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Corrado Pesce e Martin Elias durante la ripetizione della Directe de l'Amitié, Grandes Jorasses, Monte Bianco, 26-27/09/2014
Fotografia di Corrado Pesce & Martin Elias
Corrado Pesce e Martin Elias durante la ripetizione della Directe de l'Amitié, Grandes Jorasses, Monte Bianco, 26-27/09/2014
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Corrado Pesce e Martin Elias durante la ripetizione della Directe de l'Amitié, Grandes Jorasses, Monte Bianco, 26-27/09/2014
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Corrado Pesce e Martin Elias durante la ripetizione della Directe de l'Amitié, Grandes Jorasses, Monte Bianco, 26-27/09/2014
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Grandes Jorasses, Directe de l'Amitié per Corrado Pesce e Martin Elias

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Il 26 e 27 settembre Corrado Pesce e Martin Elias hanno ripetuto la Directe de l'Amitié sulla parete nord delle Grandes Jorasses (Monte Bianco). Una via aperta nell'inverno del 1974 da Louis Audoubert, Michel Feuillarade, Marc Galy e Yannick Seigneur, che Corrado Korra Pesce descrive come "la più impegnativa delle Jorasses e quella che mi ha dato più soddisfazioni." Korra racconta la sua recente salita e ripercorre tutta la storia di questa grande via.

La parete Nord delle Grandes Jorasses con le sue molteplici vette, speroni, canali e pareti non é certo il posto su cui ci si possa soffermare su una sola linea e immaginare che sia la linea che caratterizza la parete. Al contrario, l'incredibile diversità degli itinerari che la caratterizzano contribuisce ad attrarre alpinisti di ogni dove da un secolo. Uno dopo l'altro i grandi speroni che conducono alle diverse vette vengono conquistati, l'ultimo quello che porta alla Punta Whymper ha spinto il grande Bonatti a ipotizzare un futuro lontano dall'alpinismo di punta. L'itinerario di Bonatti e Vaucher, dei piu arditi all'epoca e ancora oggi di grande impegno, non era la soluzione al problema rappresentato dalla muraglia strapiombante della Whymper.

Louis Audubert che partecipò l'anno precedente alla realizzazione dell'invernale alla Integrale di Peuterey e Yannick Seigneur, che fu l'uomo chiave della riuscita della spedizione Francese al pilastro Sud Ovest del Makalu nel 1971, decisero di risolvere il problema in inverno e senza dispendio di mezzi e energia in compagnia di Marc Galy e Michel Feuillarade. La parete fu affrontata con la stessa tattica di assedio che fu la chiave del successo per la Diretta John Harlin e la Diretta Giapponese, due vie di stazza simile al progetto di Seigneur e Audoubert, campo base, corde fisse centinaia di chiodi e aiuti esterni tramite portatori furono utilizzati per venire a capo della terribile parete. La riuscita di questa vera e propria spedizione fu dovuta in verità piu alla tenacia dei diversi alpinisti che molto coraggiosamente hanno affrontato le condizioni molto difficili della parete che durante il piu mite degli inverni resta sempre un posto freddissimo e isolato, e quel gennaio del 1974 fu particolarmente freddo.

Durante i 20 giorni necessari all'apertura della via i quattro francesi si sono alternati ad aprire la loro linea affrontando tiri di ghiaccio (di inclinazione simile al Couloir Nord del Dru aperto dieci giorni prima in bellissimo stile), strapiombi di roccia marcia e quel misto infido che caratterizza la parete in inverno. Una crisi di mal di denti per Audoubert, una caduta di 15 metri per Seigneur, chilometri di risalite con le jumar e bivacchi orrendi per tutti, il tutto nella tormenta o nel freddo glaciale. Naque cosi la Directe de l'Amitié la via piu difficile del massiccio. Questa salita fu criticata, a torto, e non fu reso il giusto omaggio alla caparbietà dei primi salitori, e in verità queste salite il cui stile lascia spazio a miglioramenti non fa che rendere ancora piu interessante l'eventuale ripetizione.

