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Lynn Hill titolo
intervista di Manuel Lugli


intervista Hawley 1
intervista Hawley 2


Lynn Hill. Climbing free

A sinistra: Elizabeth Hawley (ph Marco Albino Ferrari)
Sopra: Kathmandu (ph Loris Marin)


Alpinismo e 8000
"Da un po' di tempo si sono delineate quelle figure di alpinisti che io chiamo "peakbaggers" ossia quegli alpinisti che fanno le salite per mettere in carniere più vette possibili, senza poi curarsi troppo del come queste vengono salite, dei dettagli. Purtroppo molti di questi alpinisti arrivano anche a raccontare il falso. A volte per disinvoltura eccessiva, ma altre decisamente con malizia, sostenendo di avere raggiunto la cima della montagna senza che ciò sia vero."


Salvaguardia 8000
Qualche alpinista ha avuto idee interessanti sia dal punto di vista pratico, che per sensibilizzare maggiormente il pubblico sul problema dei rifiuti d'alta quota. Il giapponese Ken Naguchi (v. nota), per esempio, viene da anni in Nepal e Tibet con teams, di alpinisti e sherpa che lavorano alla raccolta dei rifiuti in alta ed altissima quota. Una volta raccolti i rifiuti, al campo base li divide per nazionalità e quindi li "recapita" ai rispettivi paesi.



Lynn Hill

Annapurna 2002, Silvio Mondinelli impegnato nella salita della cresta est. Spedizione internazionele (ancora in corso) ph arch. S. Mondinelli




  il sito di Manuel Lugli


Dal 1963, anno del suo arrivo a Kathmandu come corrispondente dell’Agenzia Reuters, Elizabeth Hawley ha costantemente monitorato le spedizioni in partenza ed in arrivo dagli 8000, e dagli altri colossi himalayani. In media circa 250 spedizioni intervistate ogni anno per quasi 40 anni, rappresentano una mole enorme di dati, incontri e conoscenze. Un immenso e favoloso tesoro di esperienze e cose da raccontare che fanno di questa giornalista, nata a Chicago nel 1923, una figura più unica che rara nel mondo dell'alpinismo, e certo una delle più appassionate e competenti conoscitrici della storia delle grandi montagne di Nepal e Tibet.

Manuel Lugli l'ha incontrata ed intervistata per noi, a Kathmandu. E Miss Hawley ha confermato la sua proverbiale verve e schiettezza, da vera reporter degna della tradizione anglosassone.



Il cambio di “attitudine” verso gli 8000
Da un po' di tempo si sono delineate quelle figure di alpinisti che io chiamo "peakbaggers" ossia quegli alpinisti che fanno le salite per mettere in carniere più vette possibili, senza poi curarsi troppo del come queste vengono salite, dei dettagli. Purtroppo molti di questi alpinisti arrivano anche a raccontare il falso. A volte per disinvoltura eccessiva, ma altre decisamente con malizia, sostenendo di avere raggiunto la cima della montagna senza che ciò sia vero. Il Cho Oyu, ad esempio, è uno degli ottomila che più risente di questo problema. Oltre ad essere uno dei più battuti, possiede anche caratteristiche morfologiche che si prestano a mistificazioni; l'inizio del vasto plateau sommitale, che in realtà deve essere percorso a lungo prima di giungere in vetta, è per molti, troppi, "la vetta". Quando poi li intervisto dopo la spedizione, quando entro nei dettagli di ciò che hanno visto arrivando in vetta (le bandierine di preghiera, quali montagne ecc), ovviamente i castelli di carte dei loro resoconti crollano inesorabilmente. Se alla domanda: "Cosa hai visto dalla cima?" mi si risponde: "Montagne"; è chiaro che non e' una risposta. Il problema riguarda anche alpinisti di fama, anche se qui entrano in gioco anche altri fattori, e primo fra tutti la pressione di quegli sponsors che pretendono risultati ad ogni costo.

