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Patagonia: ultimi tiri su Supercanaleta, la maestosità del Fitz Roy
Fotografia di Giovanni Zaccaria
Patagonia: sulla Whillans - Cochrane alla Aguja Poincenot
Fotografia di Giovanni Zaccaria
Patagonia: Tito Ramirez con gli occhi semichiusi e la sua casa verde
Fotografia di Giovanni Zaccaria
Patagonia: Alice Lazzaro e Giovanni Zaccaria, Fitz Roy, cumbre!
Fotografia di Giovanni Zaccaria
INFORMAZIONI / informazioni e collegamenti:

Alpinismo Vagabondo #5: una finestra su El Chalten

La quinta e ultima puntata di Alpinismo Vagabondo: il viaggio di Giovanni Zaccaria e Alice Lazzaro in Patagonia approda a El Chalten e sulle montagne alla fine del mondo. La Supercanaleta al Fitz Roy, l'Aguja Poincenot, l'Aguja Guillaumet, un avventuroso avvicinamento al Cerro Torre il tutto tra attese, incontri e immersioni in quella storia e in quelle storie che affiorano tra il vento e i ricordi di un viaggio indimenticabile.

In Argentina le città ed i paesi sono costruiti a quadre come su una scacchiera. Le strade si incrociano ad angoli imprecisi di novanta gradi, a distanze più o meno regolari. Anche il paese di El Chalten, per quanto formato da tre strade in croce circondate da case colorate, richiama la struttura delle quadre. Tito Ramirez viveva a El Chalten prima della sua esistenza, quando questo luogo non era altro che una casa vuota. A quel tempo Tito Ramirez abitava quaranta chilometri più ad ovest, ancora più lontano dalla civiltà, dall’Argentina. D’estate e d’inverno si muoveva a cavallo nella natura sconfinata e pescava in un enorme lago che si perde nella nebbia. Oltre il lago, il Cile. Negli anni ottanta i cileni esplorarono quella valle, alla ricerca di un confine che speravano di incontrare il più lontano possibile. Quando costeggiarono il Lago del Desierto scorsero una casa di fango, e un uomo che li guardava dalla soglia, appoggiato allo stipite della porta. Tito Ramirez aveva gli occhi azzurri chiusi come fessure per proteggersi dal riverbero del sole, tra le labbra serrate entrava la bombilla del mate di zucca che teneva tra le mani. I cileni gli chiesero quale fosse la sua nazionalità. Tito appoggiò il mate, alzò un pugno chiuso ed aprì gli occhi e la bocca: “Argentina!”, gridò con la forza del cuore. I cileni tornarono indietro delusi: un civile, solo ed inaspettatamente lontano dalla civiltà, aveva fermato le loro velleità di espansione.

Tito sospira, riprende a sorseggiare mate dalle mani nodose e ci guarda con gli occhi socchiusi. Ci mostra pietre preziose, fossili da museo ed esche da pesca. Un giorno ci mostrerà anche gli scarponi che gli ha regalato il suo amico Casimiro Ferrari, dopo averli usati per salire il fungo di ghiaccio strapiombante del Cerro Torre. I fornelli della cucina economica scaldano l’ambiente, i mobili della stanza sono costruiti o riparati con l’artigianalità rozza ma intelligente di chi si è saputo arrangiare per una vita intera. Usciamo dalla casa e veniamo nuovamente investiti dalle ondate di turisti che popolano le strade. El Chalten, grazie a Tito, è terra argentina, e, grazie alla natura incontaminata ed alle affascinanti montagne, è diventato un polo mondiale di attrazione per escursionisti, viaggiatori ed alpinisti.

Qualche centinaio di chilometri più a Sud di El Chalten c’è un ghiacciaio immenso, che si affaccia sul Lago Argentino. Camminiamo di fronte alle sue pareti di oltre cinquanta metri ed osserviamo i blocchi di ghiaccio grossi come iceberg che precipitano con fragore nell’acqua. Perché questo ghiacciaio è stato dedicato ad un esploratore che non lo ha nemmeno mai visto? Francisco “Perito” Moreno ha svolto agli inizi del novecento un ruolo chiave nella difficile delineazione dei confini internazionali tra Cile e Argentina, e per questo è ben più celebrato di Tito Ramirez. Nel 1877, esplorando numerosi fiumi della Patagonia, fu il primo turista a raggiungere El Chalten. Il luogo era sovrastato da una montagna enorme, piramidale e circondata dalle nuvole, che gli indigeni locali chiamavano Cerro “Chalten”: la montagna “che fuma”. Nonostante Perito Moreno, come gli indigeni, pensasse di trovarsi davanti ad un vulcano, ne cambiò egoisticamente il nome, e dedicò la montagna ad un personaggio a lui caro: l’inglese Robert Fitz Roy. Tre anni dopo, in una seconda spedizione in Patagonia, Perito Moreno fu catturato e condannato a morte da una tribù di indigeni: si trattò di una sfortunata curva cieca del destino, oppure di una inconsapevole vendetta per la sua arroganza. Riuscì comunque a scappare, non perse la voglia di esplorare altre terre e diventò infine direttore del museo antropologico argentino, prima di morire serenamente nella sua Buenos Aires.

