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Mauro Bubu Bole e Mauro Corona sotto le Tre Cime di Lavaredo in Dolomiti
Fotografia di Vinicio Stefanello
Mauro Bubu Bole e Mauro Corona, relax sotto le Tre Cime di Lavaredo in Dolomiti
Fotografia di Vinicio Stefanello
Alziro Molin, Mauro Corona e Mauro Bubu Bole
Fotografia di Vinicio Stefanello
Cima Ovest di Lavaredo, Dolomiti
Fotografia di Vinicio Stefanello

Mauro Corona, Mauro Bole, Alziro Molin: una giornata alle Tre Cime di Lavaredo

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Una giornata di 15 anni fa alle Tre Cime di Lavaredo in Dolomiti con lo scrittore ed alpinista Mauro Corona, con uno dei protagonisti del dry tooling e l'alpinismo agli inizi del 2000 Mauro Bubu Bole e con Alziro Molin, la guida alpina con oltre 90 nuove vie in Dolomiti nonché storico gestore del Campeggio e Ristorante Alla Baita di Misurina. L'articolo è apparso per la prima volta sulla rivista ALPwall nell'ottobre del 2002.

L’importante è l’attacco. Lo ripeto mentre, sotto un cielo ripulito dai temporali, ci avviciniamo alle Tre Cime di Lavaredo. Non abbiamo programmi. Nessun copione, nessuna trama. Solo viaggio, e ciò che s’incontrerà per strada. D’altronde è quello che Corona e Bubu hanno già fatto nel loro film. Sono loro, infatti, i nostri compagni: Mauro Corona da Erto, scultore, alpinista e scrittore; e Bubu, al secolo Mauro Bole, triestino, ex idraulico, ora impegnato a salire sulle pareti di mezzo mondo. Ritrovarci nelle Dolomiti c’è sembrata una bella idea. Ma come per una parete, e tante altre cose, l’inizio è tutto. Appunto, da dove si comincia?

L’attacco, questa volta, non è un problema. Con Corona s’incontra sempre qualcuno, o qualcosa. E la prova ci attende sulla riva del lago di Misurina. "Valerio Quinz. Grande uomo, alpinista e cacciatore. Andava con Dino Buzzati…", mormora Corona, "Dai che lo salutiamo". Non si vedono da anni, ma è come fosse ieri. Appena dieci minuti, ma sembrano essersi detti un mare di cose… Una birra, e siamo ancora in strada.

Non andiamo lontano. Alziro Molin ci aspetta nel suo ristorante, anzi non ci aspetta ma ci accoglie con un bel sorriso. Ecco un grande alpinista e un talento dell’arrampicata. Non si può credere ai suoi 70 anni. E’ chiaro: arrampicare fa bene! Cima Su Alto, Croda de Toni, tante prime salite ai tempi che s’andava anche perché: "Poi era una gloria poterlo raccontare in rifugio, e scaricarsi di tutto". Bel tipo Alziro, ha ancora delle vie test. Un’ora e poco più per lo spigolo Dibona alla Grande di Lavaredo, in solitaria. Incredibile. E da non credere anche che stia già stappando una bottiglia di bianco, pardon "liquido commestibile" come lo chiama lui.

Con il suo bolide nero, stile Bat mobile, arriva anche Bubu. Così ci siamo tutti. Con Ricky Milani, l’altro della compagnia, ci guardiamo: Molin, Corona, Bole, tre generazioni di alpinisti. Vai con il primo ciak. Ma le cose vanno per loro conto, c’è voglia di andare in libera. Allora godiamocela, come un bicchiere sempre pieno, quest’anarchia di alpinisti e uomini. Senza fretta, ché oggi nessuno sembra avere mete.

"Voglio fare una via sulla piastra della frana del Vajont", butta lì Corona, "Sono quasi 500 metri. Però bisogna farla in novembre o dicembre. Prima è pericoloso viene giù tutto. Basta un corvo che muova un sasso …". Molin continua, quasi per associazione d’idee: "Ripetere una via non è mai come aprirne una nuova. Sapere che qualcuno è già passato, che ci sono chiodi, è tutto un altro andare". "Solo le vie nuove sono alpinismo. Perché non sai cosa trovi", rincara Corona. Interviene Bubu quasi fra sé: "Però devi sempre mettere in conto il tuo limite, se lo raggiungi o ne stai sotto.". "Ma il tuo limite lo trovi meglio sulla via nuova", rimanda Corona. Una situazione sintetizzata da Molin con un: "Dai, La gola diventa secca solo in quelle situazioni là. Quando non sai cosa ti aspetta, quando sai che non trovi chiodi…". E Corona, come in un duetto: "Il chiodo è il paradiso, trovarlo è una cosa bella, ma meglio ancora è piantarselo".

