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Colmillo Sur, Patagonia: Jacopo Pellizzari durante il tentativo dell'apertura sulla est del Colmillo Sur.
Fotografia di Francesco Salvaterra
Colmillo Sur, Patagonia: verso il Colle de los Sardos
Fotografia di Francesco Salvaterra
Colmillo Sur, Patagonia: sull'"Escarcha" verticale e improteggibile dell'ultimo tiro.
Fotografia di Marcello Cominetti
II primi in vetta al Colmillo Sur, Patagonia: Luca Bianco, Franz Salvaterra, Giacomo Deiana e Marcello Cominetti.
Fotografia di Marcello Cominetti

Colmillo Sur, una prima salita su una montagna inviolata ed una bella avventura in Patagonia

di

Il racconto, scritto a due mani da Francesco Salvaterra e di Marcello Cominetti, del viaggio in Patagonia nel quale sono state salite diverse vie alpinistiche. Sul Colmillo Central Nicola Castagna, Jacopo Pellizzari e Salvaterra hanno aperto la nuova via Mantetang (M4/70°, 350m), mentre aprendo la nuova via "Anonima sequestri" (M6, 90°) Luca Bianco, Marcello Cominetti, Giacomo Deiana e Francesco Salvaterra sono stati i primi a salire in cima all’inviolato Colmillo Sur. Inoltre, sulla Torre Standhardt L. Bianco, G. Deiana e F. Salvaterra hanno completato la via Chaverri-Plaza, arrivando in cima lungo la via Exocet.

Una bella avventura su una delle ultime vette vergini del massiccio di El Chaltèn. Introduce così il suo racconto l'alpinista trentino Francesco Salvaterra che durante la sua recente permanenza in Patagonia ha segnato una serie di importanti salite. Dopo un tentativo insieme a Jacopo Pellizzari e Nicola Castagna di una “direttissima” sulla inviolata cima Colmillo Sur, i tre hanno infatti aperto la nuova via Mantetang (M4/70°, 350m) sul Colmillo Central, la montagna salita per la prima volta nel 2013 da Hervè Barmasse, Martin Castrillo e Pedrito Fina. Poi il colpo grosso: insieme a Luca Bianco, Marcello Cominetti e Giacomo Deiana arriva la prima salita della vicina Colmillo Sur, una delle ultime vette vergini del massiccio di El Chalten, appunto, lungo la via Anonima sequestri M6, 90°. Inoltre il 30 e 31 dicembre 2015 Luca Bianco, Giacomo Deiana e Francesco Salvaterra sulla parete est del Torre Standhardt hanno completato il tentativo del 1993 degli argentini Teo Plaza e Pepe Chaverri, congiungendosi poi alla via Exocet per raggiungere la vetta della Standhardt. La dinamica della salita non è oggetto di questo doppio racconto scritto a due mani da Francesco Salvaterra e Marcello Cominetti, ma si tratta della prima salita integrale di questa linea che si propone come una delle più complete e difficili della montagna, con 900 metri scalata con difficoltà fino al M6+, 6b, C1, WI5+.


UNA BELLA AVVENTURA SU UNA DELLE ULTIME VETTE VERGINI DEL MASSICCIO DI EL CHALTEN

di Francesco Salvaterra

Ho visto per la prima volta questa piccola vetta a forma di dente di squalo nel 2013, nel corso del tentativo alla ovest della Torre Egger. Durante i tanti viaggi carichi di materiale da portare al Passo Marconi e dallo Hielo stesso, lo sguardo spesso mi cadeva su queste tre guglie, la più bella e difficile delle quali non era mai stata salita da nessuno.

Colmillo significa dente canino, e il nome calza a pennello perché le tre cime gemelle sono appuntite come denti. Il Norte e Central sono stati saliti da Hervè Barmasse, Martin Castrillo e Pedrito Fina nell'inverno 2013, i tre hanno percorso una traversata partendo dal colle tra Norte e Aguja Volonqui e hanno proseguito fino in vetta al Central. Il sud è la vetta più difficile delle tre, i possibili punti deboli sono i versanti nord e sud, sono più brevi e meno verticali rispetto invece alla parete est, verticale per circa trecento metri.