Non è uno scherzo che una delle montagne più sognate e desiderate dagli alpinisti di tutto il mondo sia dedicata ad un uomo di mare. Nel 1831 il brigantino Beagle, al comando di Fitz Roy, esplorò le coste della Tierra del Fuego. Durante la lunga permanenza a bordo, il naturalista Charles Darwin, allora poco più che ventenne, ebbe tempo e modo di pensare e sviluppare le capacità di osservazione che lo portarono a formulare una rivoluzionaria teoria sull’evoluzione. Fitz Roy, oltre che esploratore, è stato uno dei pionieri della meteorologia: criticato per i continui insuccessi delle sue previsioni meteo, si suicidò a Londra, tagliandosi la gola nel 1865. Povero Fitz Roy, pensiamo mentre guardiamo le nuvole che avvolgono completamente la montagna che fuma. Che sia la maledizione del suo nome su queste mistiche montagne a rendere il meteo così imprevedibile?

El Chalten è vicino al vortice polare di bassa pressione che circonda l’Antartide; inoltre la vicinanza all’Oceano Pacifico spiega la grande umidità ed il forte vento, causato dall’assenza di attrito dell’aria con una massa terrestre. Spiegazioni scientifiche per delle condizioni meteo tra le peggiori e più imprevedibili del mondo. Le montagne si lasciano ammirare per una media di un paio di giorni a settimana, e spesso le raffiche di vento che spazzano le cime impediscono la scalata anche quando il cielo è soleggiato. L’assenza di rifugi e bivacchi, la vastità dell’ambiente e la scarsità di informazioni impongono un’accurata scelta della strategia e determinano un’alta percentuale di insuccesso delle salite: è facile che il sogno di raggiungere una cima diventi un’ossessione.

Possiamo solamente tentare di immaginare come fossero le spedizioni alpinistiche in Patagonia nel passato, senza uno straccio di previsioni meteo, senza un paese di appoggio per i rifornimenti di cibo, senza la leggerezza ed efficienza del materiale moderno. Tutto ciò si traduceva in estenuanti marce sotto la bufera e infinite attese al campo base. Ci sentiamo quindi privilegiati, nonostante il costante maltempo, a preparare il materiale in zaini relativamente leggeri ed essere pronti a partire dal paese non appena le previsioni lascino intravedere un cedimento della bassa pressione.

È indescrivibile l’emozione di calcare la cima del Fitz Roy, dopo averla attesa e desiderata per così tanti giorni. Ci gustiamo raggianti il panorama dalla vetta più alta: il vento piega il nostro corpo, ma non ci fa abbassare lo sguardo. Gli occhi luccicano guardando giù fino a El Chalten dalla cumbre, abituati come sono stati le settimane passate a guardare in su, la cumbre irraggiungibile, dal paese. Salutiamo il quadro della madonnina di vetta incastonato nella neve e ci concentriamo per la discesa. Sappiamo che arriveremo in paese non prima di due giorni lunghi e complessi, e che guardare il Cerro Chalten non sarà più come prima.

La cima del Fitz Roy è stata salita per la prima volta nel 1952 da una spedizione Francese. Tra i partecipanti c’era Jacques Poincenot, che morì durante l’avvicinamento, catturato dalla corrente di un fiume. Per ricordarlo gli è stata dedicata la seconda cima più alta del massiccio. Salendo neve, ghiaccio e roccia sulla rampa Whillians alla Aguja Poincenot onoriamo la memoria di Jacques, ma ricordiamo anche Andreas Fransson, che nel 2012 ha portato a termine una delle discese con gli sci più estreme del mondo, scendendo questo lenzuolo bianco appeso vertiginosamente sopra mille metri di parete.

