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Free Rider su El Capitan: Maurizio Oviglia sul tiro chiave di Free Blast
Fotografia di archivio Maurizio Oviglia
Free Rider su El Capitan: Rolando Larcher on sight sul tiro sopra The Round Table
Fotografia di Maurizio Oviglia
Free Rider su El Capitan: Roberto Vigiani sale verso la cengia di Sous le Toit, sopra il bivacco di The Block
Fotografia di Maurizio Oviglia
Il tracciato di Free Rider su El Capitan, nelle mani di Rolando Larcher
Fotografia di Maurizio Oviglia

Una normale salita di Free Rider su El Capitan. Di Maurizio Oviglia

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Il racconto di Maurizio Oviglia che insieme a Rolando Larcher e Roberto Vigiani ha ripetuto su El Capitan (Yosemite) la via Freerider, una delle big wall più famose dell'arrampicata moderna.

Quindici giorni fa, in compagnia di Rolando Larcher e Roberto Vigiani, ho ripetuto la via Free Rider al Capitan in Yosemite. Questa mitica via era in realtà un progetto di Roberto, un desiderio che aveva accarezzato per tanti anni. Nel 2010 Roby, per tutti "il Vigio", si sentiva in gran forma: aveva attaccato la via, ma un brutto volo nella parte bassa gli era costato la frattura del gomito e la fine della vacanza appena cominciata. Free Rider era rimasta quindi per lui un cruccio, un sassolino nella scarpa che doveva assolutamente togliersi. A dispetto dei gradi scritti sulla carta, scalare El Capitan in libera, anche se lungo la più facile delle grandi vie, non è un gioco da ragazzi, soprattutto per chi non è un locals della Valle: alcuni arrampicatori europei che ci sono riusciti, ci avevano dato dei consigli sulla tattica da utilizzare. Dal momento che era assai improbabile che riuscissimo in una salita a vista (lo stile migliore) che aveva respinto scalatori del calibro di Yuji Hirayama, ci avevano consigliato di fare un giro preliminare sulla via per prenderne le misure, quindi riprovare i passaggi più difficili come l'Huber Pitch o l'Enduro Corner i giorni successivi (eventualmente calandosi dall'alto e lasciando dei depositi di cibo e acqua), infine fare un tentativo decisivo dal basso. Ci sarebbe piaciuto dare retta a questi consigli e provare a realizzare Free Rider in completa arrampicata libera ma, non essendo tutti e tre in forma smagliante, avendo solo una quindicina di giorni a disposizione, e non essendo più tanto ragazzini (162 anni in tre, il team 162 come ci siamo autonominati) abbiamo optato per una salita "normale", cioè arrampicando il più possibile a vista e non riprovando i tiri una volta sbagliati, come fosse una normale ripetizione sulle nostre Alpi. Nell'ipotesi che il primo avesse sbagliato il tiro, avrebbe eventualmente provato il secondo a realizzarlo in arrampicata libera, senza perdere troppo tempo. Non certo una prestazione ma, per noi, sarebbe già stato abbastanza per dire di essere saliti "dignitosamente".

Nel mese di ottobre El Capitan è preso d'assalto da un gran numero di cordate provenienti da tutto il mondo. Buona parte di queste ha in progetto di salire una delle due grandi vie, The Nose o la Salathè: ognuno ha il suo stile e la sua velocità di progressione, non è facile inserirsi nella continua processione verso la vetta. Free Rider passa in gran parte sulla Salathè e, anzi ne è una versione in libera con alcune varianti più facili. A fronte di un gran numero di cordate che programmano di salire la via in artificiale con qualunque mezzo a disposizione pur di arrivare in cima, sono molto poche quelle interessate alla libera. Chi prova i tiri in libera ed eventualmente li riprova, crea un tappo e ciò provoca malumori, litigi e discussioni in parete. Che diritto abbiamo noi "liberisti" di occupare la via intralciando chi sale normalmente, nel modo in cui la via è stata aperta? Immaginavo che sulla parete più famosa del mondo ci fosse traffico, ma pensavo che ciò si limitasse a chi sale normalmente dal basso verso l’alto! Mi sbagliavo di grosso!

