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Il Diran Peak al tramonto, dopo una nevicata
Fotografia di Nicolò Berzi
Diran Peak: Trasporto dei carichi al campo 2 a 5400m
Fotografia di Nicolò Berzi
Diran Peak: Salendo dal campo 1 a circa 4600m
Fotografia di Nicolò Berzi
Diran Peak: Una delle tende del campo 2 spazzato via dalla valanga di ghiaccio
Fotografia di Nicolò Berzi

Diran Peak 7266m - la tragedia in Pakistan

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Nicolò Berzi racconta la tragica spedizione al Diran Peak in Pakistan, dove sono deceduto gli alpinisti Omar Vecchio e Domenico Palandri.

"Siamo quassù da qualche ora, e ci godiamo il riposo dopo la salita veloce di questa mattina. La vista sul Sumayar Peak di fronte a noi è affascinante, e la cima del Diran sembra vicinissima. E’ la prima volta che dormiremo qui al campo 2, a 5400 metri. I giorni scorsi siamo saliti a montare le tende e a rifornire il campo di gas, viveri e sacchi a pelo, ma poi siamo velocemente ridiscesi di nuovo al campo base. Oggi invece è giunto il momento di fermarsi a dormire per l’acclimatamento necessario a poter proseguire.

Siamo leggermente in ritardo sul programma perché abbiamo aspettato un giorno in più al base che Domenico si riprendesse dalla dissenteria, ma non siamo preoccupati, tempo ne abbiamo ancora parecchio. Domani saliremo a montare il campo 3, seguendo la traccia fatta ieri dagli inglesi, il più in alto possibile, sopra i 6000 metri, e da li si potrà forse fare il primo tentativo alla cima, anche se io sono un po’ scettico, non siamo infatti abbastanza ben acclimatati.

Il tempo è bello da quasi una settimana, e non lo rimarrà ancora per molto, per cui bisogna approfittarne. Omar e Domenico, la nostra cordata più forte e decisa, sono pronti a tentare la vetta già questa volta, speriamo che tutto vada per il meglio. Mi addormento profondamente, la partenza alle 4.30 di questa mattina esige il suo tributo di sonno.

Il risveglio è istantaneo, appena il tempo necessario a capire quello che sta succedendo: la mia tenda è sepolta dalla neve, sento i pali scricchiolare e schiacciarmi. Una morsa d’acciaio mi stringe e mi inchioda a terra sdraiato, senza possibilità di muovermi. Urlo. Automaticamente, senza pensare, mi sono portato le mani ad imbuto intorno alla bocca per formare una cavità d’aria da respirare, penso che potrò resistere un po’.

La neve che mi sommerge non è molta, sento Valeria ed Alessandra fuori che urlano, poi Valeria agguanta una pala e in pochi minuti mi tira fuori. Le grido di fare presto perché ho paura di una seconda scarica di neve. Riesco a muovere le gambe, aiuto Valeria divincolandomi e finalmente sono fuori. Il primo sguardo verso il campo mi colpisce come una mazzata in pieno petto: al posto delle due tende dei nostri compagni ci sono enormi blocchi di ghiaccio. E’ la fine.

Questa volta è andata molto male, una tragedia. Dopo due anni di spedizioni estremamente positive, coronate anche dal successo alpinistico, la terza tappa del progetto “5 anni per un 8000” è stata un dramma. Un dramma che nonostante tutto, nonostante l’attenzione alla sicurezza, la facilità della salita, nonostante la consapevolezza che comunque in montagna i rischi non si possano ridurre a zero, ci ha investito come un treno in corsa, senza più freni. Un dramma come tanti altri, successi in passato e che succederanno in futuro, dove il caso, o dio, o la fatalità, decidono altrimenti. Un dramma raro come il crollo di un seracco dall’aspetto ingannevolmente bonario, proprio quando noi gli eravamo sotto. Le altre spedizioni presenti sulla montagna, una anglo-australiana e l’altra di un solitario alpinista giapponese, erano già state due giorni al campo 2 per acclimatarsi, addirittura gli inglesi erano saliti fino alla cresta finale, passando sotto e poi accanto al maledetto seracco, non intuendo la sua instabilità. Ci ha ingannati, altri seracchi presenti sulla montagna ci avevano dato da pensare, avevamo quindi scelto una traccia che li evitasse, e sotto a qualcuno dove era impossibile non transitare avevamo accelerato l’andatura, per rimanere esposti il minor tempo possibile. Inutile, il nostro appuntamento era più sopra forse l’appuntamento già scritto incontro al quale correvamo dal giorno in cui abbiamo cominciato ad organizzare questa spedizione.

Ci mettiamo velocemente gli scarponi dopo averli recuperati sotto la neve, e avendo visto la tenda di Omar circa 200 metri sotto di noi cominciamo a correre all’impazzata verso valle per prestare soccorso.