Un altro francese si erge statuario affianco al Cerro Fitz Roy, dall’altro lato rispetto a Poincenot, decisamente meno massiccio ed imponente. La Aguja Guillaumet è la cima granitica più bassa ed accessibile del massiccio, ma obbliga comunque quasi tutti gli alpinisti a compiere almeno un bivacco a Piedra Negra. Noi invece siamo costretti ad assecondare ancora una volta il volere degli dei della montagna, e concentrare l’avventura in una intensa e solitaria giornata di bel tempo.

Henri Guillaumet fu un pilota aeropostale che, assieme a Sain-Exupery e Mermoz, tracciò le prime rotte aeropostali del mondo. Durante uno dei suoi 393 attraversamenti delle Ande, il suo piccolo aereo precipitò a causa del brutto tempo. Con la speranza di salvarsi Guillaumet camminò una settimana intera pensando a sua moglie, per raccimolare ogni forza rimasta e non arrendersi alla morte. Ai suoi amici più tardi confessò: “Ciò che ho fatto, ve lo giuro, nessun animale l’avrebbe fatto”.

Anche noi abbiamo dovuto trovare spinta e motivazione per andare avanti, camminando sotto zaini pesanti per 80 chilometri di sentieri, pietraie e ghiacciai che ci hanno condotto al Circo de Los Altares, e riportato a El Chalten. Il Cerro Torre si è solamente degnato di farsi vedere, tramutando il nostro vano desiderio alpinistico in quattro giorni di trekking nel luogo più inospitale in cui siamo mai stati, lo Hielo Continental.

Dopo aver completato 92 attraversate dell’Oceano Atlantico Henri Guillaumet, venne riconosciuto come uno dei più bravi aviatori al mondo e richiamato in patria per servire la nazione. Tenacia e bravura lo salvarono chissà quante volte dall’ostilità della natura selvaggia, ma non dall’assurdità della guerra umana: il suo aereo fu abbattuto nel 1940 sopra il Mar Mediterraneo da un soldato italiano.

Le avventure di esploratori, naviganti, alpinisti ed aviatori, i sogni, la vita e la morte si intrecciano come nubi di vapore che risalgono attorno al Cerro Fitz Roy, all’Aguja Poincenot e all’Aguja Guillaumet, circondandole di un’aura mistica. Tito Ramirez ci abbraccia come hermanos e ci saluta dalle feritoie degli occhi azzurri. La nostra jeep rossa e la sua casa verde si allontanano. Un singhiozzo ci assale mentre dirigiamo per la prima volta la jeep verso nord, la direzione del ritorno.

Abbiamo passato un mese ascoltando storie e imparando lezioni di vita, mentre guardavamo le previsioni meteo e aspettavamo pazientemente brevi e isolate ventane di bel tempo. Abbiamo sofferto di fatica e gioito di soddisfazione, con lo sfondo di queste montagne da cartolina e sulle tracce di uomini eccezionali.

La Patagonia si è mostrata senza risparmiarci i suoi incubi: abbiamo dovuto sopportare le bufere di neve e il vento arrabbiato che butta corpo e morale a terra. Abbiamo attraversato dedali di crepacci nascosti e guadato torrenti impetuosi, camminato per ore infinite, e costruito ripari di fortuna con le ultime energie che ci rimanevano. Abbiamo realizzato molti sogni, e qualcuno non siamo riusciti a sfilarlo dal cassetto: forse la Patagonia non ha voluto svuotarlo, il suo cassetto, per lasciarci la voglia di tornare. Prima di uscire da El Chalten, ci giriamo un’ultima volta e accostiamo a bordo strada per raccogliere due bacche da un arbusto: sono i frutti di Calafate che, una volta mangiati, secondo la leggenda garantiscono il ritorno in Patagonia. Siamo stati stregati.

di Giovanni Zaccaria e Alice Lazzaro

Ringraziamo per il supporto: S.C.A.R.P.A. - Climbing Technology – Beal

Vie salite:
Cerro Fitz Roy: Supercanaleta (1600mt, 80° 5+), salita e discesa in 4 giorni
Aguja Poincenot: Whillans - Cochrane (550m, 70° M4 5+), salita e discesa in 3 giorni
Aguja Guillaumet: Comesana - Fonrouge (400m, 30° 6b+), salita e discesa in 20 ore.

Avvicinamento al Cerro Torre, fino al Circo de Los Altares. Tentativo bloccato dalla bufera.


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