Influenza della tecnologia.
Credo sia un fatto fondamentalmente negativo. Telefoni, computer, internet, tutto questo distoglie, distrae dalla montagna. Quando un alpinista decide di salire una montagna, dovrebbe essere totalmente concentrato sulla montagna, farsi permeare, entrare in simbiosi con l'ambiente in cui si muove. Stare ore ed ore a scrivere reports per gli sponsors od i giornali - che se non ricevono nulla iniziano ad agitarsi; chiamare a casa la moglie per sentire se i bimbi stanno bene - e magari scoprire qualche disastro e dover combattere tra la voglia di tornare e quella di salire - ha un'influenza profondamente negativa sugli alpinisti. Quattro anni fa, un americano che tentava la Nord dell'Everest ha raggiunto il Colle Nord dove è rimasto praticamente per tutto il tempo della spedizione. Chi lo incontrava, salendo e scendendo dalla montagna, diceva che era costantemente attaccato al telefono ed al computer. Pura follia.

Spedizioni commerciali
Personalmente, non ho nulla contro le spedizioni commerciali, che siano guidate oppure no. L'unica, cosa importante è che i clienti di queste spedizioni devono sapere esattamente cosa possono aspettarsi dall'organizzazione e cosa no. Nelle spedizioni guidate, ad esempio, troppo spesso organizzatori, diciamo "disinvolti", non fanno altro che mettere assieme persone che vogliono salire la stessa montagna, senza curarsi minimamente dei loro curriculum, e di fornire tutti i servizi. Alcune guide, poi, salgono e scendono lungo la via, ma senza curarsi troppo dei clienti perché, magari, sono più concentrati sulla propria di salita. Due anni fa circa è accaduto un incidente mortale all'Everest durante una spedizione guidata (direi fossero presenti 2 guide) e organizzata in modo pare piuttosto approssimativo da un'agenzia inglese abbastanza nota. L'agenzia è poi stata citata in giudizio per il fatto. Altri invece sono molto seri e chiari sui loro servizi, sia che questi finiscano al campo base o proseguano sulla montagna. Russel Bryce, con le sue selezioni piuttosto severe dei clienti ed un'ottima organizzazione, è uno di questi.

Costi dei permessi e sviluppo del turismo alpinistico
Questo è un argomento molto delicato. Come puoi constatare, i costi dei permessi in Nepal crescono spesso, ma gli alpinisti continuano a venire ed in numero sempre maggiore. Ti lascio immaginare cosa sarà l'Everest il prossimo anno (50th anniversario della prima salita): il campo base arriverà fino a Gorak Shep! E' innegabile che il denaro dei permessi di salita è una voce estremamente importante per l'economia nepalese. Senza considerare poi tutto l'indotto che si è creato attorno al mondo delle spedizioni per cuochi, portatori d'alta quota, di bassa quota, etc. Ciò non toglie che una tutela dell'ambiente himalayano, così delicato, sia indispensabile. Qualche alpinista ha avuto idee interessanti sia dal punto di vista pratico, che per sensibilizzare maggiormente il pubblico sul problema dei rifiuti d'alta quota. Il giapponese Ken Naguchi (v. nota), per esempio, viene da anni in Nepal e Tibet con teams, di alpinisti e sherpa che lavorano alla raccolta dei rifiuti in alta ed altissima quota. Una volta raccolti i rifiuti, al campo base li divide per nazionalità e quindi li "recapita" ai rispettivi paesi.

Nota di Manuel Lugli, da testimone oculare: al CB Everest, nel 2000, Naguchi ha raccolto tre tonnellate di rifiuti riportando quasi tutto in Giappone! L'ha fatto con la Cina e con la Corea. Con i rifiuti giapponesi riportati in patria, ha effettuato mostre e conferenze in giro per il paese, raccogliendo oltretutto grossi sostegni finanziari per dare continuità alla sua opera, che poi è uno dei grossi problemi di queste operazioni.  Un altro, l'americano Robert Hoffman, pagava dei bonus agli sherpa che, dopo essere saliti coi carichi delle spedizioni al  Colle sud dell'Everest, ne discendevano riportando rifiuti. Un modo eccellente per non farli salire vuoti a  rischiare la vita solo per la spazzatura ed allo stesso tempo contribuire alla bonifica del Colle. Certo se tutte le spedizioni si comportassero così, le cose potrebbero cambiera in breve tempo.

  

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