La prima ripetizione giunse nel settembre 1977 ad opera di Nick Colton e Roger Baxter-Jones, due inglesi che all'epoca facevano parte di un folto gruppo di Alpinisti di grandissimo talento che avevano colonizzato un terreno, lo Snell's field, situato nel Bois du Bouchet, il bosco tra Chamonix e Les Praz. Tra di loro alcuni dei piu grandi alpinisti dell'epoca, futuri pionieri dello Stile Alpino in Himalaya come Alex McIntyre, o dell'arrampicata libera come Tobin Sorenson uno dei prodigiosi Stonemasters. I progetti non mancavano, il più interessante pareva essere il fatto di ripetere le vie piu difficili esistenti nel modo piu "clean" possibile, concetto oggi sfruttato da tanti spesso abusivamente ma che all'epoca rappresentava un cambiamento rispetto alla volontà di aprire linee nuove ad ogni costo. Le vie prese di mira erano appunto La Directe de l'Amitié, la Desmaison e la Diretta Harlin.

Nick Colton e Roger Baxter-Jones si recarono al rifugio del Leschaux con l'obiettivo di salire l'itinerario di Réné (Desmaison ndr), ma furono costretti a cambiare obiettivo una volta scoperto che Sorenson e Gordon Smith erano in procinto di aggiudicarsi la ripetizione, decisero dunque di attaccare la Directe. Ecco il commento di Colton riguardo la loro salita: "siamo andati alla Directe e l'abbiamo salita in 5 giorni, ciò che per noi fu veramente molto. Avevamo dei sacchi molto pesanti ed abbiamo fatto un sacco di artificiale soprattutto sulle parti più ripide. Abbiamo finito il cibo prima della fine della salita e le nostre ragazze stupite dal fatto che eravamo via da tanti giorni hanno mandato un elicottero. Noi eravamo sotto la vetta ed abbiamo deciso, dopo averne discusso, di mandarlo via poiché volevamo ripetere questa via nello stile migliore e prendere l'elicottero non ci sembrava appropriato."

Un mese dopo fu la John Harlin a ricevere la salita Clean da parte di McIntyre e Sorenson ed ecco come in un mese del 1977 questi tre problemi furono risolti; l'Alpinismo toccava il suo apice, curiosamente qualcosa di diverso si preparava all'orizzonte non necessariamente qualcosa di meglio: solitarie assistite da elicotteri, placche estreme a spit, sci ripido. C'é una frattura tra l'alpinismo della fine degli anni '70 e quello degli anni '80 sul Monte Bianco, l'ideale del volersi limitare a fare le salite piu difficili nel modo piu clean possibile rimane, ed é il motore che spinse nel 2000 un numero di alpinisti francesi a riscoprire questi durissimi itinerari per un alpinismo meno appariscente ma piu onesto.

Nel 1994 giunse la terza salita ad opera dei fortissimi francesi Fauquet, Vimal, Rhem, Escoffier. Questi salirono la parete in estate in arrampicata libera e poca artificiale veloce, sfruttando le condizioni secche e le giornate lunghe; con un materiale ridotto davvero al minimo presero un temporale sotto la vetta e uscirono il mattino seguente. Un exploit impressionante per questi arrampicatori di grandissimo talento, estremamente efficaci esattamente su quel tipo di terreno. La quarta e quinta salita avvennero nel 1998 durante la competizione di Alpinismo organizzata dalla Russian Mountaineering Federation: diverse squadre di alpinisti presero d'assalto le vie dure delle Grandes Jorasses. Soldatov e Sibaev la salirono in quattro giorni mentre Devi e Klenov, cordata che ha compiuto imprese di livello pazzesco sulle piu grandi pareti, la salirono in due e scesero il terzo giorno.

Queste due salite possono essrere utilizzate come misura per comprendere le capacità maturata dai russi di salire questo tipo di itinerari nel modo più efficace possibile e far fronte ad ogni ostacolo. Spesso criticate, a torto, le loro imprese su certi colossi dimostrano che per essere capaci di salire delle pareti estremamente difficili in Himalaya sia meglio allenarsi salendo pareti simili in qualsiasi posto. Non é certo correndo su pendii di neve e saltando in parapendio per poi andare in falesia che si risolvono i più grandi problemi dell'Himalaya.

