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Matteo Rivadossi sale la cascata di ghiaccio all'interno della grotta Brezno Pod Velbom, Monte Canin
Fotografia di Leonardo Comelli
Brezno Pod Velbom Monte Canin: Luca Vallata
Fotografia di Leonardo Comelli
L'ingresso della grotta Brezno pod Velbom sul versante sloveno del Monte Canin
Fotografia di Leonardo Comelli
Brezno Pod Velbom Monte Canin: selfie di gruppo davanti al bivacco
Fotografia di Leonardo Comelli
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Alpinismo e speleologia: la cascata di ghiaccio sotterranea a Brezno pod Velbom

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Una storia di alpinismo non ordinaria: Luca Vallata racconta la salita, effettuata insieme a Matteo Rivadossi e Andrea Tocchini, di una delle più lunghe e continue cascate di ghiaccio delle Alpi Orientali. Che non si trova in montagna, bensì dentro la montagna, ovvero nella grotta Brezno pod Velbom situata a quota 2050m sul versante sloveno del Monte Canin.

Sembra che Albert Camus abbia detto a proposito degli speleologi che: “sforzarsi di raggiungere [il fondo di una grotta], a rischio di trovarsi con la testa stretta nella gola di una roccia (un sifone, come dicono quelli incoscienti), mi sembra[…] un’impresa da pervertiti o da traumatizzati.”

Chissà cosa avrebbe risposto Camus ad Alberto Dal Maso, detto Kraft, se nei miei panni si fosse sentito proporre il progetto di scalare una lunghissima cascata di ghiaccio all'interno di un'oscura grotta nel versante sloveno del monte Kanin.

La grotta in questione si chiama Brezno pod Velbom e si apre a quota 2050 m slm, inabissandosi per 910 metri nel ventre della montagna. Profonda, senz’altro, ma non è certo un primato; sono invece da record le dimensioni del primo pozzo, che con i suoi 501 metri si difende bene nella classifica dei più grandi al mondo. Se ciò non bastasse, aggiungiamo che questa immensa voragine è percorsa da una striscia quasi ininterrotta di ghiaccio, che ne decora le pareti da -50 m fin -350 m di profondità.

Imbarcarsi in questa impresa comporta innanzitutto il riarmo della grotta con tecniche speleologiche. Quindi, primo passo: trasportare 500 metri di corde all’ingresso, che non è certo dietro l’angolo… Interminabili camminate da Bovec all'altipiano fanno parte del gioco: 6 ore a pestar neve sotto zaini disumani sono un buon tempo per giungere in loco.

Dopo due sopralluoghi necessari al trasporto del materiale e al riarmo, finalmente il 21 marzo possiamo tentare la scalata. Siamo solo in quattro; io scalerò, mentre Alberto risalirà in jumar le corde che fisserò man mano in sosta. Leonardo Comelli ci seguirà con la telecamera, mentre la giovanissima Sara Segantin si occuperà dell’illuminazione, essendo questa una delle sue prime esperienze in grotta.

Fuori, sull'altipiano, le temperature sono bassissime; dentro il ghiaccio è di una trasparenza mai vista ed ha la consistenza del vetro. Riesco a salire i primi quattro tiri con difficoltà fino al WI5+, ma in seguito, purtroppo, siamo costretti alla ritirata.

Ritorniamo un mese dopo, il 24 aprile, aumentati in numero e determinazione. Questa volta al team del primo tentativo si aggiungono i bresciani: il mio amico Andrea Tocchini (detto Anello) e Matteo Pota Rivadossi. Matteo, che non ha bisogno di presentazioni, era già stato qua al Velb nel 2005 ed aveva immaginato la salita, ma condizioni del ghiaccio assai poco favorevoli lo avevano fatto desistere: troppo pericoloso. Oggi, però, la situazione è ben diversa e il ghiaccio è clemente ai nostri colpi di piccozza. Il Pota ed io ci alterniamo al comando, ma toccano a lui i tratti più continui ed impegnativi: lunghezze che affronta con entusiasmo irrefrenabile, ritmo e determinazione da mietitrebbia.

Il bilancio finale sarà una nuova via di 280 metri di sviluppo e difficoltà fino al WI6/M5. Ciò significa una delle più lunghe e continue cascate di ghiaccio delle Alpi Orientali.

Arrivati sulla sommità della cascata, il Pota propone di salire con la corda dall'alto il tratto che ci separa dall'uscita: ne esce un tiro di dry molto fantasioso e delicato, valutabile M7+. Una decina di fix sarebbero necessari per poter affrontare questa lunghezza dal basso.

La salita di questa cascata ha rappresentato il frutto di uno sforzo collettivo triestino-sloveno-olandese-carnico-bellunese-trentino-bresciano e ben rappresenta quella che è la tipica dinamica da grotta. La speleologia, a differenza dell'alpinismo, è soprattutto un’attività di squadra, dove a contare in primo luogo non è l'azione individuale, ma l'organizzazione e la condivisione. Il nostro gruppo si è dimostrato davvero affiatato: il morale sempre alto e il cuore oltre gli ostacoli! Ciò che mi rimane, quindi, è soprattutto il ricordo di un'indimenticabile esperienza dal punto di vista umano.

Tengo molto a ringraziare tutti coloro che sono già stati citati, in particolare l’organizzatore Alberto per la sua instancabile determinazione. Un sincero grazie, inoltre, a tutti coloro che ci hanno supportato tramite preziosi consigli e aiutato nel trasporto del materiale, dell’attrezzatura, nonché del vino, da Bovec fino allo Jamarski Bivak: Rok Stopar, Roald Roli Bruil, Andrea Cantone, Matteo Bevilacqua, Dejan Ristič, Matjaž Zetko. Non dimentichiamo, poi, l’ottimo lavoro del fotografo e cameraman Leonardo Comelli che, con il suo tocco d’artista, ci ha permesso di portare a casa più di un semplice ricordo. Infine, un doveroso ringraziamento al Gruppo Grotte XXX Ottobre di Trieste per le corde fisse e gli ancoraggi.

Luca ringrazia SCARPA
Matteo ringrazia Camp Cassin e Montura.

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