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Pakistan, la tragedia del Diran Peak
La spedizione 1 
La spedizione
  
testi e foto di Nicolò Berzi
"Siamo quassù da qualche ora, e ci godiamo il riposo dopo la salita veloce di questa mattina. La vista sul Sumayar Peak di fronte a noi è affascinante, e la cima del Diran sembra vicinissima. E’ la prima volta che dormiremo qui al campo 2, a 5400 metri. I giorni scorsi siamo saliti a montare le tende e a rifornire il campo di gas, viveri e sacchi a pelo, ma poi siamo velocemente ridiscesi di nuovo al campo base.
Oggi invece è giunto il momento di fermarsi a dormire per l’acclimatamento necessario a poter proseguire.

Siamo leggermente in ritardo sul programma perché abbiamo aspettato un giorno in più al base che Domenico si riprendesse dalla dissenteria, ma non siamo preoccupati, tempo ne abbiamo ancora parecchio. Domani saliremo a montare il campo 3, seguendo la traccia fatta ieri dagli inglesi, il più in alto possibile, sopra i 6000 metri, e da li si potrà forse fare il primo tentativo alla cima, anche se io sono un po’ scettico, non siamo infatti abbastanza ben acclimatati.

Il tempo è bello da quasi una settimana, e non lo rimarrà ancora per molto, per cui bisogna approfittarne. Omar e Domenico, la nostra cordata più forte e decisa, sono pronti a tentare la vetta già questa volta, speriamo che tutto vada per il meglio. Mi addormento profondamente, la partenza alle 4.30 di questa mattina esige il suo tributo di sonno.

Il risveglio è istantaneo, appena il tempo necessario a capire quello che sta succedendo: la mia tenda è sepolta dalla neve, sento i pali scricchiolare e schiacciarmi. Una morsa d’acciaio mi stringe e mi inchioda a terra sdraiato, senza possibilità di muovermi. Urlo. Automaticamente, senza pensare, mi sono portato le mani ad imbuto intorno alla bocca per formare una cavità d’aria da respirare, penso che potrò resistere un po’.
La neve che mi sommerge non è molta, sento Valeria ed Alessandra fuori che urlano, poi Valeria agguanta una pala e in pochi minuti mi tira fuori. Le grido di fare presto perché ho paura di una seconda scarica di neve. Riesco a muovere le gambe, aiuto Valeria divincolandomi e finalmente sono fuori. Il primo sguardo verso il campo mi colpisce come una mazzata in pieno petto: al posto delle due tende dei nostri compagni ci sono enormi blocchi di ghiaccio. E’ la fine.

Questa volta è andata molto male, una tragedia.
Dopo due anni di spedizioni estremamente positive, coronate anche dal successo alpinistico, la terza tappa del progetto “5 anni per un 8000” è stata un dramma. Un dramma che nonostante tutto, nonostante l’attenzione alla sicurezza, la facilità della salita, nonostante la consapevolezza che comunque in montagna i rischi non si possano ridurre a zero, ci ha investito come un treno in corsa, senza più freni. Un dramma come tanti altri, successi in passato e che succederanno in futuro, dove il caso, o dio, o la fatalità, decidono altrimenti. Un dramma raro come il crollo di un seracco dall’aspetto ingannevolmente bonario, proprio quando noi gli eravamo sotto. Le altre spedizioni presenti sulla montagna, una anglo-australiana e l’altra di un solitario alpinista giapponese, erano già state due giorni al campo 2 per acclimatarsi, addirittura gli inglesi erano saliti fino alla cresta finale, passando sotto e poi accanto al maledetto seracco, non intuendo la sua instabilità. Ci ha ingannati, altri seracchi presenti sulla montagna ci avevano dato da pensare, avevamo quindi scelto una traccia che li evitasse, e sotto a qualcuno dove era impossibile non transitare avevamo accelerato l’andatura, per rimanere esposti il minor tempo possibile. Inutile, il nostro appuntamento era più sopra forse l’appuntamento già scritto incontro al quale correvamo dal giorno in cui abbiamo cominciato ad organizzare questa spedizione.

Diran peak

Il Diran Peak al tramonto, dopo una nevicata





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Il risveglio è istantaneo, appena il tempo necessario a capire quello che sta succedendo: la mia tenda è sepolta dalla neve, sento i pali scricchiolare e schiacciarmi. Una morsa d’acciaio mi stringe e mi inchioda a terra sdraiato, senza possibilità di muovermi. Urlo."





Diran peak

Una delle tende del campo 2 spazzato via dalla valanga di ghiaccio




"...forse l’appuntamento già scritto incontro al quale correvamo dal giorno in cui abbiamo cominciato ad organizzare questa spedizione"




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