"Ma qualcuno è andato mai oltre al suo limite?" continua, provocatorio, Bubu. Così, frugando nella memoria di più di 50 prime, Molin ricorda: "Io non ho mai rischiato di andare oltre. Pensavo: e dopo? Magari rischiavo se sapevo che sopra c’era una cengia". "Siamo preda dell’anima e del corpo, il limite assoluto non esiste. Esiste il limite di quel momento. Il giorno dopo magari vai su con la gerla piena d’incudini. Poi, fin che torni a casa vivo, il limite non esiste." Con Corona, ecco entrare in gioco l’anima complessa dell’uomo.

Allora anche in una ripetizione c’è qualcosa? "Sì, se quello che l’ha aperta è veramente andato oltre. Ti domandi che testa aveva in quel momento. Dov’era?" dice Bubu. "Certo", ripensa Corona, "su difficoltà veramente serie, a volte ripetere una via può essere psicologicamente più difficile che farla nuova. Anche perché parti già un po’ scaricato". E’ difficile insomma accettare una sconfitta dove un altro è riuscito. Per Bubu è proprio il punto: "Anche questo fa parte del coraggio di confrontarsi con gli altri". "E anche della nobiltà dello spirito" gli fa eco Corona. La nobiltà che ti fa riconoscere il valore degli altri, e progredire.

Corona insegue i suoi pensieri: "L’arrampicata è una cosa mostruosa". E aggiunge: "Tecnicamente possiamo essere uguali. Ma io vedo un appiglio e tu ne vedi un altro: ed è lo stesso. Tu lo vedi accarezzandolo in un modo, lui in un altro. Quindi non bisogna fermarsi solo al confronto. Si va, e si prova". Forse è questa leggerezza che ti salva, per non farti travolgere da quello che fai. Chissà come si sente Bubu, ora che sta provando Bellavista, la via di Alexander Huber sulla Ovest di Lavaredo

"Mi sento libero. Uno spirito libero" attacca Bubu, e poi: "Se non ho voglia di fare una cosa non la faccio, questa è la forza che mi fa continuare il viaggio". Come sul Trango, in Pakistan? "Lì, la sfida era lo stile. Volevo aprire una via nuova a vista, spingendo al massimo. Però non ho mai rischiato. Difatti quando sono volato ci sono rimasto proprio male, perché mi ero imposto di controllare tutto. Di essere sempre presente con la testa. La mia è stata una progressione calcolata. Cerco sempre di avere dei pezzettini di margine, è così che penso alle protezioni". "E’ una dimostrazione di serietà e d’intelligenza" commenta Corona. "Di voler bene alla vita" approva Molin. E "Di volerla vivere fino in fondo" conclude Bubu.

Però c’è un dubbio. Corona si domanda: "Ma se vogliamo così bene alla vita perché non restiamo sul divano?" Per lui "E’ l’ansia di essere al mondo che ci fa fare alpinismo. Il problema è con noi: non sappiamo vivere in pace. Se facciamo l’ottavo grado vogliamo fare il nono… Il vero saggio, diceva Pessoa, sta seduto davanti a casa e guarda passare i treni". "Ma fare vie più dure, progredire, è uno stimolo di vita, è una motivazione", ribatte pronto Bubu. "Sì finché non ti accorgi che ti dà stress" risponde Corona e conclude: "Allora bisogna tornare indietro altrimenti è una corsa senza fine. E non si può vivere senza un limite. Prendi i camosci: fanno baruffa per la femmina, ma quando trovano il giovane che li sconfigge, questi capi branco di 18anni vanno via con una certa felicità. Forse erano stanchi di essere i primi". Viene da pensare che ci vuole coraggio anche per questo.

Il coraggio, questa chimera. Corona propone una sua visione: "Coraggio è fare un’azione quando non sai cosa ti aspetta. Invece quando uno arrampica ai suoi livelli, ha un coraggio gestito, controllato. Il coraggio naturale sconfina nella follia, perché perdi: muori subito". "O hai fortuna. Io ne ho avuta tanta, specialmente a 16 anni quando ho cominciato", dice Bubu. Un’affermazione questa, sottoscritta a gran voce da tutti. Perché a dirla con Corona: "Il padreterno protegge gli sciocchi". E noi lo siamo stati parecchio, e in più occasioni. E non perché l’alpinista non conosca la paura. Anzi.