Dopo un tentativo in stile capsula conclusosi in un soccorso a pochi tiri dalla vetta, la ripetizione invernale in stile leggero della via ha dovuto attendere sino al 2005, e a venirne a capo sono i massimi esperti di invernali alle Jorasses: Stephane Benoist, Patrice Glairon-Rappaz e Paul Robach in 6 giorni. Confermano la difficoltà dei tiri d'artificiale, l'assoluta verticalità della via e la mancanza generalizzata di posti da bivacco. Dopo la loro salita nessuno sembra abbia fatto un serio tentativo di salita.

Settembre 2014.
La directe è la linea che piu mi affascina di tutte queste linee sul poster appeso in cucina, sopratutto perché si tratta di una via che non solo è veramente impressionante ma anche perché i dettagli di questa salita sono pochi. Sopratutto quest'anno di condizioni speciali la voglia di scalare è tanta ma sicuramente non in compagnia di altre cordate. Benché sia evidente che quest'autunno rende la montagna meno isolata e più a misura d'uomo, basta allontanarsi un po' per ritrovare quel senso di inospitalità che caratterizza questa parete. Le nostre armi sono molto più efficienti di quelle di Audoubert, decidiamo di affrontare la parete in modo leggero, come sarebbe piaciuto ai miei eroi degli anni '70 incuranti del fatto che i 4 giorni di bel tempo annunciati avrebbero permesso di caricare un saccone con ogni sorta di artificio e comodità ed avere piu chance di uscire.

Con il mio amico Martin Elias volevamo festeggiare la nostra amicizia, seguire lo stile dei nostri pionieri ed eventualmente farci un culo pazzesco come i primi salitori. Lui è spagnolo grande habitué dei Pirenei ma anche delle Jorasses che, come me, ha salito piu volte quest'autunno sempre in maniera molto veloce ed efficace. Mi ricordo di aver evocato piu volte l'idea di farci questa salita assieme. Con i suoi tiri di artificiale, roccia "sospetta" e bivacchi orrendi deve per forza piacere ai Pirenaici (Audoubert é una leggenda dei Pirenei). La voglia di riuscire è presente, ma abbiamo deciso di utilizzare gli insegnamenti tratti da questa salita come joker da utilizzare nei nostri prossimi viaggi nelle terre australi dove non si può certo contare su quattro giorni di bel tempo. Allora niente amaca (facile da deciderlo quando si é seduti su un divano). Invece il Camalot 5 lo portiamo come consigliatoci dagli ultimi ripetitori, però pesa come un melone... allora via una cartuccia di gas. Le staffe restano a casa un po' di chiodi li portiamo. Alla fine ci ritroviamo con due zaini di taglia più che onesta che non avremo bisogno di tirare. Speriamo di non sbagliare strategia, ha nevicato e la parete è bianca, un giorno di vento da nord può bastare?

La notte prima di partire rileggo il racconto di Audoubert, impaurito aggiungo al sacco già pronto una giacca in piumino ed un po' di cibo. Una volta al cospetto della parete la vista è rassicurante la via strapiombante non è troppo carica e scherziamo sul fatto che un po' di neve potrebbe rendere meno dolorose certe cadute… Poi cala la sera e c'è meno da scherzare: una certa tensione si impadronisce di me, tengo a questa via e non riesco a dormire. La sveglia non mi strappa dal sonno mi fa saltare come catapultato fuori dal letto, finalmente un po' di azione. Risaliamo il ghiacciaio e giungiamo alla terminale in anticipo, non vogliamo attaccare troppo presto per poi sbagliarci: non c'è la processione di lampade frontali come sulla via a fianco e vogliamo gustarci questa salita. Aspettiamo quindi che albeggi per attaccare.