Le vette inviolate nel massiccio patagonico del Fitz Roy e Cerro Torre probabilmente si contano sulle dita di una mano, da buon egocentrico, come tutti gli alpinisti, devo ammettere che mi ha attratto l'idea di mettere per primo i piedi su quel fazzoletto di neve all'altro capo del mondo.

L'occasione giusta si è presentata questo novembre. Nei due mesi durante i quali ho in programma di scalare e lavorare da Guida nei dintorni di El Chaltèn il primo lo trascorrerò con Jacopo Pellizzari, assieme decidiamo di dirigerci al “canino”. Inizialmente tre giornate ci permettono di arrivare ai piedi del progetto e lasciare del materiale, scappando in paese incalzati da una tempesta consistente. Pochi giorni dopo, il 14 novembre, partiamo di nuovo, questa volta con noi c'è anche Nicola Castagna, un bravo e simpatico climber che la Patagonia, con i suoi fortuiti incontri, ci ha dato la possibilità di conoscere meglio.

Decidiamo di affrontare una linea molto impressionante al centro della verticale parete est. Non si tratta della possibilità più facile, piuttosto della più bella e assurda. Il meteo decisamente non ci aiuta, non è previsto bel tempo ma siamo stufi di aspettare quindi decidiamo di affrontare la scalata in “old style”, ossia assediarla provando a rubarle qualche metro al giorno. Da sempre gli alpinisti Patagonici, o meglio gli aspiranti alpinisti, devono rapportarsi con un clima notoriamente infame. E' interessante un'analisi delle reazioni e delle strategie adottate per sopportare questi periodi di forzata inattività. L'argomento meriterebbe un'articolo a parte ma vi dirò solo che ci sono innumerevoli casi di gente che parte da casa con centinaia di chili di attrezzatura per trascorrere dei mesi dove pensano di salire tutto quello che c'è, e invece strippano e anticipano in volo dopo tre settimane senza aver toccato la roccia. E' una questione strategica e filosofica.
Risaliamo la valle completamente bianca di neve accumulata negli ultimi giorni, la parte finale della gita prevede l'attraversamento di un ghiacciaio cosparso da un dedalo di crepacci. Gattonando tra un ponte e l'altro lasciamo piantati nella neve dei rami di “Lengas” che ci siamo portati dietro dal bosco per segnare la traccia giusta in previsione di un rientro nel brutto tempo.

L'ultima parte della giornata è particolarmente massacrante: il vento che fa rotore sbattendo sulle pareti ovest ha depositato ad est una montagna di neve quindi per fare le ultime centinaia di metri fin sotto la parete siamo costretti a nuotare letteralmente nella powder. Impieghiamo circa quattro ore per fare duecento metri di dislivello. Come ciliegina sulla torta dobbiamo scavare una “truna” ossia un buco nella neve capace di ospitare la nostra tenda montata, questo perché fuori con il tempo che fa probabilmente verrebbe sparpagliata per l'immensità della Patagonia con noi dentro. Una giornatina di quindici ore di attività che dopo un brodo e una busta di liofilizzato ci concilia il sonno dei giusti.

Nelle due giornate successive attrezziamo con due corde lo zoccolo di misto e sempre nel white-out riusciamo ad aprire due tiri, viste le condizioni, quasi in completo artificiale. Al terzo tiro c'è una situazione di stallo. Dopo un precario chiodo a lama e un passo su cliff piazzo due pecker consecutivi (ossia delle specie di piccozzine in miniatura che permettono di agganciarsi anche nelle fessurine più inconsistenti). Non sono molto sereno, l'idea di un “picchio” che mi salta in faccia e le mie caviglie schiantate su quella piccola cengetta lì sotto è più che concreta, ma il problema grosso è che non abbiamo più materiale. Sopra non c'è nulla di buono da mettere, provo e riprovo ma non riesco a piazzare nulla. Spit non vogliamo piantarne, con qualche pecker e copperhead si potrebbe passare ma non ne abbiamo. Un po' abbattuti nel morale decidiamo di scendere, prima o poi torneremo.

