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Il mio Everest di T. Howard Somervell (Monterosa edizioni)
Fotografia di archivio Monte Rosa edizioni

Il mio Everest di T. Howard Somervel

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Il mio Everest di T. Howard Somervell, l'autobiografia e il racconto delle prime epiche spedizioni sulla montagna più alta da parte di uno dei pionieri dell'alpinismo himalayano. Erano gli anni venti dello scorso secolo e T. Howard Somervell, alpinista, chirurgo, pittore e missionario, ci racconta e descrive un mondo che non c'è più. Tradotto per la prima volta in italiano da Monterosa edizioni. La recensione di Simonetta Radice

"Avremmo volentieri rischiato le nostre vite, ma non volevamo gettarle via e quindi decidemmo di scendere. Non era stata la neve fresca o il freddo intenso o la tormenta a privarci della vetta. Eravamo solo due fragili essere umani e l'immane compito che la Natura ci aveva imposto era troppo per noi." Così, con queste poche parole, T. Howard Somervell liquida il fallimento del suo secondo tentativo alla vetta dell'Everest del 1924 insieme a Edward Norton, nel corso della terza spedizione inglese, in cui persero tragicamente la vita Mallory e Irvine.

Ed è effettivamente un Everest senza vetta, quello di Somervell, che nella vita fu alpinista, chirurgo, pittore, musicista e missionario in India. Ma le pagine della sua autobiografia "Il mio Everest", tradotta per la prima volta in italiano da Monterosa Edizioni, hanno il gusto intatto dell'avventura e restituiscono il sapore dei primi passi sulle nevi ancora vergini del tetto del mondo: "fragili esseri umani" al cospetto di montagne inesplorate, vette da cui ancora gli dei non sono stati cacciati. Servirà l'ossigeno a ottomila metri? Meglio vestirsi con pochi capi pesanti o molti leggeri? E quante paia di calze servono per non subire congelamenti a quelle quote? Interrogativi che strappano qualche sorriso ma, in un tempo in cui quasi tutto è stato esplorato, aprono irrimediabilmente la porta alla nostalgia dell'ignoto. La prima spedizione di Somervell per l’Everest parte a febbraio 1922 e si conclude – tragicamente, con la morte di sette sherpa - ad agosto. Un episodio che segnerà profondamente Somervell “Avrei voluto volentieri giacere morto nella neve, se solo fosse servito a dare ai sopravvissuti la sensazione che avevamo condiviso le perdite, così come i rischi.

Se si pensa ai tempi dilatati delle spedizioni di allora, in cui c'era modo di attraversare e lasciarsi attraversare dalle terre percorse, tentativi alla cima dell’Everest rappresentano solo una parte dell'avventura alpinisitica e umana di Howard Somervell che, dopo aver viaggiato in lungo e in largo per l'India, si avvede, come lui stesso racconta, di "qualcosa che cambiò la mia vita, molto più impressionante del possente Himalaya, molto più irresistibile del richiamo delle montagne. Quel qualcosa era la sofferenza dell'India." La povertà, la fame, la carenza di cure appropriate: sarà proprio l'India con le sue infinite contraddizioni il luogo dove Somervell eserciterà negli anni a venire la sua professione medica, perché "nessun uomo che abbia visto una tale sofferenza e non abbia agito per porvi rimedio può dirsi cristiano". Così, lasciata l'Inghilterra e una posizione di sicuro prestigio presso l'ospedale Universitario di Londra, si dedica completamente alla clinica di Neyyoor, nel sud del Paese. Una decisione fondamentale per la sua vita, che pure abbraccia non senza qualche domanda: "Mi stavo illudendo? Stavo considerando questo viaggio in India come una semplice avventura? Pretendevo che fosse la volontà del Signore mentre era puro egoismo?" Alla fine però, i dubbi lasciano spazio alla chiarezza e Somervell mette un punto alla questione facendo ricorso ancora una volta alla sua prosa asciutta e senza retorica: "Dopo aver tagliato i ponti alle mie spalle, una grande pace e il sentimento di aver fatto la cosa giusta scesero su di me (....) Era bello aver messo tutto a posto ed essermi liberato da un peso."

Da questo momento, tra le sue pagine, vediamo un lord inglese illuminato misurarsi e a volte scontrarsi con l'inefficacia della medicina tradizionale indiana del tempo, con comportamenti e usanze spesso spiazzanti, nonché con l'ipocrisia e le contraddizioni di tanti missionari occidentali. Non c’è mai spocchia nella scrittura di Somervell, piuttosto grande empatia, insieme a una sensibilità e una capacità di apertura che a tratti stupiscono il lettore.
Il libro si conclude con il racconto della sua seconda spedizione all’Everest nel 1924. Somervell e Mallory erano legati da una profonda amicizia e la perdita dell’amico è per lui motivo di profonda tristezza, che affronta però con grande lucidità e con la sobrietà che contraddistingue la sua opera: “La perdita di questi due uomini splendidi è parte del prezzo da pagare per tenere vivo lo spirito dell’avventura. Senza il quale la vita sarebbe ben poca cosa e il progresso impossibile.”

di Simonetta Radice

info: Monterosa edizioni

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