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Tomaz Humar, Reticent Wall, Yosemite, U.S.A.
Fotografia di arch. Humar
La parete Sud del Dhaulagiri 8167m e la via salita dall'alpinista sloveno Tomaz Humar
Fotografia di Tomaz Humar archive
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Tomaz Humar sulla parete Sud del Dhaulagiri

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Tomaz Humar in solitaria sulla parete Sud del Dhaulagiri, l'odissea dell'alpinista sloveno.

Si è conclusa il 3 novembre scorso l’odissea dello sloveno Tomaz Humar che in nove giorni ha salito una via nuova sulla parete Sud del Dhaulagiri, 8.167 m. Una parete alta 4.000 metri, una delle grandi sfide sulle montagne più alte del nostro pianeta.

Humar si è avventurato sul Dhaulagiri dopo le esperienze maturate sulla montagne di casa, dopo aver conosciuto l’Himalaya durante altre salite che hanno fatto la storia dell’alpinismo moderno: l’Ama Dablam, per cui ha ricevuto il Piolet d’or, la Sud del Nuptse, in cui ha perso la vita il suo compagno di cordata Janez Jeglic e dopo aver salito un anno fa in solitaria una delle vie artificiali più dure del mondo (Reticent Wall sul Capitan, A5).

In nove giorni e con otto bivacchi (dal 25 ottobre al 2 novembre) ha salito la parete Sud, alta 4000 metri, nella sua parte centrale fino a quota 7.200, poi è stato costretto a traversare verso destra per circa mille metri e raggiungere la cresta dei Giapponesi, su cui ha continuato verso la vetta fino a 7.800 metri. Qui ha passato la sua ottava notte sulla montagna e il giorno dopo ha deciso di non continuare verso la vetta per non rischiare un altro bivacco, congelamenti o la vita stessa. Durante la discesa per la via normale sul versante Nord è anche inciampato nel corpo senza vita della sfortunata alpinista inglese Ginette Harrison (che con 5 ottomila già conquistati si avviava ad essere una delle candidate per i primi 14 ottomila femminili) che è morta la settimana prima sotto una slavina nel tentativo di raggiungere la vetta.

Humar contava di sfruttare le rigole e i canali di scarico della montagna per salire in fretta la prima parte dell’immensa parete, ma è stato costretto a salire sulla roccia a causa della mancanza di ghiaccio e delle pericolosissime e continue scariche. Ha continuato poi rapidamente su pendii di neve fin sotto ad una fascia rocciosa a quota 7.200 che non è riuscito a superare. Ha così dovuto fare un lungo traverso verso destra per arrivare alla cresta dei Giapponesi che sale sul limite estremo della parete Sud. Una volta raggiunta la cresta è salito ancora fino a 7.800 metri dove ha passato la sua ottava notte. A quel punto gli mancavano circa 300 metri di dislivello su cresta. Voleva bivaccare e andare in cima il giorno dopo. Ma la mattina successiva con il vento che soffiava e temperature molto basse non ha voluto continuare e rischiare così magari un altro bivacco nella zona della morte, ma ha deciso di scendere. Bisogna dire che nessun’altra spedizione ha raggiunto in quei giorni la cima, nemmeno per la via normale da Nord. E’ così sceso fino a quota 5.600 m, dove ha trovato le tende di un campo avanzato e dove lo hanno raggiunto i compagni saliti dal versante Nord. La sua avventura si è conclusa il giorno dopo con l’arrivo dell’elicottero che lo ha portato direttamente a valle.

A suo parere i 3.000 metri hanno una pendenza che varia dai 50° ai 90° su ghiaccio e oppongono difficoltà da M5 a M7+ su misto. Per quelli che non lo sanno ricordiamo che tutta la salita si è potuta seguire passo per passo sul sito www.humar.com.

Humar si propone così ancora come protagonista di altissimo livello e la sua salita della parete Sud del Dhaulagiri in nove giorni di arrampicata solitaria resta una delle più avvincenti avventure dell'alpinismo moderno.

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