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Tomas Franchini in cima al Monte Edgar (6618m), Cina, dopo aver aperto The Moon’s Power, la nuova via salita sull'inviolata parete ovest
Fotografia di Tomas Franchini
Panorama durante la discesa dal Monte Edgar dopo la prima salita della parete ovest
Fotografia di Tomas Franchini
Monte Edgar 6618m parete ovest - The Moon’s Power (Tomas Franchini, solitaria 07/10/2017)
Fotografia di Monte Edgar Expedition 2017
Monte Edgar Nanmengou Valley: François Cazzanelli, Francesco Ratti, Emrik Favre, Tomas Franchini, Matteo Faletti e Fabrizio Dellai
Fotografia di Monte Edgar Expedition 2017

Tomas Franchini, alpinismo solitario sul Monte Edgar

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Il racconto di Tomas Franchini sull’apertura solitaria di The Moon’s Power, la nuova via salita a fine ottobre 2017 sull’inviolata parete ovest del Monte Edgar (6618m) in Cina.

Come già riportato, ad ottobre una spedizione italiana al Monte Edgar (Cina) composta da François Cazzanelli, Francesco Ratti, Emrik Favre, Tomas Franchini, Matteo Faletti e Fabrizio Dellai è riuscita ad aprire numerose nuove vie sulle montagne della Nanmengou Valley. Una di queste è stata salita in solitaria da Tomas Franchini proprio all’inizio della spedizione, quando in teoria si era ancora nella fase di acclimatamento. Evidentemente il fortissimo alpinista trentino non è riuscito a resistere il richiamo dell'inviolata parete ovest del Monte Edgar. Una decisione maturata in pochi istanti, letteralmente sotto gli influssi (e alla suggestione) della luna, che ha dato vita alla sua "The Moon's Power". Ecco come Tomas ha rivissuto quella salita: una sorta di "diretta" da leggere tutta di un fiato, per capire come nascono delle grande salite.


The Moon’s Power: da solo sull’inviolata parete ovest del Monte Edgar

Cerco l’avventura, la scoperta, l’esplorazione. Girovagando tra le montagne ho capito che ciò che mi riempie è l’esperienza che trascorro. Una vetta famosa, piena di gente, dove conosco a priori il percorso, e quale sarà l’esito finale della salita non mi dice niente. Non mi importa la cima, ma ciò che conta, per lo stile ed il mio essere, è il momento, lo stare a contatto con la natura, la montagna e se c’è l’occasione, con la parete verticale.

Ho scelto di andare in Cina proprio per questo; una terra di montagne ancora inesplorate dove le informazioni sul territorio sono pochissime. Osservando la foto del Monte Edgar ho subito detto al mio amico e compagno Matteo: "Che ne dici Matte? Proviamo?" Con la ragionevolezza del buon padre ma la motivazione dell’alpinista esploratore mi risponde: "Si Tommy, dai che proviamo lì!"

Così, una volta decisa la destinazione del viaggio, siamo partiti affiatati per una nuova fantastica esperienza. Dal Trentino, io, Matteo Faletti e Fabrizio Dellai, insieme a noi: François Cazzanelli, Emrik Favre e Francesco Ratti dalla Val d’Aosta propensi anche loro ad un viaggio nella terra cinese; decidiamo quindi di unire le forze. Noi trentini vogliamo provare la Cresta Est del Mt. Edgar e i valdostani la Cresta Ovest della stessa montagna.

6 ottobre. Campo degli Italiani 5250m. Fase di acclimatamento.

Ho appena salito una montagna di 6174m mai scalata prima insieme ad Emrik e François; l’abbiamo nominata "Twenty Shan". Stiamo completando la nostra fase di acclimatamento ma scendendo, e passando accanto a quella parete, ho sentito una sensazione fortissima… come se la montagna mi chiamasse. No, non posso farlo… devo ancora terminare il mio acclimatamento e domani scendiamo al Campo Base a riposarci e rifocillarci per le prossime salite. Niente da fare, è più grande di me…

Oggi ho visto la parete ovest del Mt. Edgar, una parete inviolata, nei nostri piani non l’abbiamo mai presa in considerazione, mi sembra fattibile e in buone condizioni.