Le rampe inferiori sono bellissime, c'è tanta neve, fin troppa. Un paio di funghi di neve sotto gli strapiombi invitano a correggere il nostro itinerario e poi quelle cornici enormi… ma almeno la neve è buona e ci permette di non perdere tempo sulla nostra tabellla di marcia. Due tiri di goulotte, placche di neve molto ripide e pure, e un passaggio strapiombante su una curiosa conformazione di neve e ghiaccio ci depositano ai piedi dell'Headwall. La salita, che già facile non era, diventa veramente molto più dura e, dopo un breve tentativo in dry, mi ritrovo a fare dei passi di artificiale su fessure di roccia poco invitante. Riesco comunque a limitare l'artificiale per non perdere tempo e ci ritroviamo dopo qualche tiro ai piedi di un muro molto strapiombante. Martin inizia pazientemente il tiro per poi chiedermi se mai non si tratti del temuto expanding flake, non ho bisogno di controllare: si è proprio lui, è per questo che ti ho mandato avanti! Divertiti.

Passiamo quindi le tre ore seguenti, lui a fare artificiale, ed io a testare ogni tipo di posizione per aumentare un minimo la comodità della sosta alla quale ero appeso. La notte è calata e a Martin resta ancora qualche metro, continua quindi con la frontale poi esce e mi invita a raggiungerlo. Io oramai gelato lo invito a scendere per bivaccare un paio di metri di fianco a dove sono rimasto per tre ore. Ore durante le quali ho osservato un fazzoletto di neve a 60 gradi sotto una fessura... mi immaginavo di scavare e scavare e poter metterci seduti comodamente. Che delusione scoprire solo dopo due colpi di piccozza le prime pietre affiorare. Mi applico a tirare anelli di corda tra due spuntoni per fare una specie di amaca ed aumentare lo spazio a disposizione. Dopo una mezz'ora ci ritroviamo seduti finalmente sul nostro posto da bivacco, sicuramente il piu scomodo che abbiamo fatto, ma non ci dà più di tanto fastidio: siamo in un posto davvero speciale, appesi sulla parete della Whymper sotto un magnifico cielo stellato.

Sotto di noi comincia ad avvicinarsi la fiaccolata diretta alla Colton McIntyre. La osserviamo salire, allungarsi, sfaldarsi, poi ricomporsi finché ad est il cielo si colora poco a poco di rosa e ci mettiamo a fondere un po' di neve. La seconda giornata inizia con la risalita con le jumar (che non abbiamo) del tiro fissato il giorno prima, una volta ristabiliti al di là dello strapiombo possiamo osservare il seguito che si presenta come una magnifica goulotte. I fenomenali tiri di misto, sempre esposti e combinati a qualche strapiombo roccioso che per fortuna non richiede artificiale, ci depositano a piedi di un grande strapiombo alla cui uscita sembra ci sia un po' di ghiaccio. Concludo il mio blocco di tiri in testa con questo ultimo magnifico tiro di dry fallendo a vista all'ultima dülfer strapiombante in una fessura molto larga, prima di poter infine piantare le picche sul ghiaccio verticale ed uscire sulla goulotte superiore. L'esposizione é massima e sotto di noi mille metri di vuoto fino alla terminale, contento di raggiungere la rampa superiore passo il testimone a Martin.

La rampa terminale ghiacciata non ci sembra molto difficile ma come spesso accade su questa parete i tiri terminali non sono per nulla semplici, Martin pazientemente ci porta sotto la cornice che quest'autunno è enorme. Un muro di misto ci dà accesso ad un passaggio nascosto che ci permette di uscire dalla parete proprio a fianco della vetta. Un ultimo sguardo indietro e come sempre mi chiedo quando sarà la prossima volta. La parete ci lascia scappare ma sa che torneremo; oramai ha imparato a conoscerci. Attirati da questi itinerari non sarà che una questione tempo prima che la voglia di difficoltà ci riporti al suo cospetto.

di Corrado Korra Pesce

Punta Whymper - Directe de l'Amitié
1100mt VII,M7/A3 ,90° in condizioni ghiacciate. 6c,7a/A1 in condizioni secche
19/27 gennaio 1974 dopo preparazione, Louis Audoubert, Michel Feuillarade, Marc Galy e Yannick Seigneur

Korra ringrazia: Black Diamond, La Sportiva e Blue Ice
Martin ringrazia: E-Climb,Totem Cams e Blue Ice

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