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Gabriele Moroni, vincitore a Hachioji in Giappone della Coppa del Mondo Boulder 2018
Fotografia di Heiko Wilhelm / innsbruck2018
Il magico momento di Gabriele Moroni a Hachioji in Giappone
Fotografia di Heiko Wilhelm / innsbruck2018
Gioia pura: Gabriele Moroni vittorioso in Giappone
Fotografia di Heiko Wilhelm / innsbruck2018
Gabriele Moroni vince la tappa di Hachioji in Giappone della Coppa del Mondo Boulder 2018
Fotografia di Heiko Wilhelm / innsbruck2018

Gabriele Moroni: intervista dopo lo storico oro nel boulder in Giappone

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Intervista a Gabriele Moroni dopo la vittoria di una tappa della Coppa del Mondo Boulder, a Hachioji in Giappone lo scorso weekend

Per un attimo domenica scorsa il tempo si è fermato. Per un breve istante lì su, con il top in mano e la sognata vittoria finalmente in tasca, ha gustato ad occhi chiusi con un misto di gioia ed incredulità quel magico momento. Poi è saltato giù sul materasso ed è ritornato alla realtà, mentre davanti a lui l’enorme pubblico si è alzato in piedi applaudendo non soltanto la sua meritata vittoria, ma anche il valore di un atleta che per oltre 17 anni ha sempre gareggiato al top, ma che finora non aveva mai centrato il successo pieno in una gara di Coppa del Mondo. Questo era indubbiamente il suo momento, quello che a gli ha regalato "una delle emozioni più forti della mia vita." Eccola quindi, la prima vittoria di una tappa della Coppa del Mondo Boulder vista da Gabriele Moroni.



Gabriele, domanda di rito dopo alcuni giorni: come ti senti?

Vengo da qualche giorno di confusione totale tra le emozioni provate dopo la vittoria, i festeggiamenti, il viaggio negli Stati Uniti per la tappa di Vail questo weekend e l’ovattatura da jet-lag. Come mi sento? Realizzato direi. È stato un lungo viaggio di esperienze incredibili che ho portato inaspettatamente a termine. Ci ho sempre provato ma forse non ci avevo mai creduto troppo. Soprattutto in questi ultimi anni…

Andiamo subito alla gara. Ci racconti qualche flash?
Nel primo turno, la qualifica, le sensazioni non sono buonissime come sempre durante il primo giorno di gara quando viaggio verso oriente. I muscoli sono ancora poco reattivi però in qualche modo mi trascino e passo il turno. Il giorno dopo sto molto meglio e faccio una semifinale da manuale, salendo tre blocchi senza sprecare tentativi preziosi. So di aver fatto un’ottima gara, guardo il tabellone e mi ritrovo lì in cima alla classifica. E non mi muoverò da lì fino a fine semifinale.

Alcune ore dopo ecco la finale, i migliori 6 su quattro boulder. Com’era, uscire e guardare quel primo blocco? Che poi hai fatto, solo tu, al secondo tentativo…
A dire il vero, durante la ricognizione mi preoccupava la partenza e quella prima alzata di piede, ma poi durante i tentativi non ho avuto problemi. La parte finale era molto di posizione del corpo, adattarsi agli spazi tra le prese e gli appoggi, uno stile che mi si addice grazie anche alla mia esperienza su roccia.

Il secondo blocco l’ha fatto solo Chon, il terzo solo Sugimoto.
Devo dire che anche il secondo e terzo blocco mi si addicevano e sono stato molto vicino a chiuderli tutti e due. Sapevo che Chon aveva chiuso il secondo e Sugimoto il terzo e che eravamo tutti e tre a un blocco. Con il nuovo regolamento, da quest’anno in finale dopo ogni blocco gli atleti possono vedere i risultati dei blocchi precedenti. E io avevo una zona in più rispetto a loro.

Ecco allora l’ultimo blocco, quello decisivo.
Sapevo che Tomoa aveva salito l’ultimo blocco flash. Però sapevo anche che avrei vinto solo facendo zona, quindi la mia tattica è stata dare tutto al primo tentativo, e se non avessi fatto il blocco, concentrare i 4 minuti almeno nel raggiungere la zona.

