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Ritorno sulla via Via Attraverso il Pesce, parete sud della Marmolada il 27 agosto 2015
Fotografia di archivio Manolo
Ritorno sulla via Via Attraverso il Pesce, parete sud della Marmolada il 27 agosto 2015
Fotografia di archivio Manolo
Ritorno sulla via Via Attraverso il Pesce, parete sud della Marmolada il 27 agosto 2015
Fotografia di archivio Manolo
La magnifica parete sud della Marmolada, Dolomiti
Fotografia di archivio Hansjörg Auer

Manolo: Weg durch den Fisch, sul Pesce in Marmolada trent'anni dopo

di

Maurizio 'Manolo' Zanolla dopo 30 anni ritorna sulla Via Attraverso il Pesce sulla Sud della Marmolada… e quegli attimi (allucinati e irripetibili) come i ricordi di quel tempo lontano sono riaffiorati in una prospettiva inaspettata.

Ci sono storie (e vie d’arrampicata) destinate a restare per sempre. Sono storie che passano di bocca in bocca. Che diventano leggendarie. E di sicuro irripetibili. Come quella accaduta sulla Via Attraverso il Pesce, la mitica linea aperta nel 1981 dai “cecoslovacchi” Jindrich Sustr e Igor Koller sulla Sud della Marmolada. Era il 1983, Heinz Mariacher, Luisa Iovane, Roberto Bassi e Maurizio Zanolla alias Manolo tentano la prima ripetizione di quella che è, e resterà, una delle vie storiche, non solo di riferimento, ma anche tra le più belle in assoluto. Quello che è successo lo sanno tutti: mentre il cielo si fa buio di nuvole minacciose, Manolo parte verso l’alto per risolvere uno dei tratti più difficili e aleatori. Non c’è modo di proteggersi a parte un unico chiodo dalla dubbia tenuta. E Manolo prosegue sempre più su e sempre più lontano da quella “sicurezza”. Finché arriva il buio. “La situazione è molto strana” pare abbia detto… Tenta di piantare un improbabile chiodo ma il martello gli sfugge e si perde nell’immenso vuoto. Non vede più nulla, né appigli, né appoggi. E’ solo. Avvolto in un infinito abisso color della pece. La situazione, più che “strana” sembra proprio senza ritorno. Finché, dopo un tempo indefinito che pare durare come un’intera vita, Manolo ricompare in sosta dai compagni. Un piccolo gancio, un cliff, gli è servito per calarsi… una soluzione estrema, da non imitare! La scena è rischiarata da una piccola candela… e dà il via alle lunghe calate che mettono fine all’avventura. L’anno dopo Heinz Mariacher, Manolo, Luisa Iovane e Bruno Pederiva (al posto di Roberto Bassi) completano la prima ripetizione del Pesce. Nel 1987 Mariacher e Pederiva realizzano la prima libera. Nel 1990 Maurizio Giordani effettua la prima solitaria con 9 lunghezza in autoassicurazione, stesso anno in cui Daniele De Candido firma la prima a vista insieme a Gildo Zanderigo. Nel 2007 Hansjörg Auer sale il Pesce da solo e senza corda
Perché vi raccontiamo tutto questo che, appunto, è conosciuto e risaputo da tutti anzi ormai è leggenda? Perché abbiamo saputo che, qualche giorno fa, dopo 31 anni, Manolo è ritornato sul Pesce. Non è certo un’impresa. Non ci interessava nemmeno che ci raccontasse la via o com’è cambiata. Più interessante ci sembrava, invece, come e se - dopo una vita - avesse rivissuto quei momenti, quella calata nel nulla. Con che occhi ha guardato quegli appigli? Quanto è cambiato il suo sguardo da quei momenti allucinati e irripetibili? Insomma quanto l’ha cambiato quella vita che è venuta dopo… Manolo non ci ha detto subito di sì, anzi. Poi in redazione è arrivato questo suo “Weg durch den Fisch, sul Pesce trent’anni dopo”…


WEG DURCH DEN FISCH, SUL PESCE TRENT'ANNI DOPO di Manolo

Mi ero ripromesso che prima o poi sarei ritornato ma, più passava il tempo e più non ne avevo voglia. Nella vita ho ricercato e frugato in molti luoghi per ritoccare o ritrovare alcuni momenti ma alla fine solo per capire che non ci sono più, sono andati via per sempre, così lontano da cambiare perfino i luoghi, ma cercare di rivivere quei momenti, è stato più forte. E’ la solita storia di progetti che si frantumano, di cose che vorremmo ma che non possiamo o di sogni che svaniscono all’alba senza ricordi e solo apparentemente senza dolore. Sono bivi che abbiamo costruito ai quali andiamo incontro senza possibilità di scegliere.

