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La Punta Grohmann, Sassolungo, Dolomiti
Fotografia di Francesco Tremolada
In arrampicata sulla via Dimai alla Punta Grohmann, Sassolungo, Dolomiti
Fotografia di Francesco Tremolada
Il Sassolungo in Dolomiti. Da sinistra a destra: Punta Grohmann, Punta delle Cinque Dita e Spallone del Sassolungo
Fotografia di Francesco Tremolada
Il Sassolungo da Punta Grohmann
Fotografia di Francesco Tremolada

Punta Grohmann, Sassolungo, Dolomiti

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Il terzo capitolo sul Sassolungo è dedicato alla Punta Grohmann, conosciuta anche come Sasso Levante e Grohmannspitze, alta 3126m e salita per la prima volta nel 1880 da Michael Innerkofler.

Appare come una piramide dalla punta arrotondata. Il suo nome antico è Sasso di Levante, ma tutti la conoscono con il nome di Grohmann, l’alpinista ed esploratore protagonista della prima salita del Sassolungo, della Marmolada e della Punta dei Tre Scarperi. Per primo la scalò, in solitaria, un grande alpinista di nome Michael. Da allora, la sua larga e accogliente cima ha ricevuto molte visite.

Ho sbagliato vetta! Non si sa se questa constatazione sia stata accompagnata da qualche più colorita affermazione. A dire il vero non si sa neanche se Michael Innerkofler, in quel lontano giorno d’agosto del 1880, abbia detto, mormorato o gridato qualcosa, o se invece si sia semplicemente limitato a constatare, fra sé e sé, l’evidenza dei fatti. D’altra parte uno dei pregi dell’alpinismo solitario è proprio questo: nel bene e nel male te la fai e te la godi in prima persona, senza nessun altro, oltre a te stesso, a cui rendere conto. Fatto sta che la Guida di Sesto Pusteria, il re del Cristallo, come succede più spesso di quel che si crede, aveva sbagliato cima. La Punta Grohmann la poteva ben vedere ma non raggiungere: quella che stava calpestando, infatti, era la sua vicina, la cima del Sass da Mesdì, una vetta ancora vergine e destinata a cambiare nome.

Ma non anticipiamo troppo, quel che importa è che dopo pochi giorni il nostro Mich è ancora ai piedi del canalone che lo riporta sulla forcella Grohmann, e da questa, per la parete ovest, sulla vetta giusta. A questo punto non è dato sapere se il buon Innerkofler abbia rivolto un pensiero a quei valligiani così restii a dargli indicazioni sulla salita. Non si sa nemmeno se abbia pensato, magari solo per un attimo, a qualcosa del tipo: voi ci avete provato almeno quindici volte a salire quassù, e non ci siete ancora riusciti… Quel che è certo è che il nostro era un tipo tosto, ma era anche di quel genere di montanari con lo sguardo buono, piantato sopra un barbone e un faccione che ancora adesso ispira simpatia. Era uno che ha sempre dimostrato con i fatti il suo valore, sul Sassolungo come sulla Croda dei Toni o sulla Ovest di Lavaredo. E poi, allora, tutto doveva sembrare più leggero, visto che c’era ancora molto, se non tutto, da fare. C’era sempre tempo e modo di rifarsi, e c’erano anche vari modi per farlo. Come per quella via da nord est, tentata più volte dal grande fassano Luigi Bernard e poi completata, nel 1881, da Ludwig Grünwald e Robert von Lendenfeld che, insieme alle guide Michele Bettega e Santo Siorpaes, all’attacco si servirono di una scala di legno. C’era solo l’imbarazzo della scelta, insomma, ai tempi dei primi cavalieri della Dolomia.

A proposito di cavalieri, va sicuramente ricordato il diciottenne Georg Winkler che il 19 settembre del 1887, da solo, cavalcò la Grohmann proprio per la via della scala, appena due giorni dopo la sua stupefacente prima salita (naturalmente in solitaria) di quella Torre del Vajolet che porta il suo nome. Sulla Grohmann, Georg, un mago degli espedienti, s’inventò anche la prima miracolosa staffa. Paul Preuss, altro cavaliere puro e senza macchia, nell’agosto del 1911 s’inventò invece una bella variante alla via salita sulla sud ovest da Angelo Dibona, il nobile padre di tutte le Guide cortinesi, insieme ai fratelli Mayer e al suo amico e compagno, nonché guida fassana Doc, Luigi Rizzi. Mentre si deve aspettare il 1936 e la visita di Heinrich Harrer e Kurt Wallenfels la soluzione della sud che il futuro salitore dell’Eiger e protagonista di Sette anni in Tibet percorre proprio al centro con una bella linea che merita sicuramente di essere ricordata e ripetuta.

Come si vede, dunque, anche qui sull’imponente e austera Grohmann, nomi, gesta e vicende si rincorrono come sulle rocce di tutto l’intricato mondo del Sassolungo. Quel mondo di torri, di creste che s’accavallano, che si confondono, e che confondono anche gli alpinisti di oggi. Quanti, ancor oggi, partono per il camino Enzensperger sulla Torre Sud e poi si ritrovano a salire il camino Fistil sulla Prima Torre della Grohmann? Forse non molti… ma ciò che rimane, e in fondo ciò che conta per davvero, è il senso del labirinto e della continuità che hanno questi territori verticali, spesso ghiacciati, dove una cima chiama l’altra, ogni quinta ne nasconde e ne rincorre un’altra. Così dalla nostra Punta è già tempo di dare uno sguardo all’intorno, verso i tormentati pinnacoli della Cima Dantersass, ma soprattutto verso quella Torre che le sta di fianco e che continua la saga del Sassolungo. Fatalità, si tratta proprio di quella Cima "sbagliata" da Michael: la Torre Innerkofler, appunto, conosciuta anche come Punta Pian del Sass.

di Vinicio Stefanello

pubblicato su Alp Grandi Montagne #31 Sassolungo

>> Vai alla seconda puntata, Punta delle Cinque Dita

L'ALTRO SASSOLUNGO
Capitolo 1: Introduzione
Capitolo 2: Punta delle cinque dita

Capitolo 3: Punta Grohmann

Capitolo 4: Torre Innerkofler

Capitolo 5: Dente e Sassopiatto

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