Provo a non pensarci, mangio e mi infilo al riparo dal freddo nella nostra tenda assieme a i miei compagni. In soli 10 minuti, si addormentano profondamente, io sono sveglio e ho deciso. Voglio andare. Sento che non avrò più questa opportunità.

"Matteo!"
Sveglio il mio compagno. "Voglio andare sulla parete ovest dell’Edgar per vedere com’è." Mostro la foto della parete al mio amico indicandoli la linea che mi piacerebbe seguire. "Mi lasci?" Voglio che anche i miei compagni siano d’accordo della mia scelta. "Bicio cosa ne dici?" Matteo e Fabrizio, un po’ preoccupati, mi danno il consenso.

Preparo il mio zainetto con il minimo indispensabile, sono consapevole che la leggerezza sarà l’arma vincente, come tutte le salite in puro stile alpino. Consumo la colazione al di fuori della tenda per non disturbare i miei compagni. Nonostante sia notte fonda, la luce è fortissima, un’enorme luna è sopra di me invitandomi nel cammino. Con i miei caldi scarponi calpesto il freddo manto nevoso in direzione della montagna. Sono partito. L’avventura è iniziata!

In poco sono alla base della parete. Solitamente mi piace fare foto, ma la mia macchina fotografica non è delle migliori e questa luce, anche se meravigliosa ai miei occhi, non è sufficientemente forte per fare degli scatti! Dopo essermi fatto l’ennesimo esame di coscienza inizio la scalata verticale.

La prima parte della parete scorre via bene, il ghiaccio è buono e la pendenza è relativamente appoggiata. Ho un buon ritmo. Ho scelto di salire da un sistema di goulotte sulla sinistra per riuscire ad evitare il pendio di neve verticale sulla sommità. Sono convinto sia di neve inconsistente e quindi pericolosa. Dopo circa 100m il primo salto verticale. Dalla foto fatta ieri ero convinto fosse di una decina di metri invece è di circa 40! Salgo, il ghiaccio è buono e mi diverto.

Continuo senza soste, il terreno si fa più delicato, sono costretto a fare piccoli spostamenti di qua e di là per cercare il ghiaccio più spesso. Molte volte mi capita di spaccare totalmente il finissimo strato di ghiaccio con le mie picche arrivando a battere sul duro granito. Questo mi fa sempre un grande spavento, perché le scintille arancioni che schizzano fuori dalla roccia mi abbagliano.

Su questa sorta di lingua sottile e fragile, attaccata magicamente alla parete, cerco di muovermi il più delicatamente possibile di modo da non far cedere la struttura; per questo motivo la mia progressione è nettamente più lenta.

Ogni tanto mi fermo e mi guardo attorno. Il frontalino è spento. La luce della Luna è talmente forte che illumina la mia via di salita e il paesaggio incantato tutt’attorno. La potenza di questo satellite naturale mi carica e mi rende positivo nonostante le difficoltà inaspettate che continuo ad incontrare.

Pian piano mi alzo ed inizio a vedere le cime vicine a me sempre più basse, il che vuol dire che non mi manca molto. Per mantenere la linea che avevo in mente di salire sono costretto ad affrontare del terreno di misto difficile, ovvero ghiaccio di pessima qualità, neve e rocce. La sezione che sto passando mi impegna tecnicamente ma soprattutto psicologicamente.

Qui è vietato sbagliare. In questo tipo di salite in stile free-solo, uno sbaglio può essere fatale. Esco da questa sessione e tiro un bel sospiro di sollievo. Sono in prossimità della cresta finale, scalo un piccolo canalino di neve che diventa man mano sempre più polverosa e difficile da salire. Al mio fianco affiora uno spuntone fessurato di granito. Metto un dado in una delle crepe per lasciare il mio segno di passaggio su questa enorme parete mai scalata prima.