Il giorno successivo si presenta con un'alba promettente, la gigantesca parete del Cerro Piegiorgio di fronte a noi riemerge dalle nubi. Come ripiego decidiamo di provare a salire lungo la cresta sud del Colmillo Centrale, si tratta di una via logica, una sequenza di nevai, costole e diedri innevati. Ne viene fuori un'interessante nuovo itinerario, non estremo, trecentocinquanta metri fino all'M4/70°. Lo battezziamo “Mantetang”, un'acronimo che riporta ai prodotti a base di grassi idrogenati (banditi dalla FAO) con cui ci siamo allegramente alimentati in questi giorni. La globalizzazione alla fine è un fatto pure razzista. Tra le nubi riusciamo a godere della vista sullo sconfinato Hielo Patagonico sur.

Attrezzata la discesa in doppia abbandoniamo la nostra casetta nella neve e in un giorno e mezzo di cammino nuovamente nella tempesta torniamo in paese a toglierci l'odore di cane morto sotto una doccia calda.
Passano i giorni, con Jacopo scaliamo la bellissima “Chiaro di Luna” sulla Aguja Saint Exupery, dopo una breve visita a Frey arrivano Marcello e Max e per una quindicina di giorni facciamo le guide. Progettiamo il Fitz Roy ma ci accontentiamo della Aguja dell' S, come sempre vanno fatti i conti con “padre viento”. Poco prima che Marcello torni in Italia sembra che possa esserci una “brecha”, o meglio una mezza giornata meno terribile del solito. La fortuna aiuta gli audaci, soprattutto quaggiù, e quindi la tentiamo. Segue il racconto della nostra piccola avventura di espolorazione australe, di Marcello Cominetti.


ANCORA UNA CIMA INVIOLATA IN PATAGONIA: UN "RIPRODUTTORE" UMANO DI EMOZIONI ANCORA VALIDE
di Marcello Cominetti.

Lo scoglio che preme contro le mie vertebre lombari attraverso il materassino non avrà la meglio sul mio sonno perché la sveglia sta già suonando. Franz al mio fianco ha da poco smesso di cercare una posizione da dormita avvitandosi nel sacco a pelo come una punta da trapano. Sono le due e mezza. Siamo accampati con i nostri amici Luca e Giacomo sulle ghiaie de la Plajita: la spiaggetta. In verità i diminutivi sono una mania argentina perché questa spiaggia del lago Electrico é enorme come tutto ciò che ci circonda. Le montagne soprattutto, che occhieggiano tra le nubi e la luna di una notte incerta nel sonno, nei propositi e nel meteo. Ci siamo stufati di consultare bollettini e meteogrammi, quindi Franz tra i tanti ha trovato un sito che annunciava tempo buono e con quella previsione siamo partiti. Gli spazi tra le nuvole sono consistenti a sufficienza per farci partire carichi di materiale e entusiasmo in dose giusta ma non esagerata.

Per noi é già giorno ma é buio come asfalto fresco perché la luna é già nello stomaco di qualche vaporoso cumulo carico di umidità spessa. Prendiamo a calci la morena che attraversiamo a passo di carica, come se fossimo bersaglieri ipovedenti. Le tende sulla plajita speriamo di ritrovarle al nostro ritorno ben ancorate agli scogli, perché sappiamo bene che del vento patagonico non ci si può fidare mai. Eppure insistiamo a spendere energie maledicendoci costantemente perché questa é la nostra passione. Non ci possiamo fare niente!