Dopo aver salito Free Blast abbastanza agevolmente e trovando fortunatamente un "buco" tra una cordata messicana ed una spagnola, il giorno successivo abbiamo issato i nostri pesantissimi sacconi alle Heart Ledges. La giornata da tutti denominata "hauling day". Tuttavia, binocolando la via dal prato sottostante, sembrava assai improbabile riuscire ad inserirsi nell’affollamento della parete in quel particolare momento: eravamo profondamente scoraggiati! Abbiamo comunque deciso di provare ed il giorno dopo, complice forse una partenza in piena notte, ci siamo ritrovati in parete solo con due americani: miracolo! Dove erano spariti tutti gli altri? Gli americani ci guardavano assai perplessi (e a dire il vero anche con un po’ di ammirazione) scalare in libera tutti e tre, quando il secondo della loro cordata saliva invece comodamente a jumars disattrezzando il tiro. Nel mentre, il primo recuperava il saccone, guadagnando tempo. Appena hanno visto il nostro stile, hanno subito concluso che fossimo più forti e veloci di loro, quindi gentilmente ci hanno ceduto il passo: in realtà, la nostra progressione risultava decisamente più lenta a causa dei sacchi più pesanti e più volte siamo stati costretti a farli aspettare. Sino alle Monster Crack, dove Salathè e Free Rider momentaneamente si dividono, siamo riusciti a salire a vista. Ma nella famosa fessura off width, notoriamente un osso molto duro per tutti i climbers europei, il sole stava tramontando e da lì a poco sarebbe stato buio. Rolando si è coraggiosamente offerto di condurre per questo tratto ostico, anche se è sicuramente Roberto il più esperto tra noi in quello stile, ma non è riuscito a completare il tiro a vista. Anche prevedendo un paio di resting, salire la Monster non è certo uno scherzo, ed il grado "sulla carta" non è molto indicativo! Tuttavia anche se da secondo, ormai a notte fatta e con la frontale, Roberto è riuscito a salire il tiro a vista. Da quel momento in avanti potevamo solo sperare in una salita "team", dal valore esclusivamente personale. Dopo il primo bivacco a The Alcove, gli americani si sono svegliati molto presto e sono passati avanti senza farci troppe domande. Abbiamo continuato intralciandoci a vicenda (ma sempre con estremo fair play), loro in artif e noi in libera, conducendo in alternato sino al chiave della via, il famigerato Huber Pitch. Su questo tratto, complice forse il gran caldo e l'acqua razionata, nessuno dei tre è riuscito a salire in libera. Peccato. A posteriori, qualcuno ci ha poi detto che, nonostante la parità di grado, sarebbe stato molto più facile passare dal Teflon Corner!

In questo tratto, a sorpresa, non eravamo più solo noi e gli americani, ora era comparso dal nulla anche un team coreano, che soggiornava da diversi giorni sotto l'Huber Pitch. Gli asiatici facevano dei tentativi nelle ore meno calde del giorno, al mattino presto o al tramonto, dormendo il resto delle ore nella portaledge. Ora toccava nuovamente a me e, nonostante la stanchezza di tutta la giornata sulle spalle, sono stato molto contento di scalare a vista i 60m di The Sewer, acchiappando la cengia di The Block ormai completamente disidratato e distrutto. Qui mi aspettava l’amico americano, sempre estremamente rilassato, con la musica del suo Iphone. In quanto ai coreani, erano ormai lontani nello specchietto retrovisore, incagliati senza molte speranze sul boulder dell’Huber Pitch. L'indomani gli americani sembravano un po’ indecisi sul percorso: il tiro seguente, che precede la cengetta di Sous le Toit, presenta qualche passaggio in libera ed erano per questo piuttosto preoccupati. In realtà Royal Robbins aveva compiuto in questo tratto alcuni pendoli ma non riuscivano a capire… Dunque ci hanno riceduto il passo per vedere come ce la saremmo cavata. Guadagnata senza troppi problemi Sous Le Toit, per Rolando è stata la volta dello splendido Enduro Corner, un diedro perfetto sospeso nel vuoto, dove io e Roberto siamo riusciti a salire in libera da secondi. Rolando si è poi riscattato sul tiro seguente, dove è salito a vista. Dopo un ulteriore bivacco a Round Table, abbiamo concluso la via senza tanti problemi a tiri alterni. Per essere sinceri un paio di volte ci è sgommato un piede, ma almeno uno di noi ha concluso il tiro in libera... la salita "team", Huber Pitch a parte, ci lasciava più che soddisfatti... Ognuno di noi aveva dato il massimo, e ciò è quello che ci pareva importante.

