno che la caccia non è il mio pane. Ma la strategia era un’altra… Non si perde in chiacchiere e mi dice subito… ”L’invernu che ve, se fet”? (Cosa fai l’inverno venturo?) …”Narò a scià”… (andrò a sciare) gli rispondo: …”dai Ciapin, ve insem de me, che vem al Fitz Roy a fa el pilaster”… (Dai Ciapin, vieni con me che andiamo a fare il pilastro del Fitz Roy)… Come se il pilastro est del Fitz Roy fosse una cosa da fare velocemente e poi via!

Guardo Lucia, la mia ragazza: sono allibito da una parte, e lusingato dall’altra… non so cosa rispondere, poi mi viene in mente la fame, l’interno della tenda, il sacco a pelo bagnato, il vento e gli rispondo… “No Miru, preferisi imparà a fa el casciadur! Ghe meti de menu” (No Miro, preferisco imparare a cacciare, ci metto meno). Sarò forse l’annuncio di ciò che verrà in futuro? Poca volontà ad accettare sfide? Piacere di godersi una vita senza intoppi? … ci ho pensato molto, ma sono certo non fosse così. Miro era semplicemente più avanti… per intuizioni e volontà. Solo quello: e basta! Lo dimostra al Fitz che si ridusse a salire in cordata da due e che è sintomatico di una caparbietà, di una energia e di una filosofia patagonica, capace solo ad un mutante.

Mi sono riletto, per piacere personale, il libro ed ho capito che anche Alberto Benini ha dovuto sfoderare tutte le sue capacità scrittorie per far stare insieme tutte le peculiarità di Casimiro. Peculiarità contrastanti fra loro, difficili anche da incollare. Una capacità che mi ha tenuto appiccicato alle pagine che hanno saputo esprimere energie positive sin da quando Miro era un cacciatore di passeri solitari, cultore di nuovi pensieri, bracconiere di sensazioni, programmatore del tirocinio di nuovi alpinisti fino a diventare stratega di grandi imprese, ma soprattutto gestore diretto della sua vita tribolata e senza pace.

Alberto è stato capace di scrivere come parlava Miro… anche con spigolature fastidiose, ma con un lessico chiaro… una parlata che si sente bene anche nel vento, proprio come usava fare lui… Non c’era bufera che attenuasse la sua voce. Ora è chiaro: Alberto Benini ha saputo dipingere il vero Casimiro… una forza della natura!

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