"Se uno è cosciente ha paura. Davanti alle difficoltà hai paura. Per questo trovi il coraggio di superarla. Ricordati che se hai paura, vuol dire che vuoi bene alla vita", è Molin che parla, e sembra di vederlo in parete con la corda di canapa da 12 mm che: "veniva dura come il baccalà quando prendeva un po’ d’acqua". "La paura è una cosa saggia, è la mamma del coraggio", aggiunge Corona, e andando oltre: "Non ho mai fatto una via senza aver paura". E’ logico. Ma chissà perché risentirlo fa bene. Come la battuta di Corona: "Mi ricordo quella volta che Giancarlo Grassi, davanti a una cascata, mi ha chiesto: Sei sicuro che sia la prima salita. L’importante è che non sia l’ultima, gli ho risposto. Era proprio una candela da brivido…"

Coraggio, paura e… fantasia. Ormai non ci ferma più nessuno. Per Molin "Fantasia è creare, ideare una linea. Lasciarsi trasportare dall’istinto. In parete può capitare una via che va a sinistra, ma tu senti che si puoi andare a destra: è la tua fantasia di scopritore a suggerirtelo". La fantasia per Corona è: "Personalissima, come le impronte digitali. Non si può influenzare. Io ammiravo Jerry Moffat che arrampicava a lanci. Ma allora si diceva: bisogna muoversi piano, al rallentatore. Ma chi l’ha detto, la befana? Si arrampica con l’istinto".

Bisogna esprimere la propria creatività. "Penso che tutti gli alpinisti che hanno creato qualcosa sono uomini forti, anche nella vita" butta lì Bubu. Annuisce convinto anche Molin. Allora non è vero che l’alpinismo è una fuga? E’ chiaro: per nessuno di noi può esserlo. "Sopravviviamo a furia d’inutilità. Ho fatto il Campanile di Val Montanaia 161 volte. E tutte le volte è stata un’emozione diversa, perché ero un giorno più vecchio. Allora, se uno si diverte è dio per sé stesso."

E’ sempre avventura. "Sì, soprattutto se hai dato il massimo" interviene Bubu, e aggiunge: "Poi ti riconcili anche con te stesso, con il mondo". Tutti d’accordo. "Era proprio bello dopo una prima arrivare in rifugio e poter scaricarsi di tutto" ricorda Molin. "Spesso le grandi avventure finiscono al bar. Perché ti liberi vuoi diventare bambino, vuoi cantare (e siccome non siamo più capaci, beviamo un’ombra. e si canta. E vuoi bene a tutti. Non hai più astio, non hai più rancori. Questo è il valore dell’alpinismo". Sì, un po’ di felicità!

Il sole comincia a riscaldare. Non bastano più le parole. Andiamo tutti su in Tre Cime! E’ quasi un pellegrinaggio. Quando svoltiamo l’angolo di forcella Lavaredo, è come la prima volta. Le grandi Nord stupiscono sempre. C’incamminiamo in silenzio sotto le pareti, c’è un’atmosfera di tranquillità e insieme di potenza. Con calma, sbirciamo i gialli. C’indichiamo le vie. Non c’è quasi nessuno. Siamo dei privilegiati, illuminati dalla luce pomeridiana. Ci fermiamo davanti alla Ovest, dove penzolano le fisse lasciate da Bubu su "Bellavista". Corona va verso la parete. Sono 10 anni che non tocca quelle rocce; parte e fa qualche metro in arrampicata. Lo capiamo. Alziro gli lancia un "Pensi di uscire per questa sera?", e l’altro di rimando: "No stasera, no", e ritorna fra noi ridendo.

Si ritorna tutti. Bubu resta per la sua "Bellavista". Ad Alleghe salutiamo Molin, alzando un altro degli innumerevoli bianchi della giornata. Non l’ultimo però. Ci sono ancora quelli con i tanti amici che incontriamo a Cortina. Alla fine, tutte le strade portano a Longarone. Ci salutiamo in Piazza. "E’ stata una bella giornata" dice Mauro "Vorrei che non finisse". E’ vero. Sono successe tante piccole, grandi cose. Abbiamo fatto un sacco di discorsi. Speriamo di ricostruirne qualcuno (magari confidando nella fantasia di chi leggerà). Intanto un "Rose rosse per te…" riempie la notte, chissà da quale fantasia nasce. Ma questa è un’altra storia…

di Vinicio Stefanello

L'articolo è apparso per la prima volta sulla rivista ALPwall nell'ottobre del 2002.

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