Negli ultimi tiri, oltre agli americani ed ai coreani, nel traffico generale, si è aggiunto anche un giovane ragazzo americano, che ogni mattina si calava con una statica da 200 metri dall'alto. Il suo obiettivo era quello di provare la Head Wall della Salathè e lavorarne i movimenti appeso alla corda. Da 5 giorni dormiva solo in cima al Capitan! Nel casino generale di corde, sacconi e materiale, siamo giunti in cima al Capitan dopo 4 giorni di parete e 5 pieni di arrampicata. Possiamo dire di aver scalato la via al 90 per cento in libera ed al primo tentativo. Forse, avendo più tempo a disposizione e provandola ulteriormente, almeno uno di noi avrebbe potuto realizzare la via in buono stile... ma quanto si può veramente chiamare "buono stile" un lavorato a più riprese di una via del genere? Scalando Free Rider, mi sono reso conto del grande valore di chi scala queste pareti in libera, come ad esempio Tommy Caldwell, forse in Europa non apprezzato come meriterebbe un fuoriclasse del suo calibro. Noi europei siamo troppo abituati a guardare i numeri, ma scalare certe vie in libera non è solo questione di grado! In quanto ad Alex Honnold e la sua solitaria, ci è sembrata semplicemente aliena (a proposito, un giorno sulle corde fisse abbiamo incontrato la mamma di Alex, si stava preparando ad accompagnarlo su Lurking Fear!!!!).

Probabilmente faccio parte di una (ormai) vecchia generazione, ma mi viene difficile considerare una grande parete come il Capitan come una falesia, dove lavorare ripetutamente i tiri anche se si trovano a 800 metri da terra. Posso tuttavia comprendere che qualcuno abbia obblighi di sponsor e che per altri, come il ragazzo che ogni mattina scende a lavorare i movimenti sul tratto chiave della Salathè con tanto di cuffia e ipod, salire il Capitan in libera diventi un ossessione o il sogno di una vita: non è certo il mio caso, ed anche i miei compagni mi sono sembrati soddisfatti della salita come siamo riusciti a realizzarla. Con Rolando abbiamo compiuto in questi anni numerose spedizioni in luoghi quasi deserti del pianeta. Ci eravamo abituati a stare soli in parete, il traffico del Capitan ci ha disorientato e sicuramente ci ha tolto un po’ di magia. Ne eravamo consapevoli sin dall’inizio, ma comunque provare a salire il Capitan in libera era un’esperienza che andava fatta: ora possiamo dire che " è una via eccezionale e molto difficile, senza nessun tiro mediocre. Sicuramente una delle più belle scalate libere su granito del mondo.

Se mi si permette una breve riflessione finale, per quanto riguarda il Capitan, forse lo stile del futuro sarà rappresentato dalle on sight sulle bellissime vie confezionate dai fratelli Thomas e Alexander Huber e da Tommy Caldwell nei decenni passati. Già Yuji Hirayama, Tommy Caldwell e Nicolas Favresse si sono cimentati su queste big wall in questo stile: sono sicuramente degli arrampicatori visionari che stanno indicando la strada per le grandi imprese degli anni a venire. Per quanto ci riguarda, non potremo che applaudire da spettatori, commentando: "un giorno anch’io, nel mio piccolo, ci ho provato".

Maurizio Oviglia

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