Sono le sensazioni che qui racconto perché i dati tecnici di una salita incerta e dall'esito sconosciuto sono fuffa e li raccontano quasi tutti allo stesso modo, annoiandoci. Noi vorremmo fare divertire il lettore con un po' di suspence e leggerezza di spirito. A proposito di leggerezza, Giacomo dev'essere il primo sardo a fare queste cose qui. È di Sassari e scala su roccia in maniera disinvolta, qui in Patagonia é già stato lo scorso anno e ha capito a che gioco si gioca, tanto da ritornarci. I ramponi e le picche che porta nello zaino sono strumenti nuovi per lui. Li userà tra poco per la prima volta. E non stiamo andando a fare una passeggiata, anche se camminiamo da più di sei ore quando dobbiamo indossare questi attrezzi appuntiti perché il ghiacciaio si fa più ripido, i crepacci più cattivi e la sagoma del Cerro Piergiorgio sembra caderci in testa dalla nostra sinistra. Seracchi piombano rombanti su ogni lato della valle per fortuna nostra abbastanza larga da lasciarci respirare mentre risaliamo veloci verso la base della parete che è ancora vergine, come la cima del Colmillo Sur.

Colmillo è un nome inventato da Rolo Garibotti per nominare tre cime appuntite che doveva descrivere nella sua bella guida Patagonia Vertical. Significa "dente canino", nome abbastanza appropriato alla forma di queste belle torri. Il Colmillo Central e Norte sono già stati saliti mentre il Sur ha rischiato di farsi sverginare da Franz e Jacopo Pellizzari qualche settimana fa perché hanno tentato una via diretta sulla parete Sud per ora finita nella bufera, ma torneranno.

La cima non sembra concedersi tanto facilmente perché ha sopra uno di quei dannati funghi di ghiaccio strapiombanti da ogni lato, tipici delle vette che si affacciano sullo Hielo Continental Sur, la fabbrica delle perturbazioni delle Ande Australi. Noi saliamo da est, al sole del mattino incerto di oggi, che le nuvole stanno già inglobando nel loro abbraccio grigio e ventoso. Il sole non ci tocca ma per i primi 4 tiri di corda almeno il vento ci risparmia perché soffiando da ovest ci può solo aspettare al colle che divide i due Colmillos, il nostro dal Central. Battezziamo questa forcella Brecha de los Sardos in onore al nostro coraggioso compagno Giacomo da Sassari, che ha già acquisito la destrezza necessaria con gli strumenti appuntiti che ha a mani e piedi. Bon così! Alla Brecha il vento soffia tanto improvviso che ti viene da dire "chiudi quella cazzo di porta!" ma invece ce lo porteremo dietro, e di lato, fino in vetta.

La parete è quasi verticale ed é totalmente ricoperta di brina e neve ghiacciate, un fenomeno unico nel suo genere che condito dal vento sa davvero di Patagonia. Bisogna tirare stretto il cordino del cappuccio e cercare di stare fermi il meno possibile. Le lunghezze di corda scorrono rapide nonostante le difficoltà non siano banali. In numeri fino all' M6 e 90° secondo tutti noi, Giacomo compreso che ha capito immediatamente come funziona la scala del misto e soprattutto come ci si arrampica sopra! Ci chiede solo per favore di non dirgli che era facile e noi lo accontentiamo e ci facciamo delle sane risate su, mentre la neve ci entra nel collo e nei polsi. Eppure avevamo stretto tutti i cordini possibili. Nell'ultimo tiro Franz innesta sulle becche delle piccozze le alette in lega leggerissima appena realizzate dal suo sponsor Climbing Technology, che funzionano a meraviglia. In realtà il progetto è una derivazione migliorata di un'aletta concepita lo scorso anno assieme al nostro amico fabbro chaltenense Guido Grando, un artista dalle mani d'oro.