Gareggiavi in Giappone, la "tana del lupo" che attualmente sforna molti dei migliori atleti e che nel 2020 ospiterà i primi giochi olimpici dell’arrampicata sportiva.
Onestamente, per me questa, tra le tappe di Coppa del Mondo, era la più importante proprio perché in casa dei veri dominatori degli ultimi anni. E condividere un podio con due di loro è stata una delle emozioni più forti della mia vita. Detto questo, quest’anno la squadra europea si sta difendendo tranquillamente. Siamo un gruppo di amici veramente affiatato e questa è la nostra forza di quest’anno!

Si parla spesso di sogni che si avverano. Che importanza ha per te questo oro?
È un sogno che ho sempre avuto. Ma in questi ultimi anni si stava sempre più impolverando in un cassetto... L’importanza che ha per me questa vittoria è relativa, è stata un buon coronamento di una carriera ma sicuramente non mi cambierà la vita; spero però che abbia ispirato la gente, soprattutto i giovani, a credere in se stessi e a non archiviare mai i sogni.

Nella tua carriera spiccano anche 4 argenti, ma tanti posti anche subito fuori dalle finali… Forse questo oro ha spazzato via un incubo?
No, assolutamente nessun incubo spazzato via. Sono sempre stato sereno e felice dei miei risultati e della mia carriera di arrampicatore. Sono molto fiero dei miei secondi posti in passato. So che sono stato sfortunato parecchie volte in gara, ma anche questo fa parte del gioco.

Allora spiega per favore, soprattutto per chi non gareggia: cosa vuol dire entrare in una finale? Quanto è difficile qualificarsi per quel round finale?
Credo che se non sei nel giro delle gare di alto livello, o tante volte anche se lo sei, non ti potrai mai rendere conto di cosa vuol dire entrare in una finale internazionale. Anzi, anche in una semifinale. In verità il turno più difficile di ogni Coppa del Mondo è la qualifica, perché i tracciatori, con blocchi di solito non troppo difficili ma facilmente sbagliabili, devono scremare gli atleti, da solitamente più di un centinaio a venti, dieci per gruppo.

Il livello è molto alto.
Sì. E a ogni gara qualche top rimane fuori dai venti. Potenzialmente una quarantina di atleti potrebbe ambire alla finale. Quando sei in finale, tutti possono ambire alla vittoria, soprattutto quest’anno dove nessuno è anni luce avanti agli altri. Io personalmente non mi sento al di sotto degli altri quando sono nelle condizioni di esprimere tutto il mio potenziale. Devo solo beccare la giornata giusta.

Si parla moltissimo di tracciatura old school e new school, di "parkour" e di uno stile di gara che non ha ormai niente a che fare con il boulder fuori. Tu che ne pensi a questo proposito?
La tracciatura sicuramente è cambiata molto negli ultimi dieci anni e giustamente ha provato a spaziare e sconfinare anche nelle discipline a noi vicine, come mentalità ed età. Ad esempio il parkour o lo skateboard. Quindi grandi corse su volumi, salti, equilibrismi e tricks vari… Personalmente non sono un grande fan, soprattutto della coordinazione di gamba ma penso che sia indispensabile nel bagaglio motorio di uno scalatore attuale. C’è da dire comunque che negli ultimi due, tre anni lo stile sta tornando alla normalità e la componente fisica la fa da padrona. Non si tornerà mai allo stile di una volta, fortunatamente, perché non metterebbe abbastanza alla prova le capacità degli atleti di oggi.

Gabriele noi ti ricordiamo dal Campionato Europeo di Boulder di Lecco nel 2004 quando, davvero, nel ha regalato un sacco di emozioni in riva al lago da 16enne al suo debutto nel mondo senior. È passato dell’acqua sotto il ponte, vero? Ma di quel ragazzo e la sua irrefrenabile voglia del boulder, cos’è rimasto?
Giusto oggi parlavo con la coppia Jorg Verhoeven e Katharina Saurwein dei tempi passati e di quanto ogni gara, che vada bene o male, ti lasci qualche ricordo. Siamo ormai tra gli atleti più anziani del circuito, adesso adulti ma ancora lì a metterci in gioco guidati dalla passione e dalla voglia di fare belle cose, esattamente come i teenagers che eravamo in quegli anni. E allora perché smettere?

Link: FB Gabriele MoroniPetzlSCARPAE9

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