Troviamo la tenda vuota, solo lo zaino e i viveri di Omar tra il telo e la paleria spezzata. Circa 400 metri sotto di noi la valanga di ghiaccio si è arrestata, e sulla sua superficie sono evidenti numerosi puntini colorati. Torniamo su al campo, anzi a quello che ne rimane, recuperiamo un po’ di materiale e cominciamo a scendere. Abbiamo avvertito via radio il nostro secondo gruppo, e Pino scenderà velocissimo al campo base per chiamare i soccorsi, mentre gli altri cercheranno di salire per aiutarci nelle ricerche.

L’Ufficiale di collegamento pakistano, che ignaro di tutto avrebbe acceso la radio alle 16.00 come stabilito, partirà di corsa per il paese di Minapim e poi Gilgit, dove firmerà i documenti necessari per ottenere l’autorizzazione del Ministero del Turismo a far intervenire gli elicotteri militari. Intanto noi scendiamo il più velocemente possibile, ma con un solo paio di ramponi in tre siamo lentissimi. Io non ho la piccozza e uso una pala da neve. La valanga di ghiaccio ha spazzato via completamente la traccia lasciando in superficie neve dura scivolosa e ghiaccio. Ci aiutiamo con un paio di calate improvvisate da un fungo di ghiaccio e più sotto da uno di neve. Ma siamo lenti. Le probabilità di recuperare vivo un travolto da valanga decrescono drasticamente dopo neanche 20 minuti, ma so che è stata trovata gente viva anche dopo un giorno. Certo non in una valanga di ghiaccio, ma la speranza è l’ultima a morire.

Poi scoppia un temporale furibondo. In pochi minuti i pendii si riempiono di neve pallottolare , i fulmini ci cadono vicinissimi con boati assordanti, ma ormai sappiamo che siamo in balia del destino e scendiamo incuranti di tutto. Ad Alessandra si riempiono gli occhiali da vista di neve e diventa pressoché cieca, la guidiamo a voce verso il basso zigzagando tra i salti di ghiaccio. Se riusciremo a scendere in queste condizioni vuol dire che non è il nostro momento.

Passando accanto ai crepacci guardo all’interno per scorgere qualche traccia dei nostri compagni, ma sono convinto che siano stati trascinati tutti e due fino in fondo. Alla fine arriviamo alla base, dove il pendio diventa meno ripido e la valanga si è fermata. Una lunga teoria di oggetti disegna la traiettoria della massa di neve e ghiaccio, quasi una linea retta. Una giacca a vento, un pentolino, uno scarpone, una imbracatura, poi pezzi di tenda arancione e alla fine trovo il corpo di Omar, senza vita.

Sono annichilito, era un bel gioco salire le montagne, un’avventura per cui non vale la pena di morire. Lo smarrimento, che tornerà prepotente nei giorni successivi, lo caccio in un angolo della mia mente, e mi unisco a Valeria ed Alessandra alla ricerca di Domenico. Niente, nessuna traccia, neanche le ricerche che faremo io e Pino due giorni dopo daranno segni di lui. E’ rimasto per sempre tra quei blocchi duri come il cemento, in un posto molto bello, sotto una montagna molto bella, in una tomba di ghiaccio. Ciao Domenico, ti ricorderò sempre con quel tuo sorriso timido e la tua passione per Puccini e Verdi.

Omar invece lo abbiamo trovato e lo abbiamo trasportato in una odissea tragica ad Islamabad, una odissea fatta di difficoltà nei trasporti, di mancanza di trattamenti di conservazione, di regolamenti di polizia mortuaria e di decine di milioni di spese. Omar io non potevo decidere di lasciarti li, ma forse ti sarebbe piaciuto di più restare accanto al tuo forte compagno di cordata, se è così scusami.

Una spedizione, una vacanza, un sogno, uno sport e la morte. Se fossi convinto che l’alpinismo fosse una attività davvero molto pericolosa smetterei, fare la guida alpina sarebbe un lavoro da pazzi suicidi. Sono convinto che per tornare dalle montagne non serva fortuna, come qualcuno dice, non affido la mia vita alla fortuna, quanto piuttosto che possa succedere per pura e rara sfortuna un incidente. Spesso alla radice di molti incidenti in montagna c’è improvvisazione e mancanza di preparazione, ma a volte, nonostante si sia convinti di aver fatto tutto bene e con grande attenzione le tragedie accadono comunque. Sfortuna, destino, non so. E’ così. Come ci ha detto Reinhold Messner, venutoci gentilmente a trovare in albergo ad Islamabad con i suoi compagni di ritorno dal Nanga Parbat, la natura non è ne giusta né sbagliata, le cose succedono senza una logica precisa, e bisogna trovare la forza (ma dove?) di accettare gli eventi.

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