I passaggi non sono banali e mentre assicuro Franz uno strattone mi fa perdere l'equilibrio, facendomi piegare su me stesso per non precipitare di lato. Ero assicurato, ovviamente, ma se tieni le corde con le mani e cadi, una facciata non te la leva nessuno, ma non é successo. Franz urla nella tempesta che é caduto, se non ce ne fossimo accorti, ma che non si é fatto niente, precisandolo immediatamente. Ridiamo in sosta e penso che questo ragazzo é un genio! Perché ha sempre sotto controllo tutti gli aspetti che servono a tenere il morale costantemente alto. Nelle stesse condizioni con altre persone meno positive si potrebbe definire la situazione drammatica o estrema, come va di moda tra gli incompetenti, ma invece lo spirito che per fortuna abbiamo ci tiene allegri e pure caldi, nel gelo, sapendo che le nostre forze fisiche e morali ci riporteranno al sicuro in qualche ora. Avere questa certezza sempre dentro di sé, contando sui compagni giusti, é meglio di qualsiasi polizza assicurativa ed é pure gratis! Questa la considero un poderoso pilastro dell'essenza dell'alpinismo, perché ti aiuta molto nel riportare la pelle a casa, mica roba da poco!

Le picche alate si ancorano alla perfezione lungo il mezzo tubo che Franz ha scavato sotto la cima e la vetta arriva da sola, inaspettata perché la visibilità é zero meno. Siamo caldi ma sappiamo che il freddo tra poco ci entrerà nelle ossa perché scendendo in doppia non si fa fatica ma facciamo a gara a recuperare le corde, unico esercizio fisico possibile adatto a scaldarci. Così siamo anche rapidi frenando la forza di gravità ma non troppo. Dopo la Brecha de los Sardos sembra di entrare in casa. Il vento cessa all'improvviso come se la porta aperta per sbaglio qualche ora prima si sia richiusa alle nostre spalle. E forse é davvero così.

Dalla cima la vista sarebbe stata di quelle esteticamente memorabili ma nessuno di noi lo dice ne credo che lo pensi. Non siamo saliti lassù per il “vedere lontano” di bonattiana memoria. Non siamo conquistatori ma semmai apprezzatori di momenti che durano da quando ci svegliamo a quando stremati ci ributtiamo nel sacco a pelo, posato sempre su terreni scomodi. Non sono condizioni che cerchiamo volontariamente ma sono quelle che inevitabilmente troviamo ogni volta, perché per la passione si é disposti a soffrire godendone. Alla faccia di chi non capirà mai.

Arrivati alla base nevischia e soffia aria fresca in ogni direzione. É l'effetto rotore della corrente occidentale che qui predomina. Nell'acqua e anice di una canzone di Paolo Conte che descrive la nebbia padana, ci infiliamo nel dedalo di crepacci da scendere con brevi calate e da risalire con docili picozzate sul lato opposto. Il rewind di quello fatto stamattina, solo che siamo un po' più stanchi. Teniamo premuto il tasto "forward" perché la strada é ancora lunga e accidentata. Ghiacciaio Piergiorgio, Marconi, Lago Marconi, colle dei muri, cascatella e...spiaggetta, sembrano luoghi ameni, ma piove orizzontale. Diventa buio e il tasto forward vorrebbe scattare verso l'alto, in posizione stop. Ma lo teniamo premuto fino a ritrovare le tende inzuppate e con il telo ammollato dalla pioggia di tutto il giorno. Dopo che la zip é scorsa prima avanti e poi indietro possiamo premere noi il tasto Stop e stavolta lo scoglio che preme sulle vertebre lombari mi aiuta a russare.
Battezziamo la via “Anonima sequestri”, dedicandola alle bellezze del Supramonte.

Francesco Salvaterra e Marcello Cominetti 26 dic 2015

Marcello frequenta la Patagonia annualmente dal 1987, Francesco dal 2011. Entrambi hanno scalato le vette principali nei pressi di El Chaltèn e aperto vie nuove. Hanno salito lavorativamente Cerro Torre, Fitz Roy e altre montagne patagoniche. Collaborano per accompagnare alpinisti ed escursionisti sulle montagne più difficili come nei trekking più selvaggi e affascinanti. Per info www.inpatagonia.it.

Marcello ringrazia: Patagonia, SCARPA, Ferrino, Salice, Simond.
Francesco ringrazia: Climbing Technology, Ferrino, Zamberlan, Salice, Lizard, Enervit, Trekn'eat.

 

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