Se c’è qualcosa che mi piace in un rifugio sono i visi attorno alle tavole la sera del giorno prima, sono diversi, nel modo di vestire e di parlare, è così e basta ma se c’è qualcosa che non mi piace in un rifugio è che sappiano tutti già prima di entrare dove voglio andare.

Quando spengo la pila la luce del giorno non mi rivela nulla di conosciuto, appoggio lo zaino e mi preparo. Sono le sei e trenta.

Non è un posto eguale a un altro e non è nemmeno un luogo dove non sono mai stato; quella fessura bagnata non mi sembra facile, però i patti erano chiari: vengo, ma solo per tenerti la corda! Però comincio a preoccuparmi. Non mi ricordo niente ma proprio niente, mi sembra tutto eguale e tutto diverso, anche quando guardo in alto in cerca di quella nicchia che non riesco a vedere.

Arriva qualcuno, quella presenza mi sorprende e mi chiede qualcosa in tedesco, non capisco niente ma quando dice “Fisch” rispondo di sì.

Le corde si tendono e devo partire, non è facile, è bagnato e la roccia sembra rimanerti in mano, non c’è niente nemmeno un chiodo; è stato bravo, è passato leggero e veloce.

Forse sarà per quei due che ci sono dietro ma alla sosta vado avanti, tanto per non perdere tempo e continuiamo così... quei due spariscono ma mi pento subito e in quella fessura fradicia mi ritrovo a scalare controvoglia in quel facile che diventa difficile e tutto ritorna come prima, eguale, grigio, confuso... e perdo il sacchetto della magnesite.

Non volevo ma per la sorte dei tiri mi ritrovo davanti in quel diedro d’argento, per fortuna non trovo così difficile, ci sono i chiodi adesso, e so dove andare, posso proteggermi, ma quando sono alla sosta mi vengono i brividi, i ricordi ritornano lucidi e spaventosi. Mi sembra impossibile e non riesco a capire cosa mi abbia spinto quel giorno ad allontanarmi così tanto da quell’unico chiodo. E poi la roulette su quel cliff, in quella calata al buio, è qualcosa di così lontano dalla razionalità che non potrei mai più rifarlo. In quel momento le emozioni mi travolgono e più ritorno indietro e più mi spaventano.

In quella nicchia rivedo gli amici, Heinz, Luisa, Bruno... e Roberto e quando riparto, sono diverso, confuso e non vedo l’ora di arrivare dove mi sono sentito davvero ancora più solo.

E’ tutto più facile, più contorto, i cordini e i chiodi vanno a sinistra, in luoghi e buchi dove allora non ero mai stato... poi la sosta... che non avevo fatto e quella placca liscia verso la fessura dove non c’era nulla e non riuscivo a mettere niente ma dovevo continuare a salire, a salire e a salire... ancora. Mi terrorizza pensare di averlo fatto e - anche se a fatica – capisco perché gli altri in sosta, quel giorno, si siano slegati!

Negli ultimi metri per raggiungere la fessura adesso si scende e poi si traversa con i piedi completamente spalmati, mi viene in mente Auer e la sua solitaria: complimenti!

Dalla sosta, continuo a guardare quel muro e il vuoto che adesso si fa avvertire e mi rendo conto che dopo quel giorno non mi sono mai più sentito così solo al mondo, legato a una corda.

Sono passate le dodici e cominciamo a scendere, oltre non ho voglia di andare. E’ stata una grandiosa giornata di scalata, non posso dire di aver fatto il Pesce a-vista perché l’avevo già salito più di trent’anni fa ma, soprattutto, perché l’abbiamo fatto tutto a tiri alterni!

Ringrazio Koller e Sustr per la loro visione ma soprattutto... Grazie Omar! Se fosse stato per me, sarei rimasto a casa a guardare Bolt superare se stesso!

“Weg durch den Fisch”

Manolo e Omar Genuin il 27 agosto 2015

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