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Steve Parr nella grotta di ghiaccio del quarto bivacco durante la salita invernale della Via Soldà al Sassolungo, effettuata insieme a Bob Millward nel dicembre 1976.
Fotografia di Bob Millward

Nord del Sassolungo in inverno - non è posto per burattini. Di Ivo Ferrari

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Prendendo spunto dalla salita invernale, non integrale, della Via Soldà al Sassolungo, Ivo Ferrari si immedesima come fittizio terzo compagno di cordata per percorrere, insieme ai britannici Bob Millward e Steve Parr, l’immensa parete nord in quei difficili sei giorni nel dicembre 1976. Questa esperienza invernale sulla nord del Sassolungo è stata raccontata da Millward nel suo ormai famoso articolo No place for brass monkeys, tradotto da Gian Piero Motti e intitolato in italiano Non è posto per burattini. La prima vera salita integrale della via Via Soldà al Sassolungo, aperta da Franco Bertoldi e Gino Soldà nel 1936, è stata effettuata in tre giorni del febbraio 1985 dagli alpinisti altoatesini Kurt Walde e Toni Zuech.

Io sono un Burattino
Un buco stretto, ricavato tra la roccia e la neve, fuori il vento, dentro, pareti bianche e quel piumino a ricoprire tutto, a riscaldare il corpo, la faccia... la faccia è lo sguardo dell’alpinismo invernale, quello duro, quello lontano dal "mordi e fuggi"; bivacchi su bivacchi, zaini pesanti... fatica, una foto "grandiosa", il bianco e nero più limpido di sempre... l’abbiamo vista, l’abbiamo letta, abbiamo sognato e continuiamo a sognare.

Il bianco e nero
"Cosa ci sarà lassù!"
"Basta salire e lo scopriremo"

Queste innocue parole mi inserirono velocemente come terzo membro di questa nuova partita; sì, perché se pronunciate all’interno di una casa riscaldata, nient’altro sembrava che.... Una semplice partita!

Due giorni di preparativi dove io ovviamente non partecipai, usando una delle mie tante ed efficaci scuse, "problemi con il lavoro" e partimmo con una macchina carica all’inverosimile. I dubbi su cosa stavamo combinando cominciarono quando iniziai a scorgere in lontananza montagne dall’aspetto poco piacevole. Potevo rimanerne fuori ed invece mi ero incasinato con le mie mani. Conoscevo poco Steve e Bob, qualche parola, qualche birra e pochi caffè in loro compagnia, niente di più! Lasciammo la macchina al lato della strada, una piccola piazzola larga il giusto per infilarci il catorcio ancora caldo e... simili a muli ci incamminammo verso la cima scelta... non da me!

Conoscevo poco Steve e Bob, rimasi subito dietro, un passo differente dal loro mi obbligava a faticare il doppio. Giù gli zaini, nessuna moneta lanciata in aria, nessun "testa o croce", solo silenzio e intesa (non con me). Partimmo, partii... sì perché io da buon terzo avrei seguito con obbedienza il significato della parola.... TERZO! Il freddo alle mani arrivò ancor prima che potessi salire. L’attesa e lo sguardo rivolto verso l’alto mi avevano "congelato"; la voglia aveva fatto il resto, rendendomi già... Terzo.

Il giorno procedette nel migliore dei modi, neve nei vestiti, sassi sul caschetto, freddo nelle ossa. La notte arrivò ancor prima che i lampioni si accendessero laggiù al paese visibile dall’alto. Una notte nera, lunga e difficile, fatta di continui movimenti all’interno di un sacco troppo leggero per un freddo troppo pesante. Ma tutto ha un termine e il giorno ricominciò!... e continuò. Dopo quasi una settimana la cima era vicina: io ero "distrutto", non avevo arrampicato, mi ero semplicemente trascinato verso l’alto senza eleganza e senza "nervoso".

Non conoscevo bene Steve e Bob, ma ora, non mi serviva conoscerli di più... loro erano forti e decisi, una bella cordata, io ero un terzo!
Questo tipo di "salire" mi ha sempre entusiasmato, ed i loro "salitori" sono nella mia immaginazione... come si può rimanere insensibili al freddo, come si può essere caldi dentro quando fuori tutto gela?

Cima, e un orizzonte pieno di altre Cime, stretta di mano, un abbraccio ciascuno e poco tempo per capire, il freddo è ritornato, la valle è lontana, altro bivacco, l’ultimo dove pensare ai mille perché, l’ultimo prima di quella cioccolata calda che da giorni bolliva nella mia testa. Un terzo di cordata, sono stato proprio bene, le mani spelacchiate dal continuo estrarre chiodi e dal tirare sulle maniglie Jumar, un terzo di cordata che su questa Montagna non sarebbe stato in grado di diventare un primo e... nemmeno un secondo! Ma sono ritornato "più esperto". L’esperienza si fa sul campo, osservando chi nell’esperienza ci naviga, senza fretta e senza brama.

Qualche giornale raccontò la salita, trafiletti "locali" elogiavano i due alpinisti ... io ero il terzo. Poi la "cima" perse il suo valore, la salita divenne un tentativo, le regole andavano rispettate ed io.... Non scalai più con Bob e Steve, non ci fu un’altra occasione, ma ricordo benissimo quello scritto importante, fatto con amore e genialità che tengo ancora nelle pagine ingiallite di una storica rivista. Grazie a Steve e Bob, vissi una salita "non omologata", scoprii il freddo e imparai a sopportarlo!... Io in quei giorni ero "il Burattino".

No place for brass monkeys
"Il sesto giorno giunse senza alba. Vi fu soltanto l’arrivo della luce ad annunciare una giornata cattiva. Altra neve era andata a cacciarsi in tutti i posti sbagliati ed i sacchi da bivacco erano bagnati. Le macchine fotografiche, inutili, vennero messe via, mentre ogni cosa era ghiacciata da un vento sempre più crudele. Finalmente lasciai il punto di bivacco per incominciare ad arrampicare.

In ogni direzione la visibilità era ridotta a meno di 50 metri. Un unico colore: marmo nero, venato di bianco e tirato a lucido. Diavoli di neve urlanti ci avvolgevano vertiginosamente, trascinati da un vento sferzante che trasformava visi e mani in pezzi di pietra. Superati tre metri e passata quasi mezz’ora, Steve mi urlò con le labbra ormai di legno, che qualunque cosa io stessi facendo, lui stava diventando un pezzo di ghiaccio."

Da Rivista della Montagna "Momenti d’Alpinismo" 1984

di Ivo Ferrari

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