Guardo sopra di me per vedere cosa mi aspetta. No. Pessima notizia. Il vento ha formato delle sorta di onde sul pendio, sono come delle cornici verticali che devo attraversare per continuare la progressione verso la cima. La prima onda è veramente alta e strapiombante, la neve è soffice, scavo all’impazzata con tutte le mie energie, la neve polverosa mi schizza in faccia accecandomi, mi ricordo di quando ero sul fungo del Cerro Torre; riesco a creare una sorta di tunnel nella neve e scavalco questo enorme ostacolo.

Avanzo sul pendio attraversando diagonalmente verso la vetta che ormai è alla mia portata, ma non canto assolutamente vittoria. Sto salendo sopra un manto nevoso molto precario sorpassando le cornici di neve formate dal vento, mi rendo conto che è molto instabile e cerco di salire delicatamente passo dopo passo, la neve cede spesso sotto i miei scarponi e i ramponi non riescono a fare presa, neanche le piccozze mi sono d’aiuto dal momento che sprofondano senza nemmeno creare attrito.

La situazione è veramente delicata. Arrampico attraversando sotto il filo della cresta per non essere sopra il grande cornicione creato dal vento che caratterizza tutte le grandi montagne soprattutto himalayane e proprio quando sto pensando a questo si stacca davanti di me un enorme pezzo della cornice scomparendo nella buia notte della parete nord. Questa volta mi sono proprio impaurito, se non ero prudente a stare sotto la cresta sarei finito giù anch’io…guardo il pendio sotto di me… è inquietante, mi rendo conto di essere veramente alto, mi giro e continuo contento del fatto di essere da solo e quindi di non sollecitare più di tanto il debole manto nevoso.

Sono leggero e veloce, questa è la mia salvezza. Alle 6.15, dopo tutta la notte passata a scalare questa lunga muraglia naturale mai scalata prima d’ora, sono in vetta al Monte Edgar a quota 6618m.

Sono contentissimo ma estremamente concentrato per la discesa. Voglio bere. Tiro fuori dallo zaino la borraccia, niente, non si beve, borraccia ghiacciata, il che vuol dire che è bello freddo perché solo 6 ore fa avevo messo al suo interno del tea bollente. Si berrà dopo.

Inizio cautamente la discesa dalla via più facile del Mt. Edgar, la cresta sud. La luce del giorno inizia ad arrivare facendomi godere un paesaggio fantastico. Mi sento piccolo dentro queste montagne e mi sento orgoglioso di essere salito da solo fino alla vetta della più alta, difficile, e complicata. La via di discesa non la conosco, ma riesco a scendere velocemente e in pochissimo tempo arrivo al colle, poi sul ghiacciaio.

Mi giro guardando la parete che sento "mia". Penso alla salita, penso a ciò che ho fatto. Sono felicissimo. Vedo una persona venirmi incontro, è Francois! Mi porta un thermos di ovomaltina caldo. Insieme andiamo verso al Campo degli Italiani dove tutti gli altri ragazzi ci aspettano… ci abbracciamo e mi prendono in braccio; così si conclude questa fantastica esperienza in solitaria.

Nei giorni successivi, sono felice e sereno ma mi rendo conto della mia ascensione solo dopo il nostri tentativi falliti sulle cresta est e ovest.

Questa montagna è stata tentata più volte da versanti diversi; ha sempre respinto grandi ed esperti alpinisti da tutto il mondo… rifletto: ho scalato il Mt. Edgar, una montagna difficile, complessa, alta, lontana e selvaggia, l’ho scalato solo, di notte, accompagnato dalla luna; si, forse ho proprio fatto una grande cosa.

di Tomas Franchini

Tomas ringrazia:
I suoi compagni: Matteo Faletti, Fabrizio Dellai, François Cazzanelli, Emrik Favre e Francesco Ratti.
I loro aiutanti: Mr. Leo Feng, Mr. Jiyue Zhang, Mr. Donald Tang e Mr. Zhong.
I suoi sponsor: La Sportiva, Ferrino, Blue Ice, MT sport and trading, Beal, Level, Rock Empire, Birrificio Rendena, Col di Corte, Marchesi di Montalto, Casimiro.


Link: FB Tomas Franchini, www.tomasfranchini.com

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